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Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!

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Una volta nella vita, solo una e per favore, vorrei essere bello da togliere il fiato. Per riposare, mica per altro. Per recuperare una minima parte delle energie che ho speso in tutta la vita per essere carino, divertente, seducente, spiritoso, simpatico, diverso, imprevedibile, adorabile, forte, coraggioso, disponibile, intelligente, complice, paterno, sensibile, consapevole, preparato, informato, comprensivo, responsabile, affidabile e politicamente corretto. Solo per 48 ore... poi torno!


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mercoledì, 29 novembre 2006
Cary Grant

Cary GrantArchibald Alexander Leach, in arte Cary Grant, nacque a Bristol in Inghilterra nel 1904 e quandò nel 1920 si trasferì in America, aveva già lavorato per 5 anni con compagnie di acrobati e di comici girovaghi. Cresciuto a canzonette, capriole e salti mortali, si ritrovò a fare le stesse cose nel vaudeville americano, senza però grande riscontri. Verso la fine degli anni '20, iniziò a frequentare il teatro prima, ed il cinema poi, con alcune parti in commedie musicali e film sentimentali senza troppi pregi artistici. Sfondò nel 1936 con "Il diavolo è femmina" di George Cukor, in cui inaugurò il suo felice sodalizio con Katherine Hepburn. A seguito di questo primo successo fu il protagonista di varie commedie brillanti, sempre in ruoli di giovanotti allegri che sapevano come "vivere", senza mai risultare monocorde o ripetitivo. Nel 1941 Alfred Hitchcock decise di fargli interpretare "Sospetto". Anche se il finale del film fu addolcito, perchè i produttori impedirono ad Hitch di porre in essere il suo primo intento di girare una commedia nera su un fascinoso marito che avvelena lentamente la moglie che lo adora, il ruolo di Grant, che giostra credibilmente col tema dell'equivoco, si discosta da tutti quelli precedenti. Il regista inglese tornò 5 anni dopo ad esplorare il lato più ambiguo ed inquietante dell'attore, con il capolavoro "Notorious, l'amante perduta", storia di un uomo che si serve cinicamente per i propri fini di una donna, pur amandola. Negli anni '40 Grant interpretò molte opere di rilievo, anche se in genere meno impegnate dei suoi film con Hithcock, Frank Capra e Howard Hawks. Fu proprio quest'ultimo, nel 1949, ad infondergli una nuova carica interpretativa con "Io ero uno sposo di guerra", una delle più brillanti commedie americane sul sesso, il cui trionfo fu dovuto all'evidente divertimento di Grant nel travestirsi da donna. Con gli anni '50 l'attore accettò gli inevitabili segni dell'età e lavorò un pò meno, anche se era assolutamente in grado di stare ancora al fianco di attrici molto più giovani di lui. In "Caccia al ladro" del '55, ad esempio, fu partner ideale di Grace Kelly e si trovò perfettamente a suo agio nell'atmosfera di avventura sofisticata che permeava l'opera. La sua ultima grossa prova fu nel 1959, quando interpretò la parte di un uomo qualunque alle prese con una macchinazione ben più grande di lui, in "Intrigo Internazionale", ancora per mano di Alfred Hitchcock.
 
Tra i belli dello schermo Cary Grant rappresentò qualcosa di più del divo disinvolto ed attraente. Infatti, ancor oggi, a 20 anni esatti dalla sua morte, è impossibile non ripensare a lui come all'incarnazione dell'eleganza, della seduzione e dell'ironia. A chi gli chiedeva «Ma chi è davvero Cary Grant?», rispondeva tranquillo: «Vorrei saperlo anche io. Quando lo scoprite, ditemelo».



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lunedì, 27 novembre 2006
Ragazzi, se la realtà fosse così!

Ragazzi, come sarebbe bella la vita se, facendo la coda al cinema, si potesse mettere a tacere gli strafottenti, come Woody Allen fa in "Io & Annie"! Confesso che anch'io non so cosa darei per avere un'enorme palata di cacca di cavallo per poter sistemare in questo modo le persone che non hanno rispetto per il prossimo, quelli che disattendono le promesse fatte, o quelli che, falsamente amici, sono in realtà invidiosi dei tuoi successi, o ancora  gli ipocriti, gli opportunisti, gli egoisti, i meschini, quelli che parcheggiano in seconda fila, i furbi che tanto se la cavano sempre, quelli che riversano su di te le proprie insoddisfazioni o quelli che, come cantava Enzo Jannacci, "accendono  un   cero   alla   Madonna
perche' hanno il nipote che sta morendo, oh yes! Quelli che Mussolini e' dentro di noi, oh yes! Quelli che votano a destra perche' hanno paura dei ladri, oh yes! Quelli che votano scheda bianca per non sporcare, oh yes! Quelli che non si sono mai occupati di politica, oh yes! Quelli che tengono al re. Quelli che tengono al Milan, oh yes! Quelli che non tengono il vino, oh yes! Quelli che credono che Gesu' Bambino sia Babbo Natale da giovane, oh yes! Quelli che la notte di Natale scappano con l'amante dopo aver rubato il panettone ai bambini, oh yes! Intesi come figli, oh yes! Quelli che fanno l'amore in piedi convinti di essere in un pied-a-ter, oh yes! Quelli che con una bella dormita passa tutto, anche il cancro, oh yes! Quelli che ti spiegano le tue idee senza fartele capire, oh yes! Quelli che organizzano la marcia per la guerra, oh yes! Quelli che organizzano tutto, oh yes! Quelli che sono soltanto le due di notte, oh yes! Quelli che cantano dentro nei dischi perche' ci hanno i figli da mantenere, oh yes! Quelli che quando perde l'Inter o il Milan dicono che in fondo e' una partita di calcio e poi vanno a casa e picchiano i figli, oh yes! Quelli che per principio non per i soldi, oh yes! Quelli che l'ha detto il telegiornale, oh yes! Quelli che lo statu quo che nella misura in cui che nell'ottica, oh yes! Quelli che sono onesti fino a un certo punto, oh yes! Quelli che la mafia non ci risulta, oh yes! Quelli li'..."



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sabato, 25 novembre 2006
4. Psyco

Alfred Hitchcock: «Per l'inizio di Psyco ho sentito il bisogno di scrivere il nome della città, Phoenix, poi il giorno e l'ora in cui cominciava l'azione e, tutto ciò, per arrivare a questo fatto molto importante: erano le 3 meno 17 del pomeriggio ed è il solo momento durante il quale questa povera ragazza, Marion, può andare a letto con il suo amante. L'indicazione dell'ora suggerisce che salta il pranzo per fare l'amore». Psyco nasce un po' casualmente, dopo che un altro progetto piuttosto impegnativo a cui Hitchcock stava pensando, non potè essere realizzato. Il regista mirò ad un film a basso costo e lo concepì come una sfida: il suo scopo era quello di ottenere un'opera di qualità in poco tempo, con  pochi  mezzi,  senza  star
di prima grandezza e utilizzando un soggetto considerato degno di un horror di "serie B". Psyco è infatti tratto dal libro omonimo di Robert Bloch, un romanzo di scarso valore ispirato ad un serial killer realmente esistito. Per le riprese Hitchcock si servì prevalentemente di una troupe di formazione televisiva e finanziò l'impresa di tasca propria: la cifra assai contenuta di 800.000 dollari si rivelò un ottimo investimento, perchè il film costituì il suo maggior successo, con utili nel corso degli anni di milioni di dollari. Nonostante Hitchcock insistè sul valore specificatamente "filmico" di Psyco, affermando che il soggetto e i personaggi gli interessavano poco rispetto a montaggio, fotografia, colonna sonora e gioco di suspense con lo spettatore, non si può negare che nella vicenda si ritrovino alcune costanti tematiche proprie del regista: l'interesse per la psiche umana, il tema del doppio qui presente come dissociazione della personalità, quello della sessualità rimossa o pervertita o vissuta come peccato, il voyeurismo, il rapporto tra colpevolezza e innocenza, ambiguità e difficoltà dei rapporti umani, in particolare tra uomini e donne. Ma se è vero che già di per sè tali elementi possono costituire la base di un film intrigante, la forza di Psyco non risiede poi tanto in ciò di cui parla quanto in come ne parla. Notevole, innanzitutto, è la struttura dell'opera, il suo articolato ed abile gioco di anticipazioni rivelatrici e di inganni tali da rendere di più difficile comprensione il reale svolgersi degli eventi.
 
Psyco è fitto di allusioni. Infatti se si ascoltano attentamente i dialoghi tra Norman Bates (un Anthony Perkins straordinariamente ambiguo) e Marion Crane (Janet Leigh, praticamente perfetta nella parte della segretaria che in un momento di debolezza ruba 40.000 dollari al suo principale), ci si accorge che tutto viene tutto sottilmente anticipato: sia l’omicidio della donna (paragonata agli uccelli impagliati con cui il giovane addobba il salotto) che la follia del ragazzo (che per giustificare con Marion l'apparente strano comportamento della madre, dice «Mia madre oggi non è in sè»). La pellicola presenta inoltre delle false piste: per esempio il furto del denaro da parte di Marion non ha in realtà nessun ruolo nel delitto, così come nessuna importanza nello svolgersi degli eventi. Psyco arriva a negare ciò che normalmente ci si aspetterebbe. La morte inattesa della protagonista a quasi metà film, con l'arrivo di altri protagonisti con cui confrontarsi: la sorella e l'amante della vittima e l'agente Arbogast (che finirà anch'egli assassinato in una scena stilisticamente memorabile), hanno l'effetto di spiazzare completamente lo spettatore. Per questo motivo Hitchcock desiderava che il film fosse tenuto segreto, altrimenti il suo tocco magico non avrebbe potuto essere apprezzato. Fino all'ultimo si doveva credere che la mamma di Norman fosse viva, e quindi, non solo proibì di parlare della sceneggiatura ed impedì le visite sul set, ma fece anche spargere la voce che stava cercando un'attrice per il ruolo della madre.
 
La scena dell’omicidio di Marion Crane sotto la doccia è uno dei capisaldi del cinema, costruita con un montaggio serratissimo (sette giorni di riprese, 72 posizioni della macchina presa e soprattutto lo storyboard del grafico Saul Bass, autore, fra l'altro, dei bellissimi titoli di testa) che non mostra mai il colpo che affonda, ma ottiene lo stesso violentissimo effetto nella ferocia del montaggio (con quaranta inquadrature), nell'inquietante colonna sonora di Bernard Herrman, nell’apparente quiete che cala dopo l’omicidio, con la macchina da presa che passa dall’occhio della morta al tavolino dove sono i soldi rubati, per finire sulla finestra che si affaccia verso la casa dove il figlio scopre la madre sporca di sangue, e soprattutto nella sorpresa scioccante di veder morire la protagonista a un terzo del film. Il critico Enrico Ghezzi ha paragonato l’urlo di Janet Leigh al più famoso quadro di Munch, definendo quello della donna come il più terrificante della storia del cinema. Hitchcock riteneva che il bianco e nero nel suo tagliente contrasto di chiari e di scuri, di luci e di ombre, e nella sua forte valenza espressionistica avrebbe meglio reso la drammaticità della scena e di tutta la vicenda; non erano effetti di realtà quelli che cercava, tanto meno nelle scene di sangue, ma l'impatto di una violenza più sottile e penetrante. E come non associare il bianco e il nero con la duplicità del personaggio di Norman Bates? Vi è un'inquadratura, ad esempio,  in cui, dopo aver morbosamente spiato Marion che si spoglia, si volge verso la macchina da presa e il suo volto appare nettamente diviso: una metà in ombra ed una in luce. Psyco fa di ogni spettatore un voyeur complice di quanto sta accadendo: prima della scena pomeridiana di sesso, poi del furto di Marion, quindi dei due delitti, rendendolo tutt’uno con l’occhio di Norman che spia Marion, e chiamandolo a condividerne l’impulso erotico represso e la grottesca perversione a cui ha sottoposto il ruolo materno.



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giovedì, 23 novembre 2006
Quante cose da portare nel viaggio insieme



 Elisa feat. Ligabue > Gli ostacoli del  cuore
Ho sempre comperato poca musica italiana. Negli ultimi 10 anni: Battiato, Fossati, Pacifico, Capossela, Zucchero e, pochi giorni fa, Elisa. Venerdi scorso è uscito "Soundtrack 96-06", che raccoglie tutti i successi della cantante. L'antologia è impreziosita dalla canzone "Gli ostacoli del cuore" che Ligabue ha composto per lei. Il brano, un bell'esempio di pop di classe, ha liriche semplici ma che toccano le corde giuste, ed è fra i migliori che il rocker di Correggio abbia mai scritto. «A dir la verità», ha spiegato in una recente intervista, «quando ho scritto questa canzone, mi sono reso conto che era diversa dalle cose che in genere scrivo. C'era qualcosa di femminile, di intimistico, e così ho pensato che farla cantare ad Elisa sarebbe stata una cosa molto interessante. Le ho proposto di incontrarci, con la paura che a lei potesse non piacerle e in quel caso si sentisse in imbarazzo. In realtà, appena ascoltati i provini, ha voluto subito provare a cantarla, ed è stato un gran bel momento: si è creato un incredibile scambio di energia». Elisa, nell'occasione, si dimostra ancora una volta oltre che la migliore autrice italiana, anche un'interprete straordinaria. Ligabue, un pò a sorpresa, entra ad un minuto dal termine su un morbido sottofondo di chitarra, accompagnandola nell'arioso ritornello: "Quante cose che non sai di me. Quante cose che non puoi sapere. Quante cose da portare nel viaggio insieme...". E' bello pensare che fra le cose da portare nel viaggio insieme, ci sia anche questo post.



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mercoledì, 22 novembre 2006
Il lungo addio

Robert Altman approda ad Hollywood soltanto a 45 anni per dirigere la graffiante satira militare "Mash", basata sulle vicende di un ospedale mobile dell'esercito durante la guerra in Corea, e renderla un successo mondiale. Il film mostra per la prima volta la grande capacità del regista di montare insieme realismo e satira, lasciando il pubblico incerto su ciò a cui sta assistendo. Il film vince il Festival di Cannes e spiana la strada al decennio d'oro di Altman. Negli anni successivi seguono pellicole come "Il lungo addio", una rilettura raffinata ed irriverente del classico di Raymond Chandler, e soprattutto, nel 1975, "Nashville", considerato da molti il suo capolavoro. Il film è  costituito da tante storie che si intrecciano nella capitale della country music, un nuovo modo di raccontare apparentemente neutrale, quasi documentaristico, ma in realtà penetrante e suggestivo. Cantanti, attori, giornalisti, politici ripresi nella loro vita pubblica e privata. Uno spaccato amaro e simbolico delle inquietudini della società americana del tempo. Segue poi "Buffalo Bill e gli indiani" (1976), Orso d'oro al Festival di Berlino, in cui il regista prosegue nella revisione dissacrante degli eroi nazionali e della retorica che li accompagna. Altman è ammirato ovunque per la sua indipendenza ed originalità narrativa. Nelle sue storie impone dei non-eroi, dei personaggi che sembrano far di tutto per rifiutarsi di aderire ad idee preconcette, preferendo esercitare l'arte del dubbio piuttosto che dar prova di certezze.

Robert Altman
 
Non sempre però il pubblico, i produttori e la critica riescono a seguirlo nella sua varia ed estesa produzione, in special modo quando i suoi film si fanno più complessi ed eccentrici, come accade con "Un matrimonio" (1978), a cui partecipano, fra gli altri, Vittorio Gassman e Gigi Proietti, e poi con "Quintet" (1979). Ritrova la sua forma migliore negli anni '90 con film come "The Player" (1992), una dissacrante satira su Hollywood, Palma d'Oro a Cannes, "America Oggi" (1993), un affresco amaro ed impietoso sulla società americana di fine secolo, Leone d'Oro a Venezia, e "Pret-a-Porter" (1994), sul mondo della moda, in cui Marcello Mastroianni e Sophia Loren riproducono la famosa scena dello spogliarello di "Ieri oggi e domani" di De Sica. Nel 2001, con il thriller britannico "Gosford Park" conquista ben sette candidature agli Oscar, compresa la sua quinta personale come miglior regista. Si spegne il 21 novembre 2006, all'età di 81 anni, in un ospedale di Los Angeles. Solo 8 mesi prima, tardivamente, aveva ricevuto l'Oscar alla carriera.

«Non lavoro per denaro, ma perchè amo fare film e raccontare delle storie»: in queste parole c'è racchiuso lo stile unico, controcorrente e tagliente del regista americano. Colto e raffinato in un cinema sempre più commerciale, fautore di uno sguardo ostinatamente indipendente, è stato il grande vecchio della new wave che negli anni 70 rivoluziona Hollywood, insieme a Scorsese, Coppola e Spielberg. Pioniere dell'anti western, del neo noir e del film corale, precursore dunque di generi oggi assolutamente in voga, dichiara: «Sto cercando di realizzare un cinema che sia totalmente emozione, non un'opera di narrativa, nè qualcosa di intellettuale, quanto piuttosto qualcosa che spinga la gente, quando esce dalla sala, non a chiedersi cosa ha visto, ma ad interrogarsi sulle sensazioni che ha provato. Non è detto che ci riesca. Però, se lancio la prima pietra, qualcuno può farcela».
 
 Keith Carradine > I'm easy [Nashville Soundtrack]



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lunedì, 20 novembre 2006
Uccidete la democrazia

Come tempestivamente segnalato da Biancac,  venerdi prossimo, in allegato alla rivista "Diario", uscirà il DVD "Uccidete la democrazia", un'inchiesta di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani, per la regia di Ruben H. Oliva, in cui si sostiene che il voto del 9 e 10 aprile avrebbe subìto delle manomissioni attraverso una gestione poco chiara delle schede bianche. Intervistato da Lucia Annunziata per il programma di RaiTre "In 1/2ora", Deaglio chiama direttamente in causa l'allora ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu: «Dovrebbe dire perché le schede bianche sono inspiegabilmente crollate da un milione e 700mila delle elezioni politiche precedenti a 400mila». La Cdl contesta le tesi di "un film pieno di menzogne" e chiede un intervento urgente del Parlamento, RaiTre viene accusata di "faziosità e collateralismo".
 
brogli«Fatto sta che se il voto fosse stato regolare, e cosi’ non e’ stato» - continua Deaglio -  «la maggioranza di centrosinistra avrebbe adesso 15-20 senatori in più». Il direttore di "Diario" ripercorre i fatti occorsi durante la notte del 10 aprile scorso, ponendo sul tappeto alcune interessanti domande. Perché Giuseppe Pisanu si allontanò dal Viminale per andare a Palazzo Grazioli, quartier generale di Berlusconi, nei momenti cruciali dello spoglio?  Mai nella storia della Repubblica è successo che un ministro dell'Interno lasciasse il suo posto in un momento del genere!  Perché le schede bianche e nulle crollarono per la prima volta dopo sessant’anni? Perché i terminali della prefettura di Caserta si bloccarono per tre ore e ripresero a funzionare solo dopo che una nutrita delegazione dei Ds occupò l’ufficio del neonominato prefetto? Quale "disegno intelligente" fece sì che le schede bianche in tutta Italia, dalle grandi città ai più piccoli paesi, si fermassero improvvisamente tutte tra l’uno e il due per cento? Perché, a distanza di sette mesi, nessuna istituzione è in grado di comunicare il risultato definitivo delle elezioni, così come ogni Paese democratico usa fare? C’è forse un problema a mettere un nome, una firma, sotto un elenco di cifre che non sono onestamente presentabili?
 
Deaglio, nel film, vola in Florida a intervistare Clinton Curtis, programmatore informatico che nel 2001, inconsapevole, preparò un software per truccare le elezioni e poi denunciò tutto e ne fece una battaglia. «Qualsiasi broglio le venga in mente, con la matematica si può fare». E al direttore di "Diario", in mezz'ora, prepara un programma che distribuisce in automatico le bianche a uno schieramento lasciandone una percentuale tra l'1 il 2, «si può inserire nel computer centrale o a metà della rete, bastano quattro o cinque persone». Deaglio dice che le bianche mancanti e i voti in più di Forza Italia corrispondono: «Sono gli unici risultati sbagliati dagli exit-poll». Problema: se è vero, perché Berlusconi ha perso? La tesi del film è nella domanda che viene rivolta a Curtis: è possibile interrompere il processo? «In ogni momento». Si torna alla notte di Palazzo Grazioli. Le pressioni su Pisanu. Il fiuto infallibile dei democristiani. «Quella sera il ministro ha fiutato. Ha capito subito che Berlusconi era un gatto che si agitava, ma era un gatto morto. E ha agito di conseguenza».



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venerdì, 17 novembre 2006
Come se fosse antani

La commedia umanaAlla veneranda età di 91 anni, Mario Monicelli, uno dei più grandi registi del cinema italiano, è in uscita con un nuovo film: "Le rose del deserto", del quale racconta: «Tratterà l'ultima guerra in Libia. L'idea mi è venuta da un romanzo di Mario Tobino che si intitola 'Il deserto della Libia', dove lui è stato ufficiale medico durante la seconda guerra mondiale. Ne ha riportato note, osservazioni, appunti, idee sulle quali riflettevo anch'io da molti anni. Anch'io ho fatto la guerra, ma non in Libia. Da tempo però ero interessato a raccontare quella zona; ispirandomi al romanzo e rubando alcuni particolari da altri libri, ho scritto la storia di una sezione di sanità dell'esercito che vive tre anni e mezzo nel deserto di Libia, durante la guerra».
 
Il primo lungometraggio di Monicelli risale al 1937, in seguito lavora molto come sceneggiatore. I successi arrivano a cavallo fra gli anni '40 e i '50: "Totò cerca casa" (1949), "Guardie e ladri" (1951 - con la grande accoppiata Totò-Aldo Fabrizi). Da lì in poi, Monicelli diventa anno dopo anno sempre più popolare: "I soliti ignoti" (1958 - uno dei grandi capolavori della miglior "commedia all'italiana", Nastro d'Argento quale miglior film dell'anno), "La grande guerra" (1959 - straordinaria pellicola con Alberto Sordi e Vittorio Gassman; si aggiudica con ampio merito il Leone d'Oro al Festival di Venezia e conquista una nomination all'Oscar), "L'armata Brancaleone" (1966 - con Vittorio Gassman), "La ragazza con la pistola" (1968 - con Monica Vitti, terza nomination all'Oscar), "Brancaleone alle crociate" (1969), "Amici miei" (1975 - con Ungo Tognazzi), "Un borghese piccolo piccolo" (1977 - con Alberto Sordi), "Il marchese del Grillo" (1981 - ancora una prova brillante di Sordi), "Speriamo che sia femmina" (1986), "Parenti serpenti" (1991, anno in cui il regista toscano ha ricevuto il Leone d'Oro alla carriera). Il principale merito di Mario Monicelli è quello di aver dato vita a commedie originali e di qualità, tutte impreziosite da sceneggiature molto curate e da una precisa analisi della quotidianità dell'uomo medio, e, soprattutto, di aver saputo trasporre sul grande schermo quell'amara ironia che è il filo rosso che attraversa ed unisce tutta la sua opera. Per chi volesse approfondire la sua conoscenza, consiglio il libro "La commedia umana. Conversazioni con Mario Monicelli", dove, attraverso una lunga conversazione con lo scrittore Sebastiano Mondadori, che potrebbe essere suo nipote ma a cui parla come a un coetaneo, il regista ricostruisce passo dopo passo i suoi quasi sessanta film. Una storia personale che si intreccia a quella del nostro Paese, di cui di volta in volta Monicelli è stato censore o testimone partecipe, mettendo in scena fatti e misfatti, vizi e piccolezze di italiani mediocri, con la spietatezza della comicità e il sarcasmo del provocatore.
Mi piace rendergli omaggio con un brano tratto da uno dei suoi film più popolari, anche perchè oggi mi sono svegliato con un gran voglia di supercazzolare qualcuno! :-)



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mercoledì, 15 novembre 2006
Con un solo taglio

Con un solo taglio

Una giuria di esperti ha selezionato "Con un solo taglio" insieme ad altre 9 poesie, fra le molte inviate al Concorso "Un battito d'ali".
Se volete, potrete votarmi fino al 20 Novembre QUI.



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martedì, 14 novembre 2006
Moby Dick

«Call me Ishmael» sono le parole con cui inizia "Moby Dick", il romanzo che Hermann Melville pubblicò il 14 novembre 1851. Chi parla è un testimone: l’unico sopravvissuto di una storia che giostra fra la pazzia e il cieco, assoluto desiderio. La storia del Capitano Achab, il cui solo scopo nella vita è quello di vendicarsi di Moby Dick, la grande balena bianca che lo ha sfigurato e reso zoppo. Alla guida di una baleniera, Achab usa il suo potere per battere i sette mari alla ricerca della sua preda, combattendo con una ciurma sull'orlo dell'ammutinamento, col caldo tropicale e con tempeste tumultuose. Tra i due contendenti non è possibile indicare nettamente dove stia la ragione e dove la violenza: entrambi ambigui, demoniaci e divini, parti di una guerra senza fine. La stessa nave su cui si svolge l’intero viaggio, il Pequod, ha un aspetto doppio ed allusivo. È una «nobile nave, ma in qualche modo una nave malinconica». È, forse, inevitabile che sia così, poiché «tutte le cose nobili hanno un’ombra di malinconia». Su questo battello prendono posto uomini di natura, di razza e di carattere diverso. Chi, naturalmente, emerge fra tutti è Achab che, acceso dalla sua furia, «accumulava sulla gobba bianca della balena la somma di tutta l’ira e di tutto l’odio provati dall’intera sua razza dal tempo di Adamo». In ordine alle diverse corrispondenze con la Bibbia, il romanzo di Melville assume anche il respiro di un’epica sacra. Basti pensare, infatti, ai nomi che accompagnano il susseguirsi dei fatti: Ismaele, ovviamente, e poi Giona, Elia, la Balena-Leviatano, per concludere naturalmente con Achab, l’empio re d’Israele, di cui i cani leccarono il sangue. Cesare Pavese, a cui si deve una traduzione memorabile del testo, invitava a leggerlo tenendo a mente la Bibbia. Il mare biblico diventa il regno del terrore, delle immense profondità che sfuggono alla comprensione umana. La balena bianca è il simbolo stesso del Male. La nave diventa un microcosmo della società, e la caccia maniacale a Moby Dick riflette la determinazione dell'uomo a imporre la propria volontà sulla natura.

L’autore, quando scrisse il suo romanzo più famoso, aveva alla spalle molti mestieri. Era stato impiegato di banca, maestro, mozzo su una nave. Nel 1841 si era arruolato in marina, ma, arrivato nei mari del Sud, aveva disertato e aveva vissuto per qualche tempo con una tribù di cannibali. Le sue esperienza di mare gli offrirono successivamente un materiale prezioso, che riempì le sue pagine e diventò la sostanza del suo mondo fantastico. Quando Moby Dick fu pubblicato, non ebbe alcun successo. Furono gli anni seguenti a trasformare il libro in un'opera leggendaria, nel cui specchio si potevano scorgere riflessi tutti i fantasmi, i terrori e i deliri del «lato oscuro della terra». L’uomo, per Melville, avrebbe dovuto assimilare le capacità della balena, restando, come il suo modello,
«caldo in mezzo al ghiaccio, partecipe del mondo senza appartenergli, freddo all’Equatore e con il sangue in circolazione al Polo». Ma questa aspirazione di equilibrio e di salvezza non può essere altro che un mito, astratto e irraggiungibile.

Moby Dick

A quanto detto sopra v’è da aggiungere che recentemente Moby Dick è stato oggetto di studi da parte di alcuni matematici, i quali hanno rintracciato nel testo di Melville (così come nel testo biblico) delle sequenze di lettere equidistanti - il cosiddetto "Codice Genesi" - che hanno  un senso compiuto e formano frasi, o trasmettono date di  avvenimenti dell’epoca moderna. Ciò tenderebbe a dimostrare la notevole valenza esoterica del romanzo, anche se forte è la tentazione di considerare alcune di queste scoperte come strumentali. Comunque, tra questi matematici, Brendan Mckay si è spinto a sostenere che Melville abbia predetto, fra l'altro, l’assassinio di Indira Ghandi, Martin Luther King, John Kennedy e la morte della Principessa Diana.



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domenica, 12 novembre 2006
Sigur Ros

"La loro musica è come il suono di Dio che piange lacrime d'oro in Paradiso", ha scritto Melody Maker. "In molte interviste ci hanno chiesto quali siano le nostre influenze - raccontano - e la nostra risposta è sempre stata: l'Islanda stessa. La sua cultura, i suoi orizzonti, la sua natura, i suoi contrasti interni. Ci sono moltissime rocce di lava dura circondate da zone ricoperte di muschio, che è invece così soffice, e tutto sotto grandi cieli aperti, davanti a panorami amplissimi. E' per questo che la musica ne risulta così aperta, ed è perfettamente naturale passare da sonorità morbide e calde ad altre aggressive e fredde". Crocevia fra gli ultimi Radiohead, i Cocteau Twins e Bjork, i Sigur Ros sono, a mio avviso, la band più originale ed interessante degli ultimi anni. Jon Thor Birgisson canta, con la sua voce sottile e lontana da elfo che usa come uno strumento, in una lingua mezza inventata e mezza islandese che chiama Hopelandic (traduzione possibile: Speranzese). "L’ho chiamata così perché la prima volta che ho cantato così è stato per “Von” che viene tradotto in inglese come “Speranza”. Penso che nessuno possa comprendere eccetto me. Così ognuno è libero di interpretare a suo modo". Finora i Sigur Ros, che vuol dire Vittoria Rosa (cioè il nome della sorellina di uno dei musicisti, nata quando il gruppo si formò), hanno inciso 4 album più un disco di remix. Il primo, che non è mai stato distribuito al di fuori dell’Islanda, si intitola "Von" (Speranza) e il suo contenuto audace e sperimentale può essere assimilato a musica ambient ma senza corrisponderle del tutto. Il secondo album "Ágætis Byrjun" (Un buon inizio) li ha fatti conoscere al mondo intero, e dopo l’uscita in Inghilterra nel 2000 la critica è stata unanime nel definirli un vero fenomeno musicale. Nel 2001 i Sigur Ros sono andati in tour negli Stati Uniti per due mesi ed ogni concerto era sold out, appena i biglietti venivano messi in vendita. Nel pubblico si nascondevano anche star del cinema e celebrità che accorrevano curiose a scoprire il nuovo gruppo venuto dai ghiacci. Il terzo album intitolato "( )" (nessun titolo ma un simbolo che rappresenta due parentesi chiuse sul nulla) è uscito nel 2002 con sonorità ancor più rarefatte e con lunghe suite al limite del mistico. Dall'ultimo album, inciso l'anno scorso, emerge un mood più leggero rispetto alla struggente malinconia del precedente. Laddove quel lavoro evocava cupe atmosfere invernali, "Takk…" (Grazie) appare il risultato dell'utilizzo, da parte della band, di una maggior varietà di colori, attraverso cui vengono disegnati, ancora una volta, ampi e apparentemente immobili paesaggi nordici, ora però illuminati da una flebile ed incerta luce primaverile. Da questo disco propongo il suggestivo video di "Hoppipolla", un brano bellissimo oscillante tra la semplicità di una filastrocca ed ariose aperture orchestrali. Chi volesse approfondire la conoscenza del gruppo potrebbe iniziare godendosi i loro splendidi videoclip: dei veri e propri piccoli film con storie toccanti e poetiche che hanno sempre come protagonisti i bambini (o  adulti  che  si  comportano  come  tali).  Ad  esempio  in   "Untitled #1", dei
graziosissimi bimbi escono da scuola e vanno a giocare all'aperto con le maschere antigas. Fuori pare essersi da poco conclusa l'apocalisse, piove cenere, il cielo è rosso fiamma, ma la gioia di un intervallo sembrerebbe superare l'orrore dei resti di una guerra totale. In "Glosoli", che racconta di un bambino il quale, svegliandosi nell'oscurità e temendo che il sole fosse stato rubato, parte alla sua ricerca fino a ritrovarlo lì dove è sempre stato, il video ricorda la magia della fiaba di Peter Pan. In "Sæglópur"  si mostra un bambino alle prese con le misteriose profondità marine. In "Viðrar vel til loftárása", invece, si affronta in modo struggente il tema dell'omosessualità di due ragazzini.



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