Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!
al cinema con charlie brown
amalteo
being mastroianni
bellatrix
colazione da splinder
conte nebbia
erikaluna
giovane e innocente
ho sognato un gatto parlante
i viaggi del nano
in movimento
l'eleganza del riccio
miss blum
piacere cinefago
seaweeds leaves
tenda rossa
Rear Window
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«Giornale Radio: oggi 29 gennaio... seduto in quel caffè io non pensavo a te». Si, lo so che la canzone di Battisti si intitola "29 settembre" e non "29 gennaio", ma il senso è quello lì. Intrapresi esattamente un anno fa quest'avventura proprio per "non pensare a te", ossia per dimenticare una persona, per distrarmi, per avere un nuovo impegno che mi aiutasse a tenere la mente occupata altrove. Il mio bloghettino ebbe da subito vita difficile, perchè solo un paio di settimane dopo la nascita, decisi di chiuderlo, a causa della stessa ragazza che intendevo scordare. Nel frattempo infatti ero venuto a conoscenza del fatto che questa persona si era dimostrata un'avventuriera priva di scrupoli e lealtà, sia con me, che con un comune amica (la quale, in seguito a questo "mal comune senza mezzo gaudio" in cui ci eravamo inopinatamente ritrovati, sarebbe diventata una mia cara amica). Ma, vuoi grazie al tempo che passa e che fa comprendere molte cose ed acquisire nuovi punti di vista, vuoi grazie alla presenza e al calore degli amici, recuperai la defaillance e, i primi di maggio, ripresi in mano le redini di questo mio spazio, conducendolo così fino ad oggi, al suo primo compleanno. ![]() |
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L’inverno passava qualcuno di lì.
Il nastro girava, suonava “Lilly”. Girava il pallone, lo stadio impazzì. La voce tremava, l’inverno finì. E poi primavera e qualcosa cambiò. Qualcuno moriva e su un ponte lasciò lasciò i suoi vent’anni e qualcosa di più. E dentro i miei panni, la rabbia che tu da sempre mi dai, parlando per me scavando nei pensieri miei. Guardandomi poi dall’alto all’ingiù |
e forse io valgo di più. L’estate moriva, Bologna tremò, la dalia fioriva e la gente pensò dei tanti domani vestiti di jeans chiamandoli “strani”, ma non fu così. E quando m’incontri, se pensi di me tu sappi che il sole che splende per te e il grano che nasce e l’acqua che va è un dono di tutti, padroni non ha. E il grano che nasce e l’acqua che va è un dono di tutti, padroni non ha. |
| Stefano Rosso > Bologna 77 |
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Michele Serra > da "La Repubblica" |
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Orbene, dovete sapere che sono praticamente cresciuto con questo poster sulla testa. Successe che nei primi anni Settanta mio fratello maggiore andò in vacanza a Londra e se ne tornò con la stampa di questo celebre dipinto, che venne appeso alla parete della nostra camera, esattamente sopra il mio letto. Io credo che tutte le nevrosi e le turbe psicologiche che ebbi a cominciare dagli anni successivi e dalle quali non mi sono mai riavuto, abbiano origine proprio da questo episodio. D'altronde come si può pretendere che un bimbo possa venir sù tranquillo e sereno, se sopra la sua zucca santa (consentitemi questa affettuosità nei miei riguardi) troneggia un ritratto così inquietante? Ciò che mi turbò da subito furono i piedoni di questa figura femminile mollemente poggiata su quella sorta di comò. Troppo grandi, pesanti e definiti rispetto al resto del corpo che invece è molto evanescente. Ogni qualvolta si faceva ora di andare a letto (sempre mooooolto dopo Carosello, perchè già da piccolo ero un grandissimo scassamarroni) ci riflettevo sù, e realizzavo che ci fosse proprio qualcosa che non mi quadrava riguardo quei piedi misteriosi. Per non parlare di quel fazzoletto esageratamente rosso, che pareva quasi grondare sangue. Se poi mi concentravo su quanto si trovava in secondo piano, non potevo che diventare ancora più ansioso, sia per via del leone sistemato di spalle, che di tutte quelle figure che a me sembravano tanti piccoli scheletri. Più passava il tempo e più mi convincevo che mio fratello avesse voluto sistemare sopra di me l'effige di un fantasma. Le motivazioni che secondo me erano all'origine del suo gesto erano così bieche che mi spaventavo solo ad immaginarle! Perchè poi fosse dovuto andare a Londra per acquistare la stampa di un quadro che si intitola "Spagna", è una domanda a cui non seppi mai dare una risposta! In seguito scoprii che con questo dipinto realizzato nel 1938, il suo autore, Salvador Dalì, volle rappresentare il dilaniarsi della sua patria, protagonista di una lacerante guerra civile; ma il danno oramai era fatto ed i miei sonni di fanciullino erano sempre più agitati da paurosi incubi in cui enormi e bitorzoluti piedi mi inseguivano ovunque!![]() |
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Esce in questi giorni "L'arte del sogno" di Michel Gondry, che io considero fra i più talentuosi registi della sua generazione, insieme naturalmente a Christopher Nolan, di cui la scorsa settimana ho visto "The Prestige". Quest'ultimo, già autore del geniale "Memento", realizza una pellicola sull'ossessiva rivalità fra due maghi nella Londra di inizio '900, sicuramente interessante, specie rispetto alla struttura filmica ad incastro, a sottolineare che il cinema stesso può essere un elegante gioco di prestigio. Perfette le ambientazioni ed eccellente il cast, con un Michael Caine da Oscar e un David Bowie sorprendente.
Tornando a Gondry, artefice nel 2004 di "The eternal sunshine of the spotless mind", uno dei film più intelligenti ed originali degli ultimi anni (giustamente premiato con l'Oscar per la migliore sceneggiatura originale), forse non tutti sanno che inizia la sua carriera come batterista di una band francese, della quale realizza anche i videoclip. Bjork, che ha sempre concepito il videoclip come forma artistica autonoma e non semplicemente complementare a quella musicale, nota il suo lavoro e gli chiede di realizzare il video di "Human Behaviour". Il progetto vince ogni sorta di premio e decreta il successo planetario dell'autore nato a Versailles, che da quel momento decide di lavorare come regista a tempo pieno. Dirige altri cinque splendidi clip della cantante islandese, tra cui "Joga" e "Bachelorette" a cui ho dedicato un post intero. Quindi collabora con artisti del calibro dei Rolling Stones, The Chemical Brothers, Lenny Kravitz, Massive Attack, Foo Fighters, White Stripes, Beck, Kylie Minogue e Radiohead. Si avventura inoltre nel campo della regia pubblicitaria e con uno dei suoi primi spot, Drugstore per la Levi’s (1994), conquista il Leone d'Oro a Cannes e viene inserito nel Guinness dei primati per la pubblicità più premiata di tutti i tempi. Gondry propone un universo visionario e fiabesco; è lui stesso ad ammettere che molte delle immagini dei suoi lavori sono in realtà elaborazioni di suoi sogni mescolati alla fiaba e alla natura che «si incontrano sul filo dei ricordi, di memorie infantili ed evanescenti».
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L'ostacolo più grande con cui una rockstar o una band devono fare i conti è quello del superamento della generazione di pubblico con la quale si è raggiunto il successo. Ogni 8-10 anni infatti, ciascun cambio generazionale porta con sè nuovi gusti, tendenze ed interessi alquanto differenti da quelli precedenti. Questo passaggio di testimone spesso coincide con l'arco vitale della rockstar che, alla soluzione di una fine prematura ma gloriosa, può soltanto contrapporne una uguale e contraria: agonizzare nella decadenza, o sopravvivere come reperto storico. Esistono naturalmente alcune eccezioni che confermano la regola, e sono costituite da chi è riuscito a trasformarsi continuamente, sperimentando nuovi linguaggi per proseguire a comunicare col pubblico, cavalcando e facendo propri i cambiamenti della società. Chi mi legge con assiduità sa che considero Bowie il miglior esempio di integrità e freschezza artistica portata avanti nei decenni.
In giro ormai da più di 25 anni, gli U2 sono riusciti a sopportare lo scorrere del tempo in modo egregio, uscendo indenni dalla new-wave degli Anni 80, senza mai mutare formazione o subire pesanti crisi. Eccezion fatta però per certi segni di cedimento degli ultimi anni, in cui i Nostri si sono adagiati sul facile terreno di una sempre uguale imitazione di se stessi. Con l'uscita del loro Greatest Hits "18 Singles" pare proprio che, anche per loro, l'operazione di marketing sia diventata più importante della musica stessa. Se le precedenti raccolte "Best of 1980-1990" e "Best of 1990-2000" offrivano almeno un cd extra di B sides, rarità e remix, qui si ha a che fare con una selezione – non cronologica e, ovviamente, incompleta - dei maggiori singoli di successo, oramai noti e stranoti. Il primo dei due inediti, un'inutile cover di "The Saints are coming", cantata in coppia con i Green Day, per legittimarli presso le nuovissime generazioni di MTV, sembra rafforzare questa tesi. L'unica nota di merito è il secondo singolo "Window in the Skies", il cui bellissimo video è stato lanciato dai 4 sul portale YouTube. Le immagini sono state prese da centinaia di concerti ed esibizioni televisive dei più grandi artisti mondiali, tagliate e montate in modo perfetto, di modo che i vari "ospiti" mimino il testo del brano, mentre agli U2 spetta il compito di far parte del pubblico. Ecco, in ordine di apparizione, le rockstar che sono riuscito a riconoscere. Qualcuno sa darmi una mano ad individuare gli altri?
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| Frank Zappa, Billie Holiday, Simon & Garfunkel, Roy Orbison, PJ Harvey, Ella Fitzgerald, Bob Marley, Louis Armstrong, David Bowie, Lou Reed, Frank Sinatra, The Clash, Nat King Cole, Rolling Stones, Nina Simone, Marvin Gaye, Elvis Costello, Johnny Cash, Iggy Pop, Radiohead, Mary J. Blige, Elvis Presley, The Smiths, Beck, Elton John, Beck (per la seconda volta), White Stripes, Keith Richard, Jimi Hendrix, The Pretenders, Ray Charles, David Bowie (per la seconda volta), Billie Holiday (per la seconda volta), Elvis Presley (per la seconda volta), Robert Plant, Tina Turner, David Byrne, Jerry Lee Lewis, Patty Smith, Stevie Wonder, Frank Sinatra (per la seconda volta) |
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Chicago 1929, giorno di San Valentino. Joe e Jerry (Tony Curtis e Jack Lemmon), due musicisti senza lavoro, sono testimoni involontari del massacro della gang di Charlie Stecchino ordinato dal gangster "Ghette" Colombo. Pur di sparire velocemente, i due si travestono da donne e, come Josephine e Daphne, si uniscono a una jazz-band femminile in partenza per la Florida. La cantante del gruppo, Zucchero (Marilyn Monroe), confida alle "nuove amiche" la speranza di trovare a Miami un milionario che la ripaghi di tutte le delusioni che le sono state inflitte in passato da musicisti squattrinati. Ma è Jerry a conquistare un vecchio ricco, Osgood Fielding III (Joe E. Brown), mentre Joe, liberatosi di parrucca e trucco, si finge un petroliere e seduce Zucchero. Frizzante, ammicamente, giocosamente irriverente e in anticipo sui tempi, "A qualcuno piace caldo" di Billy Wilder è una sintesi perfetta di regia, sceneggiatura ed interpretazioni, con un'incredibile serie di battute indimenticabili. Questa meravigliosa commedia scritta ed interpretata in puro stato di grazia, può anche essere letta come metafora delle umane debolezze, del nostro ricorrere a maschere e travestimenti sia per puro spirito di sopravvivenza che per il bisogno di essere amati. «Perchè un uomo dovrebbe sposare un altro uomo?» chiede Joe. «Per sistemarsi» è la semplice risposta di Jerry/Dahpne, promesso al miliardario Osgood, il quale saputo che "la sua amata" in realtà è un uomo, chiuderà il film con la più irresistibile e tenera accettazione dei limiti umani: «Nessuno è perfetto». La regia straordinaria di Billy Wilder, giocando spregiudicatamente con il sesso, regala momenti irresistibili, come i terapeutici approcci della Marilyn al presunto miliardario impotente Curtis (che gustosamente rifà il verso a Cary Grant), o ancora l'erotismo sottile della stessa Monroe mentre canta "I wanna be loved by you", racchiusa dentro un piccolo cerchio di luce che ora copre ed ora rivela il suo corpo, in un immaginario strip-tease.
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Furono parecchi i problemi che il regista e i protagonisti incontrarono a causa della mancanza di disciplina della Monroe. A tal proposito Billy Wilder ebbe a dire: «Come regista, quello che mi riduceva alla disperazione più totale non erano tanto i suoi ritardi e le sue difficoltà a memorizzare le battute: sono inattendibilità prevedibili che vengono messe in conto. Quello che è impossibile mettere in conto è l'inattendibilità nell'inattendibilità. Tanto per fare un esempio, c'era una scena girata in esterni; una sequenza complessa con lunghi dialoghi, resa ancora più complicata dal fatto che nella vicinanze c'era un aeroporto della marina militare, dal quale a intervalli regolari decollavano con gran fragore i jet. Le pause fra un decollo e l'altro dovevano essere usate per girare. Con la sua inaffidabilità avevo previsto che ci sarebbero voluti almeno quattro giorni a girare tutta la sequenza come io la volevo. Ed invece Marilyn recitò le sue battute alla perfezione, senza il minimo errore. Ci bastò un solo ciak. E dire che si trattava di una tirata di quasi due pagine. Ma poi c'erano scene di tutt'altro genere, come quella in cui lei entra delusa e depressa nella stanza d'albergo di Lemmon e Curtis e, in preda alla disperazione, vorrebbe ricominciare a bere. Doveva semplicemente dire "Where is the barbour?". Bene, quella scena l'abbiamo dovuta girare la bellezza di 65 volte! Ci impiegammo un giorno e mezzo con i due protagonisti maschili ad aspettare su quegli orribili trampoli e con quei cenci addosso! Eppure aveva un carisma come nessun'altra attrice: un'aura che le aleggiava intorno. A Vienna avevo una zia che lavorava in una pasticceria. Lei sarebbe arrivata puntualissima alle prove e avrebbe padroneggiato le sue battute da cima a fondo, fino all'ultima virgola. Non mi avrebbe rovinato un solo ciak, nè io avrei avuto la minima discussione con lei. Ma al botteghino avrebbe reso pochi spiccioli. Marilyn era un genio assoluto come attrice comica. Aveva un talento eccezionale». Al termine delle riprese del film un giornalista chiese a Wilder se avrebbe girato un altro film con la Monroe. Il regista così ribattè: «Ne ho parlato con il mio medico di famiglia, il mio psichiatra ed il mio contabile. Hanno detto che sono troppo vecchio e troppo ricco per affrontare un'altra esperienza come questa».
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Otto anni fa moriva Fabrizio De Andrè. Credo che la sua personalità sia ben sintetizzata dalla risposta che spesso dava a chi gli chiedeva se si sentisse un poeta. Citando Benedetto Croce, così ribatteva: «Fino all'età di 18 anni tutti scrivono poesie; dai 18 anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore».
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Umbre de muri, muri de maine' dunde ne vegni, duve le' ch'a ne': de'n scitu duve a luna se mustra nua e neutte na' puntou u cultellu a gua; e a munta l'ase gh'e' restou Diou, u Diau le' in pe e u se' gh'e' faetu niu; ne sciurtimmu da u ma pe sciuga' e osse da u Dria, a funtana di cumbi 'nta ca de pria.
E andae, andae, anda ayo; e andae, andae, anda ayo. E 'nt'a ca de pria chi ghe saia, int'a ca du Dria che u nu le' maina': gente de Lugan, facce da mandilla, qui che du luassu preferiscia l'a; figge de famiggia udu de bun che ti peu ammiale senza u gundun. E 'nt'a barca du vin ghe naveghiemu 'nsc'i scheuggi, emigranti du rie cu'i cioi nt'i euggi. Finche' u matin crescia da pueilu recheugge fre di ganeuffeni e de figge. Bacan d'a corda marsa d'aegua e de sa che a ne liga e a ne porta nte 'na creuza de ma. |
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Sembra incredibile, ma anche David Bowie entra nella terza età. Sorprende ed un pò immalinconisce che il simbolo vivente del mutamento perenne, del travestitismo, dell'irrequietezza, tutte caratteristiche associate alla giovinezza, l'8 gennaio compia 60 anni! Bowie è stato tra i primissimi musicisti a concepire il rock come "arte globale", aprendolo alle contaminazioni con il teatro, il mimo, la danza, il cinema, il fumetto, le arti visive in genere. In quarant'anni di carriera, è stato un fantastico rabdomante, capace di fiutare i tempi e inventarsi una maschera personale per cavalcarli. In ambito musicale la sua impronta è stata fondamentale nell'evoluzione di generi disparati come glam-rock, punk, new wave, tecno-pop, neo-soul, dance, per stessa ammissione di molti dei loro esponenti di punta. Pochi anni fa un sondaggio realizzato dal settimanale inglese New Musical Express presso le maggiori rockstar del periodo, tra cui Bono, Thom Yorke e Madonna, lo ha consacrato "l’artista più influente del secolo". Musicista, produttore, attore di cinema e teatro, mimo, pittore, scultore, abile uomo d'affari: tutto questo e molto altro ancora è David Robert Jones, in arte David Bowie.
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Gli Anni Settanta
Nel 1969 Bowie prende lezioni di mimo da Lindsay Kemp e si inventa cantautore psichedelico e capellone con "Space Oddity", ispirata da "2001 Odissea nello spazio" di Kubrick. La title-track è la prima ballata spaziale della storia del rock e diventa la capostipite di quel filone visionario-fantascientifico destinato ad essere una delle chiavi di volta della sua cifra artistica. La prima perla è "Hunky Dory" del 1971, in cui Bowie sposa apertamente il glam-rock. Qui si trova quel "Ch-ch-changes" che sarà il manifesto del cantante, un prematuro capolavoro totale che ben sintetizza l'estetica, la sensibilità e l'incessante ansia di percorrere e precorrere i tempi. Ma il trionfo arriva con "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" del 1972, in cui Bowie crea la figura di Ziggy Stardust, un alieno dai capelli arancioni, volutamente ambiguo, androgino, terribilmente kitch, parodistico ed eccessivo nei modi e nell’aspetto, vestito di lustrini e paillettes, con una visione decadente ed edonistica del mondo, ma anche fortemente romantica. Il concept-album narra di come, in un mondo prossimo alla fine, l’umanità sia redenta da un extraterrestre che diventa una rockstar, ma che, alla fine, viene distrutto dal suo stesso successo. In questo personaggio convivono passato e futuro: figlio del decadentismo del cabaret mitteleuropeo, ma anche proteso nello slancio avvenirista dell'"Arancia Meccanica" di Kubrick, le cui note iniziali apriranno gli show dello Ziggy Stardust Tour. Musicalmente, l'album è una raccolta di ballate romantiche e di rock'n'roll elettrificati e tiratissimi, al limite del punk. Musica da suonare a tutto volume, come raccomanda il retro della copertina. Nelle undici tracce viene sfoderato tutto l'armamentario glam: dalle voci sguaiate ed effeminate alle chitarre affilate, dagli arrangiamenti pomposi d’archi alle melodie struggenti. Ma in tanto melodramma il cantante non si prende mai sul serio. In cerca di nuove sfide, il 4 luglio 1973, nel corso di un concerto all' Hammersmith Odeon di Londra, Bowie annuncia la morte di Ziggy, tra l'incredulità e le lacrime dei fan. Il sound con cui l'artista ha conquistato l'Inghilterra resterà a galla, ancor più angosciato, graffiato e ruvido, nei due album successivi ("Aladdin Sane" del 1973 e l'orwelliano "Diamond Dogs" del 1974), ma l'epopea glam si dissolverà rapidamente nella stessa polvere di stelle del suo eroe. La nuova frontiera è l'America, specificatamente quella del funky, del rhythm'n'blues e della nascente disco-music del Philadelphia Sound. Emblema di questo ibrido "plastic-soul", caldo come la black-music ma anche vagamente robotico, è la title track di "Young Americans"(1975), che si snoda su pulsazioni disco, con piano e sax in evidenza, assecondati da coretti a festa. Dietro le quinte della svolta, la regia del nuovo chitarrista Carlos Alomar, che scrive l'hit-single "Fame" (no. 1 in America) insieme allo stesso Bowie e a John Lennon. Nonostante il disorientamento del pubblico, il disco venne celebrato dalla stampa come "il primo disco di soul nero inciso da un musicista bianco". |
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Nel 1975 Bowie si stabilisce a Los Angeles, dove inizierà uno dei periodi più cupi e drammatici della sua esistenza: alle prese con la fine del proprio matrimonio, devastato dalla cocaina e ossessionato dalla magia nera. Scheletrico ed emaciato si ritira nel suo appartamento, prigioniero delle sue fobie. Visitandolo, gli amici John Lennon ed Elton John si convincono che sia prossimo alla morte. Cionondimeno, il genio musicale ch'è in lui riesce a tirar fuori dal cilindro un disco rivoluzionario come "Station To Station", sospeso fra rock, funky ed elettronica. «Non sono gli effetti collaterali della cocaina, penso che sia amore» urla nella title-track. Con la mente proiettata al futuro, Bowie scrive liriche incomprensibili, ispirate a cervelli elettronici, sistemi fantatelevisivi e altri meccanismi di comunicazione. Si inventa un nuovo personaggio: "il sottile duca bianco", un essere algido e distaccato, angosciato dalla paranoia urbana che riflette la nevrosi dell'uomo moderno, vestito con pantaloni neri a pieghe, panciotto e camicia bianca, coi capelli rosso-biondi tirati all'indietro. E' il preludio alla sua rinascita personale. Uscito dal tunnel della droga, Bowie si trasferisce a Berlino, attratto dalla sua atmosfera tetramente mitteleuropea, ma anche dai suoi fermenti culturali: le sperimentazioni elettroniche dei Kraftwerk, il cinema espressionista, il teatro di Brecht, la nuova pittura tedesca (la scuola espressionista Die Brucke ispirerà le copertine degli album di quel periodo dello stesso Bowie e dell'amico e pupillo Iggy Pop). Durante un tour, l'incontro con Brian Eno getta le basi per un progetto in comune. Ne scaturirà la celebre trilogia berlinese, composta da "Low" ed "Heroes" del 1977, dove il gelo dei sintetizzatori si fa poesia e non mera trama musicale, e da "Lodger" del 1979, caratterizzato da una preveggente attenzione ai ritmi del mondo ancora estranei alla tradizione rock. In questi tre capolavori, principale fonte di ispirazione delle nuove generazioni di musicisti negli anni 80 e 90, Bowie riesce a fondere le sonorità elettroniche ed ambient tipicamente europee ai ritmi caldi e febbrili del rhythm'n'blues, creando così un lavoro altamente ispirato e sperimentale, che quasi nessun altro disco pop è riuscito e probabilmente riuscirà ad eguagliare.
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