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Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!

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Una volta nella vita, solo una e per favore, vorrei essere bello da togliere il fiato. Per riposare, mica per altro. Per recuperare una minima parte delle energie che ho speso in tutta la vita per essere carino, divertente, seducente, spiritoso, simpatico, diverso, imprevedibile, adorabile, forte, coraggioso, disponibile, intelligente, complice, paterno, sensibile, consapevole, preparato, informato, comprensivo, responsabile, affidabile e politicamente corretto. Solo per 48 ore... poi torno!


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mercoledì, 31 maggio 2006
Pochissime sono le cose

Pochissime sono le cose 



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lunedì, 29 maggio 2006
Vincent

Ho appena realizzato che, curiosamente e senza che ce ne fosse alcuna intenzione, la mia vacanza dello scorso mese in Provenza e quella che farò fra due settimane ad Amsterdam, sono tra loro profondamente legate. L’elemento che le unisce a filo doppio è la figura di Vincent Van Gogh. Ho sempre amato questo pittore in modo viscerale, così come, altrettanto intensamente, guardo a tutti gli artisti che, indipendentemente dalla propria forma espressiva, sono accomunati da una sensibilità strabordante, da una personale inquietudine e da un male di vivere che si riversano, connotandola, nella loro vena creativa.

Figlio di un pastore protestante, Van Gogh nasce nel 1853 a Groot-Zundert, un villaggio olandese. Ha un'infanzia infelice e dopo un'esperienza come impiegato in una galleria d'arte, si dedica all'attività di apostolato evangelico presso i minatori olandesi. In quest'ambiente poverissimo nascono i primi disegni e i primi dipinti, caratterizzati da colori molto cupi. Da questa esperienza prende coscienza della sua vocazione alla pittura, scegliendo di rappresentare la vita e le condizioni umane dei lavoratori più umili. Nel 1880 decide di diventare artista a tutti gli effetti. Agli inizi della sua carriera si esercita nel dipingere paesaggi e vedute cittadine. Abita a Bruxelles, quindi a Etten, presso i genitori, e dalla fine del 1881, all’Aia, dove è allievo di Anton Mauve, un suo cugino acquisito. In questo periodo la sua salute inizia a creargli i primi problemi. Conosce una prostituta alcolizzata, Sien Hoornik (che sarà anche sua modella) e va a vivere con lei e con la figlia. Il loro rapporto è segnato, come sempre sarà, dalle intemperanze emotive del giovane Vincent, il cui furore nei confronti della vita, rimarrà sempre in bilico tra la follia e l'amore più puro. Vorrebbe sposare Sien ma la famiglia lo dissuade ed il pittore prende la dolorosa decisione di lasciarla, dopo un anno di convivenza. Alla fine del 1883 torna dai genitori, a Nuenen. Qui allestisce uno studio e tiene lezioni di pittura. Dipinge scene di vita contadina e operai al lavoro.

Vincent Van GoghNel 1886 si trasferisce a Parigi, ospitato dal fratello Theo che lo aiuterà per tutta la vita. Qui scopre un ambiente artistico effervescente ed entra in contatto con artisti d'avanguardia fra cui Paul Gaugin. Si impadronisce subito delle innovazione dell'impressionismo, ormai affermato, e l'effetto immediato è la conversione al colore. Nel 1888 si reca ad Arles, in Provenza, e rimane attratto dalla luce e dai colori di questa terra. Qui inizia in solitudine una febbrile attività che lo porterà a sviluppare una pittura violenta, in cui il colore esplode sulla tela esprimendo il suo tormento interiore. Le pennellate, frantumate, grosse e violente, rivelano il suo stato d'animo e mettono a nudo il suo male di vivere. Scrive Van Gogh: «le emozioni sono talvolta così forti che le pennellate si susseguono senza fine». Con insistenza propone a Gauguin di raggiungerlo al più presto, allo scopo di dare vita a una sorta di comunità artistica. La convivenza fra i due artisti dura solo alcune settimane, a causa dell'incompatibilità di carattere e della crescente instabilità psichica di Vincent. Dopo un tentativo di aggressione e la decisione del pittore olandese di tagliarsi l'orecchio, Gauguin torna a Parigi. Van Gogh cade in grave crisi depressiva. Viene ricoverato presso l'ospedale di Arles con la diagnosi di epilessia, alcolismo e schizofrenia. Da quel momento, l’artista avrà sempre più frequentemente crisi di allucinazione e sarà a più riprese ricoverato, anche spontaneamente, per malattie mentali in un ospedale nei pressi di Saint Remy. Qui dipinge scorci del giardino, cipressi e oliveti. Nel 1890 esce dalla casa di cura, ma le condizioni psichiche sono sempre delicate. Theo desidera averlo più vicino a sé, così Vincent si trasferisce ad Auvers-sur-Oise, presso il dottor Gachet. Qui si mette subito al lavoro. Sembra sereno. Ma il 27 Luglio, colto da un'altra crisi, si spara un colpo di pistola al petto, in uno di quei campi di Auvers che aveva rappresentato nei suoi ultimi quadri. Muore due giorni dopo, assistito da Theo, che gli sopravviverà di poco.

Quando si parla di Van Gogh, si parla anche della dicotomia genio-follia, indicando in quest'ultima il motore della pittura originale dell'artista. Sono mille le ipotesi di malattia, tutte diagnosticate a posteriori: ogni supposizione è possibile, perciò nessuna è veritiera. Ciò che è sicuro è che l'arte di Van Gogh è illuminante, unica ed irripetibile. In soli 10 anni di attività, la sua qualità di lavoratore instancabile e la sua grande passione gli hanno permesso di produrre, un corpo di opere che potrebbe fare invidia a numerosi artisti molto più longevi. Van Gogh ha infatti lasciato più di 840 dipinti e più di 1000 disegni, oltre a molti acquerelli, litografie e schizzi.



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sabato, 27 maggio 2006
La singolare fenomenologia del «voi uomini»

Recentemente, chiaccherando con due amiche in momenti diversi, mi sono sentito rivolgere la stessa frase accusatoria: “...eh si, perchè voi uomini...”. Voi uomini??? Ma per quale motivo, dico io, mi si dovrebbe attribuire la partecipazione alla medisima tribù che al suo interno vanta (si fa per dire) esponenti che vanno, ad esempio, da Emilio Fede al Cardinale Ruini, da Ignazio La Russa a Pupo, da Bin Laden a Bill Gates? Rivendico la mia individualità, la mia unicità... mi rifiuto di pensare che lo stato di uomo sia così piattamente generalizzabile. Mi viene da interrogarmi sulla vastità e sulla composizione del campione statistico utilizzato per dare un peso ed un valore scientifico alla suddetta affermazione. Mi immagino mesi interi spesi ad effettuare sondaggi di opinione, ovviamente con  un grande rigore metodologico, a Genova piuttosto che Melbourne, a Nuova Delhi piuttosto che La Paz, a Dakar piuttosto che San Pietroburgo. Penso a tutte le fasi di ricerca, dalla definizione degli obiettivi ai metodi di campionamento, dalla redazione dei questionari alla selezione e controllo degli intervistatori, dall'analisi dei dati ai rapporti finali e alle conclusioni! :-)

Questa spersonalizzazione in un genere maschile non meglio identificabile, che al tempo stesso trovo buffa e priva di senso, mi porta sempre alla memoria il seguente scambio di battute fra Meg Ryan e Billy Cristal in “Harry ti presento Sally”:

Sally: "Per voi uomini è diverso: Charlie Chaplin ha avuto figli fino a 73 anni."
Harry: "Sì, però non riusciva a tenerli in braccio!"



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giovedì, 25 maggio 2006
14 anni fa

(ANSA) - ROMA 23 MAG 1992
Il giudice Giovanni Falcone, 52 anni, direttore generale del Ministero di Grazia e Giustizia, magistrato simbolo nella lotta alla mafia, è morto questo pomeriggio poco prima delle 18.00 in un attentato dinamitardo sull'autostrada Palermo-Trapani. Nell'agguato hanno perso la vita anche la moglie, Francesca Morvillo, e tre poliziotti di scorta, Antonio Montinari, Vito Schisano e Rocco Dicillo. Francesca Morvillo, anch'essa magistrato, è morta intorno alle 23.00 mentre veniva sottoposta ad intervento chirurgico. Falcone era sbarcato da poco all'aeroporto palermitano di Punta Raisi, proveniente da Roma. Per uccidere il magistrato è stata utilizzata una tecnica cosiddetta  libanese. Una carica ad altissimo potenziale, circa una tonnellata di tritolo, piazzata in un sottopassaggio dell'autostrada, è stata fatta brillare con un telecomando a distanza. La deflagrazione ha distrutto sei vetture, l'auto di Falcone, tre di scorta e due che provenivano dalla carreggiata opposta. Il manto stradale è stato sventrato e si è aperta una voragine di circa venti metri di diametro.

Attentato di Capaci

Giovanni Falcone, dice chi gli era più vicino, aveva una mentalità tipicamente siciliana, fatalista: faceva quello che doveva, conscio del proprio destino. Consapevole del fatto che la Mafia non poteva permettersi di lasciare che uomini come lui andassero avanti nel loro lavoro. Sembra che amasse spesso citare una frase di John F. Kennedy: «Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana». In un’altra occasione, parlando a un amico della paura per le minacce di morte nei suoi confronti, aveva detto: «Ma cosa credono, che siamo tutti uguali? Io sono siciliano, per me la mia vita vale meno di questo bottone», indicando uno dei bottoni della giacca che indossava. Oggi è molto di moda parlare (spesso straparlare) di “eroi”. Verosimilmente Falcone non avrebbe definito se stesso in questi termini. Quello che è certo è che la sua vita e il suo lavoro restano un modello di comportamento da ricordare nell’Italia odierna: corrotta, ipocrita, decadente.



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martedì, 23 maggio 2006
Moretti a Cannes

E adesso, che il Caimano ha perso la partita, che volente o nolente ha dovuto lasciare quel posto a cui tanto teneva, il film di Moretti rischia di mordere un po’ meno? La percezione della sua pericolosità politica, così drammaticamente evocata dallo stesso regista nel finale, può risultare affievolita? «Al contrario, il pericolo esiste. Eccome. Il clima in Italia non è cambiato», risponde Nanni, in gara a Cannes con “Il Caimano”. «I fatti più gravi, che più ricordano quel suo atteggiamento violento e sovversivo mostrato nel film, mi pare stiano succedendo proprio adesso, dopo l’esito elettorale. Per 15 giorni Berlusconi non ha riconosciuto la sconfitta. Nel silenzio totale degli alleati, ha negato il risultato del voto, ha parlato di brogli, ha insinuato nel suo elettorato il sospetto di esser stati derubati, ha aggredito, insultato, magistrati e senatori. Un disprezzo della democrazia impressionante per uno che pretende di esser uomo delle istituzioni». Insomma, il Caimano è ferito, incattivito, e non molla. «Non penso che riuscirà a sopportare di stare all’opposizione per cinque anni. Da uno come lui ci si deve aspettare qualunque cosa». Tanto più che, a quanto pare, nessuno vuol limargli i denti. «La forza di Berlusconi sono le sue tv, il suo strabordante potere nei media. Ma quel tanto deprecato conflitto d’interessi non sembra prossimo a venir risolto neanche adesso. Ad alcuni giornalisti stranieri che chiedevano ai leader della sinistra se è normale che il capo dell'opposizione sia anche proprietario di tre tv e tutto il resto, è stato risposto: "il conflitto d'interessi non è tra le priorità di questo governo"». E la sinistra, staffila Moretti, è colpevole anche di tre slogan a dir poco autolesionisti: «Non bisogna demonizzare Berlusconi, non bisogna spaventare i moderati, non bisogna commentare le sentenze». Così alla fine si smussa ogni cosa, ci si concede solo qualche sberleffo alla sua parte comico-folkloristica. «Tutto quel nevrotico spedirsi l’un l’altro sms e e-mail che lo prendono in giro... Non mi interessano le battute, quello che mi preme è sottolineare la pericolosità del personaggio. Una vera anomalia politica. In nessun altro Paese sarebbe potuto accadere che uno come lui potesse essere candidato quattro volte in 12 anni e per ben due volte eletto capo del governo».

 

Nanni MorettiA dire il vero dalle nostre parti accade di frequente, gli ricorda un giornalista cileno. «Con lo stesso impero mediatico?», gli risponde Nanni. «Quando si fanno analogie con il Sud America si rischia di offendere quei Paesi e anche la destra italiana». «No — continua — il caso Berlusconi è un unicum. Lo dico con tristezza perché sono italiano, ma è così». Ha mai pensato, come hanno annunciato altri, di lasciare il nostro Paese? «Mai. Anzi, battute del genere mi danno molto fastidio. Le detesto». Eppure, come ripete il film, non è facile vivere nel degrado morale, culturale, estetico, sparso a piene mani in questi anni dal berlusconismo. «Il vero problema dell’Italia di oggi è l’assuefazione a tutto questo, sia a destra che a sinistra, e la mancanza totale di memoria — riflette Moretti — A furia di scendere sempre più in basso ci siamo abituati all’inabituabile. Nulla ci fa più impressione, le parole di Berlusconi dette da Berlusconi non scandalizzano più. Ho fatto questo film per cercare di restituire gravità e peso a quelle parole. Il cinema può ancora mostrarci una realtà che non riusciamo più a vedere». Ma il film può aver influenzato l'esito elettorale? «No, non credo. Il pubblico del cinema non può competere come dimensioni con quello delle tv. E tanto più mi ha fatto sorridere l’assurdo dibattito innescato, prima ancora che qualcuno avesse visto il film, da un certo ceto politico-giornalistico sull’opportunità di far slittare l’uscita del Caimano a dopo il voto. Una richiesta partita da uno che era entrato nel centro sinistra da cinque minuti (Capezzone; ndr) ma poi ripresa anche da altri dello stesso fronte. Naturalmente non ci ho badato e ho fatto uscire il film nella data stabilita già da un anno e mezzo». Dopo il periodo dei girotondi, pensa di impegnarsi di nuovo attivamente in politica? «Spero proprio non ce ne sarà bisogno. Una quinta candidatura del Caimano sarebbe davvero troppo».

 

(dal Sito del Corriere)



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domenica, 21 maggio 2006
Le cose per cui vale la pena di vivere


Ike è sdraiato sul divano, tiene il microfono all’altezza della bocca.

Ike: Ehm... va bene, dunque, perchè vale la pena di vivere? E' un’ottima domanda. Beh, ci sono certe cose per cui vale la pena di vivere. Per esempio: ok, per me... emh... io direi... il vecchio Groucho Marx per dirne una, mhmm, Joe di Maggio e il secondo movimento della sinfonia Jupiter e Louis Armstrong, l’incisione di “Potato Blues”... i film svedesi, naturalmente... “L’educazione sentimentale” di Flaubert, mhmm, Marlon Brando, Frank Sinatra, quelle incredibili mele e pere dipinte da Cezanne, i granchi da Sam Wo, il viso di Tracey.

Mette giù il microfono, appoggiandoselo al petto e sospira. Si solleva sui gomiti, si siede, ha un attimo di esitazione, poi solleva la cornetta del telefono e compone un numero. Porta la cornetta all’orecchio e sente il segnale di occupato. Si alza, prende la giacca e si precipita fuori. [...] Ike guarda attraverso la porta di vetro, la spinge ed entra, va verso Tracey.

Manhattan

Ike: Salve.
Tracey: Salve.
Che cosa fai qui?
Ike: Beh… ecco, ho corso... io ho cercato di chiamarti, ma era occupato, allora poi non sono riuscito a trovare un taxi e cosi ho corso... dove stai andando?
Tracey: Londra.
Ike: Stai andando a Londra adesso? Vuoi dire che se arrivavo due minuti più tardi, saresti andata a Londra? Beh... vengo subito al dunque allora. Non credo che tu debba andare. Credo di avere commesso un grande sbaglio, e preferirei che tu non andassi.
Tracey: Oh... Isaac!
Ike: Io... sul serio, so che sembra molto brutto ora, ma… capisci, era… ti vedi con qualcuno?
Tracey: No.
Ike: Così... bene... mi-mi, tu ancora mi ami, o è finito tutto, o cosa?
Tracey: Gesù, tu salti fuori... non telefoni e poi ad un tratto compari. Cioè... che ne è di quella donna che avevi?
Ike: Beh, insomma, ti dirò che... emh, si, non la vedo più. Senti ho fatto uno sbaglio. Cosa vuoi che ti dica. Non credo che tu debba andare a Londra.
Tracey: Ma io devo andarci. Insomma, ormai i programmi sono tutti stabiliti, i preparativi... i miei genitori sono già la per cercarmi un posto in cui abitare.
Ike: Beh... ah... ma mi ami ancora o… o cosa?
Tracey: Tu mi ami?
Ike: Beh... si, ecco io... oh si, certo, insomma è tutto qui, capisci.
Tracey: Indovina... sai che ho compiuto 18 anni l’altro giorno? Sono maggiorenne, ma sono ancora una bambina.
Ike: Non sei poi così tanto bambina. 18 anni. Sai, potresti-potresti già ricevere la chiamata dell’esercito
Tracey: Mi hai fatto stare così male...
Ike: Non è stato di proposito... lo sai. Voglio dire... beh, insomma lo sai, allora era così che vedevo le cose...
Tracey: Tra sei mesi torno. Cosa sono sei mesi se noi ci amiamo ancora?
Ike: Ehi, non essere tanto matura, ok? Voglio dire sei mesi sono tanto tempo. Tu ti metterai a lavorare in quel teatro. Starai con attori e registi, capisci... farete delle prove e tu ti coinvolgerai con quella gente. Vedi... ci sono forme di attaccamento e-e, cioè, non, non vorrai diventare così... voglio dire tu cambierai. Capisci... in sei mesi diventerai una persona diversa.
Tracey: Non vuoi che io faccia questa esperienza? Voglio dire, tempo fa non facevi di tutto per convincermi?
Ike: Beh, si... certo, ma lo sai… potresti, sai... cioè, io non voglio che quella cosa di te che amo si possa cambiare.
Tracey: Senti, sei mesi non sono tanto lunghi. E non tutti si lasciano corrompere. Vedi, devi avere un pò di fiducia nella gente.

(Manhattan - Woody Allen)



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venerdì, 19 maggio 2006
Tracce di vita... e della mia playlist

1. Canzoni e fumo ed allegria io ti ringrazio sconosciuta compagnia. Non so nemmeno chi è stato a darmi un fiore, ma so che sento più caldo il mio cuor... (Lucio Battisti)
2. È la pioggia di marzo, è quello che è, la speranza di vita che porti con te... (Carlos Jobim)
3. And I'm drowning in its sea, falling at its feet, listen to my heartbeat, baby... (David Sylvian)
4. Precious and fragile things need special handling... (Depeche Mode)
5. Stancami e parlami, abbracciami, guarda dietro le mie spalle. Poi racconta e spiegami tutto questo tempo nuovo che arriva con te... (Ivano Fossati)
6. Some of them want to use you. Some of them want to get used by you... (Eurythmics)
7. La paura di restare soli e il futuro che incombe terrorizza chi riempie la sua vita con un niente, e magari ha trovato l’amore e l’ha scansato... (Otto Ohm)
8. Change your heart, look around you. Change your heart, it will astound you... (Korgis)
9. Quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento. Un giorno qualunque li ricorderai, amore che fuggi da me tornerai... (Fabrizio De Andrè)
10. I'm a fool to want you, I'm a fool to want you, to want a love that can't be true... (Billie Holiday)
11. Throw me tomorrow, seeing my past to let it go. Throw me tomorrow, only for you I don't regret... (David Bowie)
12. I'm a tree that grows hearts, one for each that you take. You're the intruder hand, I'm the branch that you break... (Bjork)
13. Sovrappensiero ti guardi vivere e t'incammini... (Bluvertigo)
14. Let down and hanging around, crushed like a bug in the ground... (Radiohead)
15. Sono sicuro che dentro qualcosa ti manca; di rose e di noia devi essere stanca. Che strade percorri toccando il cuscino? A volte, lo so, mi vorresti vicino... (Decibel) 
16. You say in love there are no rules. Oh love, sweetheart, you're so cruel... (U2)
17. Salirò salirò fra le rose di questo giardino. Salirò salirò fino a quando sarò solamente un puntino lontano... (Daniele Silvestri)
18. So for once in my life let me get what I want, Lord knows it would be the first time... (Smiths)
19. I don't know why nobody told you how to unfold your love. I don't know how someone controlled you, they bought and sold you... (Beatles)
20. Aiutami a ritrovare l'interesse per le piccole cose che sono alla base di tutte le promesse del futuro che cresce... (Tiromancino)
21. You've never met anyone who is as everything as I am sometimes. And you're still here... (Alanis Morissette)
22. Quando arrivi, quando verrai per me, guarda all'angolo del cielo dove è scritto il tuo nome ed è scritto nel ferro del cerchio di un anello dove ancora mi innamoro... (Vinicio Capossela)

La playlist può essere ascoltata, utilizzando la radio presente nella colonna di destra del blog.



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mercoledì, 17 maggio 2006
Amsterdam, Amsterdam, Amsterdam

Ratto di GanimedeFra un mese esatto sarò ad Amsterdam per la terza volta in vent’anni (semplicemente adoro questa città). Quest’anno nella capitale olandese ed in tutta la nazione si ricorda la nascita, avvenuta 400 anni prima, di Rembrandt (1606-1669), con avvenimenti unici e di grandissimo valore. L’evento principale è sicuramente la mostra, incentrata sull’accostamento dei capolavori del maestro olandese  e di quelli del Caravaggio. L’esposizione intende mettere in evidenza attraverso una quarantina di opere, giunte dai maggiori musei del mondo, i tratti comuni ai due grandi rappresentanti dell’arte figurativa barocca. Tale “vicinanza” è incontestabile, malgrado Rembrandt e Caravaggio per motivi anagrafici non avessero potuto incontrarsi (l’italiano morì nel 1610, quattro anni dopo la nascita dell’olandese), e nonostante il diverso contesto in cui operarono. Il primo lavorò, infatti, in un ambiente di fede protestante, al servizio di ricchi borghesi, mentre il secondo dipinse in particolare per esponenti della Chiesa cattolica e dell’aristocrazia. Se Rembrandt non fu mai in Italia, egli conosceva, però, i cosiddetti caravaggisti, attivi a Utrecht, ed ebbe modo di entrare in contatto con la maniera del pittore italiano anche grazie a uno dei suo maestri, Pieter Lastman, che nel 1602 aveva visitato Roma.

Rembrandt e Caravaggio crearono entrambi una pittura rivoluzionaria per l’epoca, specie per il realismo, ed entrambi ebbero un’autentica ossessione per la luce, espressa attraverso il chiaroscuro. I loro stili rimasero comunque ben distinti perché, mentre l’olandese usava una luce diffusa e pennellate molto evidenti, l’italiano si esprimeva con una pittura meno strutturata, dipingendo ombre e luci ben definite e in deciso contrasto.



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lunedì, 15 maggio 2006
Ma l'assassino?

In questo periodo sto ritornando ai classici. Sia per quanto riguarda i film che sto vedendo, che per i libri che ho sul comodino, che per i viaggi che intendo fare a breve. C’è una sorta di “filo rosso” che si stabilisce con i classici. E’ un fatto di appartenenza e di riconoscibilità di cui probabilmente si sente più il bisogno in un momento caratterizzato da cambiamenti. E’ come evolvere, mantenendo, in qualche misura, ben ferma la propria identità. E’ come andare incontro al bianco, elaborando il vecchio, caro e personale nero.

Parlando di nero e quindi di “noir”, non è senza significato che abbia preso a leggere uno dei romanzi che più mi aveva coinvolto da ragazzino. “Dieci piccoli indiani” scritto da Agatha Christie nel 1939, è un giallo definitivo che mette insieme tutti i luoghi comuni della letteratura gialla e, non senza coraggio, li demolisce uno alla volta. In un'isola deserta e lontana da ogni collegamento con la terra ferma vengono riunite dieci persone, tra loro perfetti estranei, da parte di un misterioso e mai visto signor Owen. E pian piano iniziano a morire, uno ad uno, come se le loro morti seguissero l'incitamento di una filastrocca che fa riferimento, appunto, a dieci 'poveri negretti', titolo originale cambiato in italiano per rispettare il politically correct:

Dieci poveri negretti se ne andarono a mangiar: uno fece indigestione, solo nove ne restar.
Nove poveri negretti fino a notte alta vegliar: uno cadde addormentato, otto solo ne restar.
Otto poveri negretti se ne vanno a passeggiar: uno, ahimè, è rimasto indietro, solo sette ne restar.
Sette poveri negretti legna andarono a spaccar: un di lor s’infranse a mezzo, e sei soli ne restar.
I sei poveri negretti giocan con un’alvear: da una vespa fu uno punto, solo cinque ne restar.
Cinque poveri negretti un giudizio han da sbrigar: un lo ferma il tribunale, quattro soli ne restar.
Quattro poveri negretti salpan verso l’alto mar: uno un granchio se lo prende, e tre soli ne restar.
I tre poveri negretti allo zoo vollero andar: uno l’orso ne abbrancò, e solo due ne restar.
I due poveri negretti stanno al sole per un pò: un si fuse come cera, e uno solo ne restò.
Solo, il povero negretto in un bosco se ne andò: ad un pino si impiccò e nessuno ne restò.

Ognuno, chiaramente, comincia a sospettare degli altri, e ognuno ha qualche colpa da nascondere, che puntualmente, prima di morire, salta fuori. Tutti sono vittime, tutti sono detectives, tutti sono colpevoli. Ma l'assassino?



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giovedì, 11 maggio 2006
Cosa sappiamo dell'amore?

Charlie Brown

Che l'amore sia tutto quel che esiste

è tutto ciò che noi sappiamo dell'amore;

e può bastare che il suo peso

sia uguale al solco che lascia nel cuore.

(Emily Dickinson)



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