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Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!

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Una volta nella vita, solo una e per favore, vorrei essere bello da togliere il fiato. Per riposare, mica per altro. Per recuperare una minima parte delle energie che ho speso in tutta la vita per essere carino, divertente, seducente, spiritoso, simpatico, diverso, imprevedibile, adorabile, forte, coraggioso, disponibile, intelligente, complice, paterno, sensibile, consapevole, preparato, informato, comprensivo, responsabile, affidabile e politicamente corretto. Solo per 48 ore... poi torno!


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giovedì, 28 settembre 2006
Sull'ironia, il "pensare a parte" e i maccheroni

Sono da sempre fermamente convinto che l'ironia e l'autoironia siano doti imprenscindibili per affrontare nel modo migliore l'esistenza. Spesso le cose della vita sono difficili e talvolta dolorose. Se si è in grado di mantenere fra noi e loro la giusta distanza, che è proprio quella che può offrire una prospettiva ironica, saremo in grado di leggerle meglio, osservandole nel loro insieme, evitando così di restarne eccessivamente condizionati o persino travolti. L'ironia è di certo strettamente legata con la capacità critica e d'astrazione ed è foriera di leggerezza, che è tutt'altra cosa rispetto alla superficialità. E' una delle più sofisticate forme d'uso dell'intelligenza, poichè permette anche l'autocritica, l'accettazone dei propri limiti, senza, per tale motivo, dover cadere nel rancore. Un atteggiamento, questo, attribuito tipicamente alle persone serene e compiute. Infatti non è un caso che le persone immature che ho conosciuto in vita mia, fossero tutte desolatamente prive di autoironia. Qualcuno ha detto che chi è intelligente può anche comportarsi da scemo, ma lo scemo di sicuro non potrà mai fare il contrario.

Mi piace citare alcune definizioni del filosofo danese Kierkegaard a proposito dell'ironia: "L’ironia è l’occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l’assurdo, il vano dell’esistenza", e ancora: "Ciò che il dubbio è per la scienza, è l’ironia per la vita personale" ed infine: "L’ironia si mostra nella sua verità proprio insegnando a rendere effettiva la realtà, ad accettarla come si conviene." Lo scrittore ungherese Arthur Koestler sostiene poi che ironia e creatività hanno strutture simili perché in entrambe entra in gioco ciò che lui chiama "bisociazione", cioé la percezione simultanea ed improvvisa di una situazione o di un’idea su due distinti sistemi di riferimento, governati da una logica o una regola differente. Lo shock bisociativo ha l’effetto di rendere esplicito ciò che prima era implicito o dato per scontato, e può essere seguito da una elaborazione che conduce alla nascita di una nuova idea. Nel caso dell’apprezzamento dello humour, la sorpresa e la ricostruzione della coerenza tra le parti discrepanti (che impegna il soggetto in un problem solving) generano il divertimento e la risata, liberando la tensione emotiva accumulata. Koestler suggerisce che tutte le attività creative - l'ironia, la scoperta scientifica e l’arte - abbiano in comune proprio questo processo di base, uno scarto del pensiero:  il "pensare a parte". Ciò che Pirandello chiamava il "sentimento del contrario", da non confondere con il comico, che è solo l' "avvertimento del contrario". L'esempio è dello stesso Pirandello: "Vedo una vecchia signora coi capelli ritinti (...), e poi tutta imbellettata e parata d'abiti giovanili. Avverto che quella signora è il contrario di quello che una vecchia e rispettabile signora dovrebbe essere". Il comico è appunto un
avvertimento del contrario. Se però subentra la riflessione, si può pensare che la povera donna sia costretta a mascherarsi così nel disperato tentativo di trattenere a se l'amore del marito più giovane di lei; ecco che allora la risata lascia il posto ad un complesso di sentimenti più profondi e più umanamente vicini a quella vistosa maschera. Dall'avvertimento del contrario si è quindi passati al sentimento del contrario, che rompe il riso e fa vedere una realtà più triste. Ecco allora come l'arte umoristica non cerchi l'armonia, ma scomponga la vita per metterne in luce tutte le contraddizioni.



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martedì, 26 settembre 2006
Ribelle senza una causa

James Dean morì in un incidente stradale la sera del 30 settembre 1955 a sud di San Francisco, mentre con la sua Porshe argentea stava recandosi a Salinas per partecipare ad una gara automobilistica. Il suo fu un mito generato dalla morte, poichè fino ad allora l'attore, non ancora 25enne, non aveva avuto abbastanza tempo per costruirselo. Con soli 3 film di rilievo interpretati in meno di due anni, la sua fama e la sua personalità da ribelle non erano consolidate. A sbarrargli la strada, peraltro, v'erano anche due attori con caratteristiche simili ed immenso talento. Di loro Dean ebbe a dire una volta: «E' come se in una mano avessi Marlon Brando che dice "fottimi per tutta la notte" e nell'altra avessi Montgomery Clift che dice "ti prego perdonami, ti prego perdonami" ed io stessi da qualche parte nel mezzo». Occorre dunque cercare di capire perchè questo straordinario fenomeno di costume esplose dopo la morte dell'attore. Il fatto è che la sua tragica ed improvvisa scomparsa arrivò al momento giusto, nel senso che coincise con il diffuso malessere della generazione degli anni '30 uscita dalla Seconda Guerra Mondiale. Questi ragazzi non avevano nè combattuto nè vinto e si sentivano emarginati dall'America trionfalistica e ottimista dei padri, e proprio sui padri, accusati di pensare più al denaro che ai loro problemi, riversarono la loro delusione. Non c'erano segni, nè in Dean nè nei suoi coetanei, di rivolta politica o sociale: la ribellione era, per allora, di carattere intimo ed individuale.
 
James DeanJames Dean perse la madre a 9 anni e venne rifiutato dal padre che lo lascò agli zii perchè lo allevassero in una fattoria del Fairmount. Era molto miope, piccolo di statura, timido e goffo con le ragazze. Si rifugiò spesso nella maleducazione e nell'arroganza come forma di difesa. Si mise in mente di fare l'attore e finì nel 1950 con l'andare a New York, dove frequentò l'Actor Studio di Lee Strasberg. Iniziò con l'interpretare piccole parti in alcuni film mediocri fino a quando a Broadway recitò "L'immoralista" che gli fece vincere il premio come miglior attore esordiente dell'anno e gli consentì di farsi notare dal pubblico e dalla critica. Aveva sfondato. Pensò allora di prendersi una rivincita su Hollywood, ostentando stranezze e cattive maniere. Di questo periodo fu il suo sfortunato, grandissimo amore per l'attrice italiana Anna Maria Pierangeli. I due si innamorarono perdutamente, ma la madre di lei non vedeva di buon occhio il fidanzamento, perchè lui non era cattolico e fece di tutto per separarli. Fece conoscere alla figlia un cantante di origine italiana, favorì il fidanzamento ed organizzò le nozze. E così, improvvisamente,  l'attrice ruppe la relazione con Dean e sposò il cantante. Il giorno delle nozze, l'attore si presentò davanti alla chiesa in jeans e giubotto di pelle, restando in sella alla sua moto con l'aria di un cucciolo abbandonato, per tutta la durata della cerimonia. Anni dopo la Pierangeli morì suicida, ma poco prima di uccidersi scrisse una lettera dove affermò che l'unico, vero, grande amore della sua vita era stato James Dean.
 
Intanto però, sulla sua recitazione ne "La Valle dell'Eden" di Elia Kazan piovevano le lodi: una recitazione nevrotica simile a quella di Brando, ma più sofferta. Il suo primo ruolo come protagonista era quello di un giovane pieno di turbamenti, che vorrebbe l'amore di un padre autoritario che gli preferisce il fratello. A sfruttare il successo del precedente, arrivò subito un secondo film: "Gioventù Bruciata" di Nicholas Ray, in cui Dean era un altro ragazzo privo di equilibrio, pieno di amore, ansie e rivolte. Di lui il regista disse «Sembrava deciso a non farsi amare: forse il dramma della sua vita fu proprio il conflitto fra il desiderio di darsi e la paura di darsi. Ma dietro il suo atteggiamento arrogante si nascondeva una grande dolcezza e vulnerabilità. Aveva bisogno di sentirsi al centro di tutto e, al tempo stesso, di sentirsi infelice. L'impasto di bene e male che c'era in lui lo rendeva affascinante». La pellicola ebbe un consenso persino maggiore rispetto a quello del primo film e così i produttori misero in cantiere un terzo progetto: "Il gigante" di George Stevens, in cui Dean recitava accanto a due giganti del box office: Elizabeth Taylor e Rock Hudson, interpretando un personaggio visto in un arco temporale che va dall'adolescenza fin verso i cinquant'anni. Un modesto bracciante diventato ricchissimo grazie al petrolio, ma reso comunque infelice dal segreto e disperato amore di tutta una vita per la moglie del possidente terriero per il quale lavorava da giovane. Su di lui Francois Truffaut scrisse: «Dean va contro cinquant'anni di cinema. Lui recita qualcos'altro da quello che pronuncia, il suo sguardo non segue la conversazione, provoca una sfasatura tra l'espressione e la cosa espressa. Ogni suo gesto è imprevedibile. Dean può, parlando, girare la schiena alla cinepresa e terminare in questo modo la scena, può spingere bruscamente la testa all'indietro o buttarsi in avanti, può ridere là dove un altro attore piangerebbe e viceversa, perché ha ucciso la recitazione psicologica il giorno stesso in cui è apparso sulla scena».



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venerdì, 22 settembre 2006
A Question of Lust

Depeche Mode visti da Anton CorbijnFra un mese usciranno con un nuovo singolo ed una raccolta di successi. Mi piace ricordarli vent'anni fa, quando, alla metà degli anni '80, a fronte del grande fermento della scena musicale inglese, contrassegnata da un forte impulso creativo, i Depeche Mode attraversano un momento cruciale della loro carriera. A un anno da "Some Great Reward" e dal tour omonimo, Martin Gore inizia ad intravedere la fine dell'era dei sintetizzatori e di gran parte degli elementi sino ad allora imprescindibili nel stile della band. L'uscita della prima raccolta di singoli, il logico compimento di un'epoca, è il pretesto ideale per la svolta dei Depeche, che si riassume in "Black Celebration", considerato, a ragione, l'emblema della maturazione artistica del gruppo e il loro secondo punto di partenza. Il disco ha il grande merito di riuscire a condensare, in una sorta di summa pop, tutti i suoni che caratterizzano la migliore new wave di quegli anni.

In "Black Celebration" del 1986, la voce di Dave Gahan si fa più cupa e sofferta, pur mantenendo quella suggestività che aveva mostrato nei precedenti album. Ascoltando il disco, risulta difficile credere che si tratti dei medesimi autori dei brani spensieratamente pop degli esordi. Il primo singolo "Stripped" conferma la straordinarietà di un album scritto con estrema meticolosità, e segna il nuovo  sound dei Depeche che li porterà verso atmosfere più inquiete e dark.  Il motore di un'auto che si avvia sul loop meccanico quasi industrial è l'incipit di questo pezzo malinconico, vibrante, fortemente impregnato di atmosfere berlinesi, città dove Gore si è ormai stabilmente trasferito.  Il secondo singolo "A Question of Lust" è una ballata intensa, cadenzata da scampanellii sintetici e sorretta da un altro testo struggente ("It's a question of lust. It's a question of trust. It's a question of not letting what we've built up. Crumble to dust. It is all of these things and more that keep us together"). Parallelamente all'evoluzione sonora, infatti, il disco rivela un lato della poetica di Gore completamente diverso dalle prove precedenti. Alle liriche giovanili e leggere, l'autore riesce a contrappore quelle amarezze universali che saranno la base degli album successivi. Il 1986 è anche l'anno dell'incontro con Anton Corbijn, il fotografo e regista che diventerà presto un personaggio centrale nel lavoro della band. La collaborazione ha inizio con il video del terzo singolo: "A Question of Time", il cui nervoso tessuto sonoro fa da sfondo all'immaginario visivo che si svilupperà negli anni a venire.

 Depeche Mode > A Question of Lust



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mercoledì, 20 settembre 2006
Autunno

Autunno



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domenica, 17 settembre 2006
Alla mattina lei apriva la finestra

La Finestra90 anni fa, nel 1916, Henry Matisse dipinge "La Finestra". Amo molto questo quadro, tanto da averne una stampa incorniciata, appesa ad una parete della mia sala. Il percorso pittorico di Matisse è costellato di finestre, aperte su Tangeri, su Nizza, su Parigi (o anche "sul cortile" potrei aggiungere io). Gli interni danno quasi sempre su una finestra e persino le donne, tanto amate dall’artista, sono spesso raffigurate nei pressi di un davanzale, come se il pittore non potesse fare a meno di uno squarcio su quanto sta oltre. In questo senso la finestra rappresenta una demarcazione fra il dentro ed il fuori, fra uno spazio concreto e ridotto e uno spazio grande e aperto, in una dialettica che implica la ricerca di identità fra realtà e sogno.
 
Matisse, fondatore del movimento fauve, una sorta di variante "mediterranea" e solare dell’espressionismo, è fra gli artisti più innovativi della cultura contemporanea. Abbandona da subito il principio tradizionale dell'imitazione, della verosimiglianza con la natura, per usare il colore in funzione creativa. Esso quindi viene svincolato dalla realtà che rappresenta, per esprimere le sensazioni che l’artista prova di fronte all’oggetto che riproduce. I suoi quadri sono tutti risolti sul piano della bidimensionalità, sacrificando al colore sia la tridimensionalità, sia la definizione dei dettagli. L’uso del colore in Matisse è quanto di più intenso è vivace si sia mai visto in pittura. Usa colori primari stesi con forza e senza alcuna stemperatura tonale. La sua attività pittorica si svolge per decenni, nel suo quieto ambiente familiare, lontano dai clamori della vita mondana. Realizza la sua ricerca portando il suo stile ad un affinamento progressivo fino a farlo giungere, in tarda età, alle soglie dell’astrattismo, senza però mai perdere il gusto per la forza espressiva del colore. Notevole inoltre la vastità della sua produzione, che si estende alla scultura, alla ceramica, agli arazzi, alle illustrazioni per opere letterarie, fino ai costumi e alle scenografie teatrali.
 
 Lucio Dalla > La Casa in Riva al Mare



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venerdì, 15 settembre 2006
La verità, vi prego, sull'amore

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sull’autobus mi pesterà un piede?
Arriverà come il cambiamento improvviso del tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull’amore.
Wystan Hugh Auden (da "La verità, vi prego, sull'amore")
Amare e' soffrire. Se non si vuol soffrire non si deve amare. Pero' allora si soffre di non amare, pertanto amare e' soffrire, non amare e' soffrire e soffrire e' soffrire. Essere felici e' amare, allora essere felici e' soffrire, ma soffrire ci rende infelici, pertanto per essere infelici si deve amare o amare e soffrire o soffrire per troppa felicita'... io spero che tu stia prendendo appunti.
Woody Allen (da "Amore e Guerra")
L'amore è un gesto pazzo, come rompere una noce con il mento sopra il cuore.
Pasquale Panella (da "Però il rinoceronte")
 Charles Schultz (da "Comic Strip Peanuts")



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martedì, 12 settembre 2006
E' la Rete, bellezza!

«Un buon giornale corrisponde, credo, alla voce di un paese che dialoga con se stesso», ha detto Arthur Miller nel 1961. Dieci anni dopo due reporter del Washington Post scrivevano una serie di articoli che avrebbero causato le dimissioni del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon e fatto vivere al giornalismo statunitense uno dei momenti più alti della sua storia. In passato la carta stampata ha dettato l'agenda degli altri media e influenzato le decisioni di governi e compagnie. Ma negli ultimi anni i giornali sono diventati una specie protetta e la loro capacità di raccogliere pubblicità, e finanziarsi, è in crisi. Di tutti i vecchi media i quotidiani sono quelli che più hanno sofferto l'avvento di Internet.
 
La circolazione dei giornali è da anni in calo negli Stati Uniti, in Europa, in America Latina, Australia e Nuova Zelanda ma Internet le ha inferto un colpo mortale. Nel suo libro "The vanishing newspaper", Philip Meyer ha calcolato l'esatta data di morte dei quotidiani, fissata al primo trimestre del 2043. Il fatto è che i giovani, soprattutto quelli tra i 15 e i 24 anni, passano sempre più tempo al PC dove leggono anche le notizie del giorno, di fatto rinunciando a comprare il giornale. Gli inserzionisti Keep on Bloggingabbandonano la nave: molti di loro hanno spostato la pubblicità sui siti web che hanno ormai molta più visibilità della carta stampata. Nei prossimi anni la crisi si farà più acuta e questo corrisponderà alla perdita di molti posti di lavoro. Per porre rimedio i giornali cercano di tagliare i costi investendo sempre meno in qualità, offrendo servizi di costume e spettacolo, più attraenti per molti lettori. Il punto è che i giornali hanno sempre avuto un ruolo di primo piano nei sistemi democratici. La crisi attuale farà venir meno uno degli attori più importanti nella nostra società? Probabilmente gli effetti della crisi saranno meno gravi del previsto, dopotutto i giornali hanno già superato l'avvento e la crescita della TV. Quotidiani importanti e prestigiosi come il New York Times e il Wall Street Journal non avranno difficoltà ad aumentare il prezzo di vendita per arginare la fuga degli inserzionisti e continuare a offrire inchieste di qualità. Paradossalmente le difficoltà della carta stampata non corrispondono a una minore circolazione di informazione tra i cittadini. Al contrario, la Rete ha aumentato a dismisura la possibilità di informarsi, di accedere a fonti diverse senza limitarsi ai soli quotidiani nazionali.
 
Una nuova generazione di cittadini-giornalisti, di Bloggers, si è fatta avanti forte del suo portatile e della volontà di documentare e commentare fatti e notizie. I limiti di questo nuovo giornalismo sono evidenti: prevalgono le notizie locali e i punti di vista, ma in fondo questo è solo l'inizio della rivoluzione. In rete blogger e reporter si stanno organizzando. Presto potrebbe diffondersi il modello - già sperimentato dal Christian Science Monitor o dal Guardian per esempio - di un giornalismo finanziato da organizzazioni non profit. Alla fine dei conti, quel dialogo sociale di cui parlava Arthur Miller nel '61 potrebbe diventare più rumoroso che mai, nonostante il declino dei media tradizionali.

(da "The Economist")



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sabato, 09 settembre 2006
Le sue canzoni sono aria

8 anni fa, all'età di 55 anni, moriva Lucio Battisti. Mi piace ricordarlo oggi con uno stralcio dall'articolo che Michele Serra scrisse in quei giorni, e poi riproponendo la memorabile esibizione che il cantante di Poggio Bustone fece a "Teatro 10", il 23 aprile del 1972 insieme a Mina. Battisti andò ospite della trasmissione di cui Mina era la vedette principale per presentare il suo nuovo 45 giri, I giardini di Marzo. Per l'occasione i due artisti decisero di dar vita ad una piccola session dal vivo, accompagnati dai musicisti con cui Battisti aveva lavorato alla realizzazione di Umanamente uomo: il sogno. Il duetto fu assolutamente trascinante, con Battisti molto compiaciuto della situazione e Mina che dimostrava ancora una volta quanto quel repertorio le fosse congeniale. Gianni Dall'Aglio, che quella domenica sera suonò la batteria, ricorda: "Battisti era entusiasta, si sentiva sicuro quando aveva la band giusta. Ed infatti lo si nota guardando le immagini, perchè si gira spesso verso di noi a guardarci o a darci gli attacchi; si sentiva musicista anche se in quell'occasione non suonava niente, ma stava idealmente con noi. Facemmo pochissime prove, e la cosa che mi colpisce oggi, a rivedere quel filmato, è che nessuno di noi allora avrebbe immaginato che sarebbe diventato un classico della musica leggera italiana".

"La morte di Lucio Battisti è un grande e profondo dispiacere popolare. Che cosa significhi "popolo", oggi, non è più ben chiaro. Nel caso, però, è chiarissimo: significa che molti milioni di italiani di ogni ceto sociale e di almeno due generazioni hanno cantato le stesse canzoni. C'è una chiave, in ogni bella canzone e in tante di Battisti, che ci apre e ci scioglie come fossimo prigioni di burro. Se almeno in queste ore, piuttosto che contenderci le spoglie della sua voce come già avviene (si ascoltano pareri stonati come rivendicazioni), riuscissimo a parlare di questa comune tenerezza, di questo esserci arresi tutti insieme alla stessa cosa, potremmo imparare
qualcosa di più su ciascuno di noi. Nel rimescolo di pensieri che la morte del vecchio ragazzo Lucio suscita, nessuno può davvero orientarsi se non accetta di inchinarsi ai sentimenti più banali, banali come le canzonette. Il ricordo di un amore, il primo bacio, la prima automobile, i compagni di scuola, una vacanza, una chitarra, una tenda, un falò sulla spiaggia, la classica e - giustamente - sbeffeggiatissima gita in pullman, e su tutto la giovinezza che sfuma (ad libitum, come era scritto nell'ultima riga dei vecchi spartiti), e va a morire silenziosa nel letto di un grande ospedale. "Mi sento improvvisamente vecchio", dicevano ieri parecchi dei passanti intervistati per radio o per tivù, e il doloroso omaggio al tempo che ci tradisce pareva molto più musicale di ogni altro saluto. [...] Battisti ci ha preso, quasi uno per uno, ciascuno nella propria vita e nella propria storia, così tante volte da farne, indiscutibilmente, il più grande compositore e cantante di canzonette che l'Italia abbia mai avuto. La sua misteriosa vita non ci permette di sapere se questo, umanamente, gli sia bastato. [...] Le sue canzoni sono nell'aria, sono aria e suoneranno all'infinito, o almeno per quanto infinita possa sembrarci la vita, tre minuti di canzone più tre minuti di canzone più tre minuti di canzone più tre minuti di canzone..." (Michele Serra)



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mercoledì, 06 settembre 2006
Lettera ad Alice

Signorina Alice,

mi dispiace ma non so chi lei sia. Probabilmente ha sbagliato indirizzo email. Purtroppo non posso raccogliere il suo gentile invito, perchè domani ho già un impegno con una ricercatrice storica, carina e dolce, ma un pò bislacca. Ci vedremo in quel di Isola del Cantone, in fondo in fondo ad una strada che si chiama Viale degli Smemorati. Il viale inizia poco dopo un ponticello e in quel punto preciso le persone hanno tutta la memoria di questo mondo. Poi, a mano a mano che si procede, invece, qualche particolare inizia a sfuggire ai ricordi, quindi si dimenticano sempre più cose, fino a quando, arrivati in fondo, proprio alla fine della via, ci si è completamente scordati di tutto.

E' uno strano posto Isola del Cantone, pieno pieno di rotonde sul mare, perchè tutto attorno, anche se non sembra, c'è il Mare del Nord. Poi ci sono generatori elettrici turchesi che spuntano come funghi quasi ovunque, ma gli abitanti del posto, gli Isolani - per l'appunto - ritengono che si tratti di contenitori per l'immondizia! Mi sto domandando ora, se tanto mi dà tanto, dove infilino il cavo dell'alimentazione del phon... probabilmente nel cestino dei rifiuti sotto il lavandino della loro cucina. E poi, di fronte a dei giardini, ci sta una bella scuola in cui c'è una targa con la foto di ogni ricercatrice storica che vi ha studiato da ragazzina, cosicchè, se la persona in questione fosse prima passata dal Viale degli Smemorati, può andarsi a leggere chi è e scoprire di sè delle cose che non sapeva più. Ed inoltre ci sono strani locali in cui la gente mangia in silenzio, ascoltando quello che si dice al tavolo vicino, cercando di capire perchè si rida fino alle lacrime agli occhi, cosa che a loro - e questo mi rattrista molto - non è mai capitato. Ma la cosa più bizzarra - Signorina Alice - è che, per quanti generatori elettrici ci siano lungo le strade, di notte non esiste neppure un lampione acceso che porti alle località vicine, così da obbligare gli automobilisti a guidare a memoria.  Si, è proprio così... io credo che chiamino per nome ogni singola curva: "Ecco... fra 10 metri arriva Adele, ricordiamoci di chiederle come sta quando la percorriamo! Ti ricordi l'ultima volta di quanto si lamentasse per esser costretta a girare sempre a destra, mentre talvolta le sarebbe piaciuto svicolare un pò a sinistra, per avere nuovi panorami di fronte a sè!". Lo fanno per familiarizzare, prendere confidenza e così ricordarsi meglio la strada. E' uno strano posto Isola del Cantone - Signorina Alice - ma io ci ritorno domani.

Stia bene dovunque lei sia. Paolo.



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domenica, 03 settembre 2006
Life is a state of mind

L'8 settembre 1925 nasceva Peter Sellers, uno dei più grandi geni comici del secolo scorso, abilissimo nei travestimenti e nelle imitazioni, ma assolutamente credibile anche nell'interpretare ruoli drammatici. A detta di tutti era un uomo con cui era difficile vivere e lavorare. La sua vita privata fu molto inquieta. Collezionò 4 mogli, fra cui la bella attrice svedese Britt Ekland ed ebbe numerose passioni, la più celebre delle quali fu quella, non corrisposta, per Sofia Loren. Come molti comici, nutriva seri dubbi sulle sue capacità e questo lo rendeva soggetto a periodi di forte depressione. Fu inoltre tradito da troppi sceneggiatori e registi che non seppero sfruttare appieno il suo
immenso talento. La sua filmografia annovera, comunque, anche una serie di film buoni e persino eccezionali, che gli assicurano un posto di primissimo piano nella storia del cinema. Fra questi cito "Il ruggito del topo" (1959), "Lolita" (1962) e "Il dottor Stranamore" (1964) entrambi di Stanley Kubrick,  "Hollywood Party" (1968) di Blake Edwards e soprattutto "Oltre il giardino" (1979) di Hal Ashby, un autentico capolavoro in cui Sellers fornisce un'intepretazione sottile, misurata, poetica e commovente, nei panni di un Forrest Gump silenzioso ed analfabeta, che viene portato in trionfo come genio della politica (uno dei miei film preferiti in assoluto, di cui ripropongo una sequenza). Con "La pantera rosa" (1963) Sellers crea il mito dell'ispettore Clouseau, il maldestro detective francese che ruba la scena al personaggio di David Niven che avrebbe dovuto, nelle intenzioni, essere la vera star del film. La pellicola ha un tale successo che l'anno successivo viene realizzato un brillante seguito intitolato "Uno sparo nel buio". Quando la serie viene riesumata negli anni settanta, perchè Sellers si trova in seri problemi economici e di popolarità, l'ispettore Clouseau è diventato una parodia, che comunque raccoglie nuovamente i favori del grande pubblico. Nel 1980, a soli 55 anni, il cuore malato ed una vita condotta sul filo dell'autolesionismo lo portano ad una morte prematura.

Peter Sellers & Sofia Loren > Goodness Gracious Me



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