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REAR WINDOW

Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!

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Una volta nella vita, solo una e per favore, vorrei essere bello da togliere il fiato. Per riposare, mica per altro. Per recuperare una minima parte delle energie che ho speso in tutta la vita per essere carino, divertente, seducente, spiritoso, simpatico, diverso, imprevedibile, adorabile, forte, coraggioso, disponibile, intelligente, complice, paterno, sensibile, consapevole, preparato, informato, comprensivo, responsabile, affidabile e politicamente corretto. Solo per 48 ore... poi torno!


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lunedì, 29 gennaio 2007
Giornale Radio: oggi 29 gennaio... buon bloganniversario a me

L'origine del mio Blog«Giornale Radio: oggi 29 gennaio... seduto in quel caffè io non pensavo a te». Si, lo so che la canzone di Battisti si intitola "29 settembre" e non "29 gennaio", ma il senso è quello lì. Intrapresi esattamente un anno fa quest'avventura proprio per "non pensare a te", ossia per dimenticare una persona, per distrarmi, per avere un nuovo impegno che mi aiutasse a tenere la mente occupata altrove. Il mio bloghettino ebbe da subito vita difficile, perchè solo un paio di settimane dopo la nascita, decisi di chiuderlo, a causa della stessa ragazza che intendevo scordare. Nel frattempo infatti ero venuto a conoscenza del fatto che questa persona si era dimostrata un'avventuriera priva di scrupoli e lealtà, sia con me, che con un comune amica (la quale, in seguito a questo "mal comune senza mezzo gaudio" in cui ci eravamo inopinatamente ritrovati, sarebbe diventata una mia cara amica). Ma, vuoi grazie al tempo che passa e che fa comprendere molte cose ed acquisire nuovi punti di vista, vuoi grazie alla presenza e al calore degli amici, recuperai la defaillance e, i primi di maggio, ripresi in mano le redini di questo mio spazio, conducendolo così fino ad oggi, al suo primo compleanno.

Un'esperienza notevole sotto parecchi punti di vista. Un'esperienza che mi ha consentito, fra le tante belle cose, di comunicare secondo una modalità per me inedita; di conoscere persone nuove ed interessanti; di avere scambi, confronti e, talvolta, scontri, sempre però nell'ambito del reciproco rispetto; di scrivere di cose serie ed importanti, così come di sciocchezze e cialtronerie. Ringraziando di cuore tutti coloro che in questi 12 mesi hanno arricchito col loro contributo i miei post, non mi resta che ribadire oggi quanto scrissi allora a titolo di dichiarazione programmatica: "...gli ho dato il nome di Finestra sul Cortile non solo per rendere omaggio ad un Maestro del Cinema, ma anche e soprattutto per specificare che sarà prevalentemente rivolto al "fuori", e a parlare del "dentro" attraverso il "fuori" e quasi mai direttamente. Lo considero un osservatorio (l'immagine del binocolo è, in questo senso, sintomatica) e sicuramente non un confessionale, nè tantomeno un pulpito".



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giovedì, 25 gennaio 2007
E il grano che nasce e l'acqua che va è un dono di tutti padroni non ha

L’inverno passava qualcuno di lì.
Il nastro girava, suonava “Lilly”.
Girava il pallone, lo stadio impazzì.
La voce tremava, l’inverno finì.
E poi primavera e qualcosa cambiò.
Qualcuno moriva e su un ponte lasciò
lasciò i suoi vent’anni e qualcosa di più.
E dentro i miei panni, la rabbia che tu
da sempre mi dai, parlando per me
scavando nei pensieri miei.
Guardandomi poi dall’alto all’ingiù
e forse io valgo di più.
L’estate moriva, Bologna tremò,
la dalia fioriva e la gente pensò
dei tanti domani vestiti di jeans
chiamandoli “strani”, ma non fu così.
E quando m’incontri, se pensi di me
tu sappi che il sole che splende per te
e il grano che nasce e l’acqua che va
è un dono di tutti, padroni non ha.
E il grano che nasce e l’acqua che va
è un dono di tutti, padroni non ha.
 Stefano Rosso > Bologna 77


Trenta anni fa in Italia si sparava. Ci si ammazzava per la strada, in un crescendo di agguati e regolamenti di conti che hanno avuto per soli emuli, in questo paese, le guerre di mafia. In quei giorni del marzo bolognese lo studente Francesco Lorusso venne freddato sotto i portici dai colpi della polizia. Fu l’anno in cui caddero a Roma Giorgiana Masi, sempre per mano di agenti di Stato, a Milano l’agente Custrà ucciso dagli autonomi, a Torino Casalegno dai terroristi rossi. La P38 era il ripugnante feticcio di una parte minoritaria, ma ancora molto contigua, della sinistra rivoluzionaria: un pistolone da gangster-movie la cui sagoma omicida veniva mimata a mani nude nei cortei di autonomia. Il movimento del Settantasette fu strenuamente radicale: in tutto. [...] A differenza del Sessantotto, che era stato pura politica, e si era posto la questione del potere, fino a diventare quasi la parodia del comunismo dei padri, con piccoli Politburo di ventenni che questionavano di strategia e di tattica, il Settantasette fa semplicemente a pezzi la politica tradizionale, o forse la politica tout court. Parla di “desideri” e non più di bisogni sociali, ignora, oppure spregia la questione del potere e dell’egemonia, esalta il soggetto “desiderante”, la libertà incondizionata, assoluta, non veicolabile da nessuna autorità. Si fa beffe, anarchicamente, di qualunque forma istituzionale abbia assunto, fin lì, la politica. Inevitabile e fatale il cozzo frontale con il PCI, il sindacato, la sinistra storica, la morale e il moralismo del movimento operaio, l’addolorata prudenza berlingueriana. "Noi odiavamo i comunisti", scrive Lucia Annunziata nel suo libro "1977". Insieme all’assalto al palco di Luciano Lama, all’Università di Roma, la sommossa bolognese fu l’altra conferma, forse perfino più rilevante, della natura anti-comunista (letteralmente) di quel movimento di studenti: circostanza che fu notata anche sul Corriere della Sera. La città allora simbolo del comunismo riformista era anche il simbolo dell’imborghesimento di una classe dirigente e di una base sociale orgogliose delle loro conquiste e della loro egemonia. [...] Il PCI bolognese consuma la sua onta facendosi sempre più Stato, chiudendosi astiosamente (odio che risponde a odio) e appoggiando sostanzialmente la repressione dei moti. Ci vorranno molti anni, in città, per ricucire almeno in parte quella ferita: in buona parte grazie alla rimozione. Nel settembre di quell’anno Bologna si riempì di giovani, arrivati da tutta Italia, per una specie di folle happening rivoluzionario “contro la repressione”, con gli immancabili intellettò francesi. Non accade niente di particolarmente sgradevole, semmai qualcosa di divertente: per esempio una discussione pubblica se fondare o non fondare un nuovo partito armato, alla presenza dei giornalisti e probabilmente di qualche decina di agenti in borghese. Tutto si disfa in fretta, smobilita, cessa di essere politica (nella misura in cui è riuscito ad esserlo) e diventa memoria personale. [...] Non è un caso, comunque, se le tracce più convincenti di quel periodo, le più visibili, le più tipiche e anche le più apprezzabili, sono impresse nella memoria artistica e culturale e non in quella politica. Restando nella sola Bologna: la stagione del rock demenziale, il cabaret surreale del Gran Pavese, un fiorire notevole di scrittura e scrittori, il fumetto d’avanguardia e soprattutto il geniale lavoro di Andrea Pazienza - morto per droga poco più che trentenne - che seppe raccontare con furore quasi céliniano (ma allegro! diamine!) i giorni e soprattutto le notti di quei gruppi di studenti famelici di vita, allucinati dalle droghe, disperatamente amorosi.

Michele Serra > da "La Repubblica"



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martedì, 23 gennaio 2007
Su Dalì, la Spagna, due piedoni e le angosce di un piccolo Rear Window

EspanaOrbene, dovete sapere che sono praticamente cresciuto con questo poster sulla testa. Successe che nei primi anni Settanta mio fratello maggiore andò in vacanza a Londra e se ne tornò con la stampa di questo celebre dipinto, che venne appeso alla parete della nostra camera, esattamente sopra il mio letto. Io credo che tutte le nevrosi e le turbe psicologiche che ebbi a cominciare dagli anni successivi e dalle quali non mi sono mai riavuto, abbiano origine proprio da questo episodio. D'altronde come si può pretendere che un bimbo possa venir sù tranquillo e sereno, se sopra la sua zucca santa (consentitemi questa affettuosità nei miei riguardi) troneggia un ritratto così inquietante? Ciò che mi turbò da subito furono i piedoni di questa figura femminile mollemente poggiata su quella sorta di comò. Troppo grandi, pesanti e definiti rispetto al resto del corpo che invece è molto evanescente. Ogni qualvolta si faceva ora di andare a letto (sempre mooooolto dopo Carosello, perchè già da piccolo ero un grandissimo scassamarroni) ci riflettevo sù, e realizzavo che ci fosse proprio qualcosa che non mi quadrava riguardo quei piedi misteriosi. Per non parlare di quel fazzoletto esageratamente rosso, che pareva quasi grondare sangue. Se poi mi concentravo su quanto si trovava in secondo piano, non potevo che diventare ancora più ansioso, sia per via del leone sistemato di spalle, che di tutte quelle figure che a me sembravano tanti piccoli scheletri. Più passava il tempo e più mi convincevo che mio fratello avesse voluto sistemare sopra di me l'effige di un fantasma. Le motivazioni che secondo me erano all'origine del suo gesto erano così bieche che mi spaventavo solo ad immaginarle! Perchè poi fosse dovuto andare a Londra per acquistare la stampa di un quadro che si intitola "Spagna", è  una domanda a cui non seppi mai dare una risposta! In seguito scoprii che con questo dipinto realizzato nel 1938, il suo autore, Salvador Dalì, volle rappresentare il dilaniarsi della sua patria, protagonista di una lacerante guerra civile; ma il danno oramai era fatto ed i miei sonni di fanciullino erano sempre più agitati da paurosi incubi in cui enormi e bitorzoluti piedi mi inseguivano ovunque!
 
Questo preambolo, poco interessante per i più, solo per ricordare il grande pittore catalano a 18 anni esatti dalla morte. Gusto per la provocazione, carattere egocentrico e ricerca del paradosso sono gli elementi che hanno trasformato Salvador Dalì in un'icona del secolo scorso. Analogamente a Picasso, Dalì ama sperimentare diversi linguaggi espressivi con i più disparati media artistici, come il cinema (celebre è la scena onirica, da lui scenografata, di "Io ti salverò" di Alfred Hitchcock), il teatro, la letteratura, la fotografia, la scultura, etc, passando attraverso i principali movimenti d'avanguardia: dalle iniziali suggestioni futuriste alla scuola metafisica, al cubismo, fino al surrealismo, cui aderisce lavorando anche con il regista Luis Bunuel. Pur partecipando al gruppo surrealista Dalì ne fornisce una sua personale interpretazione, da lui stesso definita "metodo paranoico critico". Basato su un processo di razionalizzazione delle turbe e delle pulsioni che derivano dalla "paranoia", di cui si considera affetto, l'artista trae immagini sorprendenti e paradossali. La sua pittura diventa un mezzo di liberazione da fenomeni allucinatori e visioni morbose, come nel caso, ad esempio, dei famosi orologi liquefatti, simbolo dello sfuggire del tempo e del disfacimento, o dei cassetti che dissemina nelle sue opere e che utilizza per rappresentare le teorie psicanalitiche di Sigmund Freud. Dal 1945, in seguito allo scoppio della bomba atomica, Dalì si richiama ad una nuova forma di pittura classica, passando dalle suggestioni della psicanalisi a quelle della fisica nucleare e rivolgendo  la sua arte verso una maggiore riconoscibilità delle forme, e un'ispirazione data dall’iconografia religiosa occidentale. Nell'atomo infatti il pittore scorge l'esistenza di Dio.



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sabato, 20 gennaio 2007
Al cinema per sognare

Esce in questi giorni "L'arte del sogno" di Michel Gondry, che io considero fra i più talentuosi registi della sua generazione, insieme naturalmente a Christopher Nolan, di cui la scorsa settimana ho visto "The Prestige". Quest'ultimo, già autore del geniale "Memento", realizza una pellicola sull'ossessiva rivalità fra due maghi nella Londra di inizio '900, sicuramente interessante, specie rispetto alla struttura filmica ad incastro, a sottolineare che il cinema stesso può essere un elegante gioco di prestigio. Perfette le ambientazioni ed eccellente il cast, con un Michael Caine da Oscar e un David Bowie sorprendente.
 
Tornando a Gondry, artefice nel 2004 di "The eternal sunshine of the spotless mind", uno dei film più intelligenti ed originali degli ultimi anni (giustamente premiato con l'Oscar per la migliore sceneggiatura originale), forse non tutti sanno che inizia la sua carriera come batterista di una band francese, della quale realizza anche i videoclip. Bjork, che ha sempre concepito il videoclip come forma artistica autonoma e non semplicemente complementare a quella musicale, nota il suo lavoro e gli chiede di realizzare il video di "Human Behaviour". Il progetto vince ogni sorta di premio e decreta il successo planetario dell'autore nato a Versailles, che da quel momento decide di lavorare come regista a tempo pieno. Dirige altri cinque splendidi clip della cantante islandese, tra cui "Joga" e "Bachelorette" a cui ho dedicato un post intero. Quindi collabora con artisti del calibro dei Rolling Stones, The Chemical Brothers, Lenny Kravitz, Massive Attack, Foo Fighters, White Stripes, Beck, Kylie Minogue e Radiohead. Si avventura inoltre nel campo della regia pubblicitaria e con uno dei suoi primi spot, Drugstore per la Levi’s (1994), conquista il Leone d'Oro a Cannes e viene inserito nel Guinness dei primati per la pubblicità più premiata di tutti i tempi. Gondry propone un universo visionario e fiabesco; è lui stesso ad  ammettere che molte delle immagini dei suoi lavori sono in realtà elaborazioni di suoi sogni mescolati alla fiaba e alla natura che «si incontrano sul filo dei ricordi, di memorie infantili ed evanescenti».

[Bjork > Human Behaviour]

[Drugstore per la Levi's]
[Kilie Minogue > Come Into My World]
[Radiohead > Knives Out]



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giovedì, 18 gennaio 2007
Finestra nei cieli

L'ostacolo più grande con cui una rockstar o una band devono fare i conti è quello del superamento della generazione di pubblico con la quale si è raggiunto il successo. Ogni 8-10 anni infatti, ciascun cambio generazionale porta con sè nuovi gusti, tendenze ed interessi alquanto differenti da quelli precedenti. Questo passaggio di testimone spesso coincide con l'arco vitale della rockstar che, alla soluzione di una fine prematura ma gloriosa, può soltanto contrapporne una uguale e contraria: agonizzare nella decadenza, o sopravvivere come reperto storico. Esistono naturalmente alcune eccezioni che confermano la regola, e sono costituite da chi è riuscito a trasformarsi continuamente, sperimentando nuovi linguaggi per proseguire a comunicare col pubblico, cavalcando e facendo propri i cambiamenti della società. Chi mi legge con assiduità sa che considero Bowie il miglior esempio di integrità e freschezza artistica portata avanti nei decenni.

In giro ormai da più di 25 anni, gli U2 sono riusciti a sopportare lo scorrere del tempo in modo egregio, uscendo indenni dalla new-wave degli Anni 80,  senza mai mutare formazione o subire pesanti crisi. Eccezion fatta però per certi segni di cedimento degli ultimi anni, in cui i Nostri si sono adagiati sul facile terreno di una sempre uguale imitazione di se stessi. Con l'uscita del loro Greatest Hits "18 Singles" pare proprio che, anche per loro, l'operazione di marketing sia diventata più importante della musica stessa. Se le precedenti raccolte "Best of 1980-1990" e "Best of 1990-2000" offrivano almeno un cd extra di B sides, rarità e remix, qui si ha a che fare con  una selezione – non cronologica e, ovviamente, incompleta - dei maggiori singoli di successo, oramai noti e stranoti. Il primo dei due inediti, un'inutile cover di "The Saints are coming", cantata in coppia con i Green Day, per legittimarli presso le nuovissime generazioni di MTV, sembra rafforzare questa tesi. L'unica nota di merito è il secondo singolo "Window in the Skies", il cui bellissimo video è stato lanciato dai 4 sul portale YouTube. Le immagini sono state prese da centinaia di concerti ed esibizioni televisive dei più grandi artisti mondiali, tagliate e montate in modo perfetto, di modo che i vari "ospiti" mimino il testo del brano, mentre agli U2 spetta il compito di far parte del pubblico. Ecco, in ordine di apparizione, le rockstar che sono riuscito a riconoscere. Qualcuno sa darmi una mano ad individuare gli altri?

Frank Zappa, Billie Holiday, Simon & Garfunkel, Roy Orbison, PJ Harvey, Ella Fitzgerald, Bob Marley, Louis Armstrong, David Bowie, Lou Reed, Frank Sinatra, The Clash, Nat King Cole, Rolling Stones, Nina Simone, Marvin Gaye, Elvis Costello, Johnny Cash, Iggy Pop, Radiohead, Mary J. Blige, Elvis Presley, The Smiths, Beck, Elton John, Beck (per la seconda volta), White Stripes, Keith Richard, Jimi Hendrix, The Pretenders, Ray Charles, David Bowie (per la seconda volta), Billie Holiday (per la seconda volta), Elvis Presley (per la seconda volta), Robert Plant, Tina Turner, David Byrne, Jerry Lee Lewis, Patty Smith, Stevie Wonder, Frank Sinatra (per la seconda volta)



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martedì, 16 gennaio 2007
5. A qualcuno piace caldo

Chicago 1929, giorno di San Valentino. Joe e Jerry (Tony Curtis e Jack Lemmon), due musicisti senza lavoro, sono testimoni involontari del massacro della gang di Charlie Stecchino ordinato dal gangster "Ghette" Colombo. Pur di sparire velocemente, i due si travestono da donne e, come Josephine e Daphne, si uniscono a una jazz-band femminile in partenza per la Florida. La cantante del gruppo, Zucchero (Marilyn Monroe), confida alle "nuove amiche" la speranza di trovare a Miami un milionario che la ripaghi di tutte le delusioni che le sono state inflitte in passato da musicisti squattrinati. Ma è Jerry a conquistare un vecchio ricco, Osgood Fielding III (Joe E.  Brown), mentre Joe, liberatosi di parrucca e trucco, si finge un petroliere e seduce Zucchero. Frizzante, ammicamente, giocosamente irriverente e in anticipo sui tempi, "A qualcuno piace caldo" di Billy Wilder è una sintesi perfetta di regia, sceneggiatura ed interpretazioni, con un'incredibile serie di battute indimenticabili. Questa meravigliosa commedia scritta ed interpretata in puro stato di grazia, può anche essere letta come metafora delle umane debolezze, del nostro ricorrere a maschere e travestimenti sia per puro spirito di sopravvivenza che per il bisogno di essere amati. «Perchè un uomo dovrebbe sposare un altro uomo?» chiede Joe. «Per sistemarsi» è la semplice risposta di Jerry/Dahpne, promesso al miliardario Osgood, il quale saputo che "la sua amata" in realtà è un uomo, chiuderà il film con la più irresistibile e tenera accettazione dei limiti umani: «Nessuno è perfetto». La regia straordinaria di Billy Wilder, giocando spregiudicatamente con il sesso, regala momenti irresistibili, come i terapeutici approcci della Marilyn al presunto miliardario impotente Curtis (che gustosamente rifà il verso a Cary Grant), o ancora l'erotismo sottile della stessa Monroe mentre canta "I wanna be loved by you", racchiusa dentro un piccolo cerchio di luce che ora copre ed ora rivela il suo corpo, in un immaginario strip-tease.


Furono parecchi i problemi che il regista e i protagonisti incontrarono a causa della mancanza di disciplina della Monroe. A tal proposito Billy Wilder ebbe a dire: «Come regista, quello che mi riduceva alla disperazione più totale non erano tanto i suoi ritardi e le sue difficoltà a memorizzare le battute: sono inattendibilità prevedibili che vengono messe in conto. Quello che è impossibile mettere in conto è l'inattendibilità nell'inattendibilità. Tanto per fare un esempio, c'era una scena girata in esterni; una sequenza complessa con lunghi dialoghi, resa ancora più complicata dal fatto che nella vicinanze c'era un aeroporto della marina militare, dal quale a intervalli regolari decollavano con gran fragore i jet. Le pause fra un decollo e l'altro dovevano essere usate per girare. Con la sua inaffidabilità avevo previsto che ci sarebbero voluti almeno quattro giorni a girare tutta la sequenza come io la volevo. Ed invece Marilyn recitò le sue battute alla perfezione, senza il minimo errore. Ci bastò un solo ciak. E dire che si trattava di una tirata di quasi due pagine. Ma poi c'erano scene di tutt'altro genere, come quella in cui lei entra delusa e depressa nella stanza d'albergo di Lemmon e Curtis e, in preda alla disperazione, vorrebbe ricominciare a bere. Doveva semplicemente dire "Where is the barbour?". Bene, quella scena l'abbiamo dovuta girare la bellezza di 65 volte! Ci impiegammo un giorno e mezzo con i due protagonisti maschili ad aspettare su quegli orribili trampoli e con quei cenci addosso! Eppure aveva un carisma come nessun'altra attrice: un'aura che le aleggiava intorno. A Vienna avevo una zia che lavorava in una pasticceria. Lei sarebbe arrivata puntualissima alle prove e avrebbe padroneggiato le sue battute da cima a fondo, fino all'ultima virgola. Non mi avrebbe rovinato un solo ciak, nè io avrei avuto la minima discussione con lei. Ma al botteghino avrebbe reso pochi spiccioli. Marilyn era un genio assoluto come attrice comica. Aveva un talento eccezionale». Al termine delle riprese del film un giornalista chiese a Wilder se avrebbe girato un altro film con la Monroe. Il regista così ribattè: «Ne ho parlato con il mio medico di famiglia, il mio psichiatra ed il mio contabile. Hanno detto che sono troppo vecchio e troppo ricco per affrontare un'altra esperienza come questa».



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domenica, 14 gennaio 2007
Oh! Calcutta!

Celebrate fin dall'antichità, le natiche erano tanto affascinanti per la loro bellezza, che i greci si riferivano a loro come Kallipigia, dalla Venere Kallipigia, la dea - per l'appunto - delle belle natiche. Di lei si diceva che avesse il sedere più esteticamente piacevole di qualsiasi altra parte della sua anatomia. Era oggetto di una tale ammirazione, che fu costruito un tempio soltanto in suo onore, rendendo i glutei l’unica parte del corpo umano ad aver mai ricevuto un tale riconoscimento. Non è un caso infatti che gli scultori greci abbiano sempre dedicato a questa componente anatomica, sia femminile che maschile, la massima attenzione. Dopo le tenebre del Medioevo, le natiche conobbero una nuova vitalità artistica nel Rinascimento. Botticelli, ad esempio, nella sua allegoria ispirata alla "Primavera" dipinge quelle delle Tre Grazie in tutto lo splendore della loro sessualità. Famoso è anche il sedere di una suonatrice di flauto dipinta dal Giorgione nel suo Concerto Pastorale. Dal Seicento in avanti la pittura e la scultura celebrano il fascino del fondoschiena sempre più liberamente. Come non citare, ad esempio, le natiche esibite senza inibizioni nel loro boudoir dalle seducenti cortigiane immortalate da Boucher e Fragonard, o il morbido sedere de "La Grande Odalisca" di Ingres. Verso la fine dell'Ottocento Toulose-Lautrec, il piccolo grande pittore che bruciò la sua vita al Moulin Rouge e nei bordelli più alla moda di Parigi, dedica gran parte delle sue opere alle ballerine del Can-Can, ed in particolare al loro didietro. Lo stesso titolo del celebre musical "Oh! Calcutta!" - ispirato a sua volta ad una famosa e discussa tela del pittore Clovis Trouille - era nato da una storica esclamazione di un ammiratore per il magnifico sedere della sua donna. "Oh! Calcutta!" infatti, è l'abbreviazione dell'espressione francese "Oh! Quel cul tu as!" (Oh! Che bel culo hai!). Anche nelle loro opere più audaci, tuttavia, la maggior parte degli artisti ha sempre raffigurato i glutei in una dimensione quasi "desesualizzata", allo scopo di esaltar soprattutto la bellezza e l'armonia delle loro forme, nascondendo con cura ogni particolare genitale.
 
Oh! Calcutta!
 
La storia letteraria delle natiche non ha limiti, ma ha sicuramente conosciuto molti eccessi. La poesia più suggestiva nella storia della lettaratura italiana, a loro dedicata, è opera di Gabriele d'Annunzio: il sonetto "Ad Lunae Sororem", alla natica come sorella della Luna, rappresenta infatti una piccola perla sull'argomento: "Forma che così dolce t'arrotondi dove s'inserta l'arco delle reni e, vincendo in tua copia tutti i seni, ne la mia man che ti ricerca abondi, e ti parti, anche duplice, in due mondi ove il Peccato i suoi più rari beni chiuder volle per me, come in terreni paradisi, se i misteri più profondi; o tu, candida mole che sul vivo, perno ondeggi levata in alti cieli, ove la voluttà suoi nembi aduna, risplendi or qui come nel marmo argivo s'io t'invoco presente, fuor de' veli, o carnale sorella de la Luna!". Il Settecento libertino francese è contrassegnato - quantomeno rispetto a scrittori come il Marchese De Sade e Retif de la Bretonne - da un sempre più marcato interesse erotico per le natiche. Più tardi nell'Ottocento, con la nuova ondata dei "poeti maledetti", il sedere femminile arriva a diventare un vero e proprio oggetto di culto. Arthur Rimbaud scrive "Vidi le tue scapole sporgenti che ti alzavano il vestito e fui trafitto davanti al contorcersi grazioso dei due archi pronunciati del tuoi lombi". A sua volta Paul Verlaine sospira: "Scendendo lentamente per la schiena fino al culo suntuoso, divino candore, rotondità degne del tuo scalpello...". A differenza della poesia surrealista dove la donna è buona e amata, nella pittura surrealista la sua figura è più controversa; infatti il corpo femminile diventa un lacerante focolare di desiderio. Un atto d'amore che non è più una semplice soddisfazione, ma un'orgia di fantasmi, di proiezioni, di sostituzioni, di slittamenti e anche di allucinazioni. "Io induco sempre - sosteneva Salvator Dalì - le più belle donne a spogliarsi. Sono convinto che attraverso il culo i misteri più grandi diventano sondabili. Sono giunto persino a scoprire una profonda analogia fra le natiche di una mia invitata, alla quale ho chiesto di spogliarsi, e l'atomo...".



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venerdì, 12 gennaio 2007
5 cose che non sapete di me (e non avete mai osato chiedere)

Vengo mio malgrado coinvolto da Biancac (a sua volta messa in mezzo da Smilla) in una sorta di catena in cui mi corre l'obbligo di raccontare "5 cose che non sapete di me". Senza vergogna raccolgo l'invito (non così gentile) e disciplinatamente porto avanti il flusso, non prima però di passare il testimone ad altri 5 amici bloggisti. Alzino la mano e gridino "Presente!" i seguenti allievi: Seaweeds, TomSailer, Rosanegra, Crocca, Daniela che - così vuole il gioco - dovranno scrivere un analogo post e commentare le mie 5 cose!
 
1.
Da ragazzino ho pensato per molto tempo che Elton John fosse in realtà un cantante melodico spagnolo dal nome d'arte El Tongion. Quando ho scoperto la verità sono rimasto molto male.
 
2.
Mi piace ballare mentro cucin... emh, cucino è una parola grossa!!! Insomma, mentre mi aggiro fra i fornelli, cercando di darmi un tono e assumendo un'aria da chi sa perfettamente cosa sta facendo, metto un CD nello stereo ed inizio a dimenarmi come un ossesso, al ritmo della musica.
 
3.
All'università avevo un paio di mutande portafortuna. Semplicemente la prima volta che l'avevo indossate avevo passato un esame molto difficile, così decisi di portarle tutte le volte che avessi dovuto sostenere un nuova prova scritta o orale. Un giorno in cui avevo un esame non le trovai (mia madre le aveva lavate). Decisi comunque di affrontare l'interrogazione. Non solo venni respinto, ma da allora le mie mutande persero il loro effetto magico. In seguito passai a stento solo un esame e dopo un anno interuppi gli studi.
 
4.
La mia prima fidanzatina (avevo 13 anni) mi lasciò dopo un giorno che ci eravamo messi insieme. Io ero in terza media e lei in prima e si chiamava Rosaria. Devo ancora sapere perchè lo fece.
 
5.
Intorno ai 22 anni feci il giro dell'Irlanda in auto, insieme ad un amico. Un giorno caricammo due bellissime ragazze tedesche. Il mio amico non conosceva l'inglese, così lasciò a me l'onere di fare conversazione e di cercare di suscitare l'interesse delle teutoniche, che hai visto mai che non ci scappasse qualcosa. Scoprii che stavano facendo lo stesso nostro giro dell'isola, ma in senso inverso, così noi avevamo già visto tutti i posti in cui loro dovevano ancora recarsi e viceversa. Decisi allora di tessere le lodi di una certa penisola, volendo dire, fra le altre cose, che era piena di bellissime spiagge. Solo che pronunziai la parola "spiagge" in inglese, ossia "beaches", con la C dura piuttosto che morbida. Per farla breve, la mia appassionata arringa a favore della penisola di Dingle terminò con un'affermazione che più o meno suonava così: "...e, cosa più importante di tutte, ci sono delle puttane bellissime e molto calde". Inutile dire che nel giro di 3 minuti le due ragazze tedesche ci chiesero di accostare la macchina e di farle scendere! Non spiegai mai al mio amico il perchè della loro improvvisa decisione.



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mercoledì, 10 gennaio 2007
Genova da rimpiangere

Otto anni fa moriva Fabrizio De Andrè. Credo che la sua personalità sia ben sintetizzata dalla risposta che spesso dava a chi gli chiedeva se si sentisse un poeta. Citando Benedetto Croce, così ribatteva: «Fino all'età di 18 anni tutti scrivono poesie; dai 18 anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore».

Umbre de muri, muri de maine' dunde ne vegni, duve le' ch'a ne': de'n scitu duve a luna se mustra nua e neutte na' puntou u cultellu a gua; e a munta l'ase gh'e' restou Diou, u Diau le' in pe e u se' gh'e' faetu niu; ne sciurtimmu da u ma pe sciuga' e osse da u Dria, a funtana di cumbi 'nta ca de pria.
E andae, andae, anda ayo; e andae, andae, anda ayo. E 'nt'a ca de pria chi ghe saia, int'a ca du Dria che u nu le' maina': gente de Lugan, facce da mandilla, qui che du luassu preferiscia l'a; figge de famiggia udu de bun che ti peu ammiale senza u gundun.
E 'nt'a barca du vin ghe naveghiemu 'nsc'i scheuggi, emigranti du rie cu'i cioi nt'i euggi. Finche' u matin crescia da pueilu recheugge fre di ganeuffeni e de figge. Bacan d'a corda marsa d'aegua e de sa che a ne liga e a ne porta nte 'na creuza de ma.



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sabato, 06 gennaio 2007
I 60 anni di Bowie - parte prima

Sembra incredibile, ma anche David Bowie entra nella terza età. Sorprende ed un pò immalinconisce che il simbolo vivente del mutamento perenne, del travestitismo, dell'irrequietezza, tutte caratteristiche associate alla giovinezza, l'8 gennaio compia 60 anni! Bowie è stato tra i primissimi musicisti a concepire il rock come "arte globale", aprendolo alle contaminazioni con il teatro, il mimo, la danza, il cinema, il fumetto, le arti visive in genere. In quarant'anni di carriera, è stato un fantastico rabdomante, capace di fiutare i tempi e inventarsi una maschera personale per cavalcarli. In ambito musicale la sua impronta è stata fondamentale nell'evoluzione di generi disparati come glam-rock, punk, new wave, tecno-pop, neo-soul, dance, per stessa ammissione di molti dei loro esponenti di punta. Pochi anni fa un sondaggio realizzato dal settimanale inglese New Musical Express presso le maggiori rockstar del periodo, tra cui Bono, Thom Yorke e Madonna, lo ha consacrato "l’artista più influente del secolo". Musicista, produttore, attore di cinema e teatro, mimo, pittore, scultore, abile uomo d'affari: tutto questo e molto altro ancora è David Robert Jones, in arte David Bowie.


Gli Anni Settanta
Nel 1969 Bowie prende lezioni di mimo da Lindsay Kemp e si inventa cantautore psichedelico e capellone con "Space Oddity", ispirata da "2001 Odissea nello spazio" di Kubrick. La title-track è la prima ballata spaziale della storia del rock e diventa la capostipite di quel filone visionario-fantascientifico destinato ad essere una delle chiavi di volta della sua cifra artistica. La prima perla è "Hunky Dory" del 1971, in cui Bowie sposa apertamente il glam-rock. Qui si trova quel "Ch-ch-changes" che sarà il manifesto del cantante, un prematuro capolavoro totale che ben sintetizza l'estetica, la sensibilità e l'incessante ansia di percorrere e precorrere i tempi. Ma il trionfo arriva con "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" del 1972, in cui Bowie crea la figura di Ziggy Stardust, un alieno dai capelli arancioni, volutamente ambiguo, androgino, terribilmente kitch, parodistico ed eccessivo nei modi e nell’aspetto, vestito di lustrini e paillettes, con una visione decadente ed edonistica del mondo, ma anche fortemente romantica. Il concept-album narra di come, in un mondo prossimo alla fine, l’umanità sia redenta da un extraterrestre che diventa una rockstar, ma che, alla fine, viene distrutto dal suo stesso successo. In questo personaggio convivono passato e futuro: figlio del decadentismo del cabaret mitteleuropeo, ma anche proteso nello slancio avvenirista dell'"Arancia Meccanica" di Kubrick, le cui note iniziali apriranno gli show dello Ziggy Stardust Tour. Musicalmente, l'album è una raccolta di ballate romantiche e di rock'n'roll elettrificati e tiratissimi, al limite del punk. Musica da suonare a tutto volume, come raccomanda il retro della copertina. Nelle undici tracce viene sfoderato tutto l'armamentario glam: dalle voci sguaiate ed effeminate alle chitarre affilate, dagli arrangiamenti pomposi d’archi alle melodie struggenti. Ma in tanto melodramma il cantante non si prende mai sul serio. In cerca di nuove sfide, il 4 luglio 1973, nel corso di un concerto all' Hammersmith Odeon di Londra, Bowie annuncia la morte di Ziggy, tra l'incredulità e le lacrime dei fan. Il sound con cui l'artista ha conquistato l'Inghilterra resterà a galla, ancor più angosciato, graffiato e ruvido, nei due album successivi ("Aladdin Sane" del 1973 e l'orwelliano "Diamond Dogs" del 1974), ma l'epopea glam si dissolverà rapidamente nella stessa polvere di stelle del suo eroe. La nuova frontiera è l'America, specificatamente quella del funky, del rhythm'n'blues e della nascente disco-music del Philadelphia Sound. Emblema di questo ibrido "plastic-soul", caldo come la black-music ma anche vagamente robotico, è la title track di "Young Americans"(1975), che si snoda su pulsazioni disco, con piano e sax in evidenza, assecondati da coretti a festa. Dietro le quinte della svolta, la regia del nuovo chitarrista Carlos Alomar, che scrive l'hit-single "Fame" (no. 1 in America) insieme allo stesso Bowie e a John Lennon. Nonostante il disorientamento del pubblico, il disco venne celebrato dalla stampa come "il primo disco di soul nero inciso da un musicista bianco".


Nel 1975 Bowie si stabilisce a Los Angeles, dove inizierà uno dei periodi più cupi e drammatici della sua esistenza:  alle prese con la fine del proprio matrimonio, devastato dalla cocaina e ossessionato dalla magia nera. Scheletrico ed emaciato si ritira nel suo appartamento, prigioniero delle sue fobie. Visitandolo, gli amici John Lennon ed Elton John si convincono che sia prossimo alla morte. Cionondimeno, il genio musicale ch'è in lui riesce a tirar fuori dal cilindro un disco rivoluzionario come "Station To Station", sospeso fra rock, funky ed elettronica. «Non sono gli effetti collaterali della cocaina, penso che sia amore» urla nella title-track. Con la mente proiettata al futuro, Bowie scrive liriche incomprensibili, ispirate a cervelli elettronici, sistemi fantatelevisivi e altri meccanismi di comunicazione. Si inventa un nuovo personaggio: "il sottile duca bianco", un essere algido e distaccato, angosciato dalla paranoia urbana che riflette la nevrosi dell'uomo moderno, vestito con pantaloni neri a pieghe, panciotto e camicia bianca, coi capelli rosso-biondi tirati all'indietro. E' il preludio alla sua rinascita personale. Uscito dal tunnel della droga, Bowie si trasferisce a Berlino, attratto dalla sua atmosfera tetramente mitteleuropea, ma anche dai suoi fermenti culturali: le sperimentazioni elettroniche dei Kraftwerk, il cinema espressionista, il teatro di Brecht, la nuova pittura tedesca (la scuola espressionista Die Brucke ispirerà le copertine degli album di quel periodo dello stesso Bowie e dell'amico e pupillo Iggy Pop). Durante un tour, l'incontro con Brian Eno getta le basi per un progetto in comune. Ne scaturirà la celebre trilogia berlinese, composta da "Low" ed "Heroes" del 1977, dove il gelo dei sintetizzatori si fa poesia e non mera trama musicale, e da "Lodger" del 1979, caratterizzato da una preveggente attenzione ai ritmi del mondo ancora estranei alla tradizione rock. In questi tre capolavori, principale fonte di ispirazione delle nuove generazioni di musicisti negli anni 80 e 90, Bowie riesce a fondere le sonorità elettroniche ed ambient tipicamente europee ai ritmi caldi e febbrili del rhythm'n'blues, creando così un lavoro altamente ispirato e sperimentale, che quasi nessun altro disco pop è riuscito e probabilmente riuscirà ad eguagliare.



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