Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!
al cinema con charlie brown
amalteo
being mastroianni
bellatrix
colazione da splinder
conte nebbia
erikaluna
giovane e innocente
ho sognato un gatto parlante
i viaggi del nano
in movimento
l'eleganza del riccio
miss blum
piacere cinefago
seaweeds leaves
tenda rossa
Rear Window
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C’è chi li ama e c’è chi li odia. C’è chi pensa che siano il mezzo di comunicazione del futuro e chi li considera una moda e in quanto tale transitoria. In realtà i blog sembrano entrati in una nuova fase: quella della complementarietà con i media tradizionali. Ormai è un dato consolidato: i giovani leggono più i blog di quanto leggano i quotidiani o di quanto guardino le notizie in televisione. Quelli della fascia d’età 18-34 stanno abbandonando i giornali (negli Usa addirittura con punte del 50%) e, secondo la Online Publisher Association, solo il 17% di chi ha meno di 25 anni ritiene che la lettura dei giornali sia importante nella propria vita. Gli editori sono posti di fronte a scelte radicali: ignorare questa tendenza o elaborare nuove strategie per non perdere il contatto con la generazione dai cui ranghi uscirà la classe dirigente del futuro. Il blog è lo strumento che consente di raggiungere questo fine: consente agli editori di assecondare le abitudini di lettura dei giovani e di fidelizzarli, capitalizzando la tendenza all’abitudinarietà: se un lettore è abituato a leggere i blog del Figaro e del Times, aumentano le chances che frequenti anche il sito, soprattutto con l’evolversi dei gusti e delle esigenze. La tendenza da parte delle principali testate ad ospitare dei blog nel proprio portale rientra in questo processo.
La funzione dei media tradizionali resta indiscutibile e per ora insostituibile; ma i blog ne hanno una propria. Tendono non a sostituirsi, ma ad integrarsi ai primi: sono il “cane da guardia” di giornali e tv, ma al contempo hanno successo soprattutto quando le loro denunce o le loro segnalazioni vengono riprese dai mezzi di informazione canonici. Utilizzano un linguaggio disinvolto e personalizzato che quest’ultimi non possono permettersi. Si sta creando una circolarità tra i due mondi: blog famosi vengono ospitati su portali di grandi testate, i giornalisti imparano a monitorare i blog come fonte d’informazione, i bloggisti a loro volta a monitorare costantemente i media e a seguire notizie e fatti che sfuggono al radar dei cosiddetti “mainstream” media. L’esperienza americana induce a considerare la possibilità che in futuro nasca un nuovo mestiere, a fianco di quello del giornalista: quello del blogger professionista. ![]() |
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La simbologia del ragno è ricca e polivalente. Il ragno è la Grande Madre nel suo aspetto di determinare ed ordire il destino. La creazione cosmogonica è rappresentata dall'atto del tessere ed il tessere presuppone un tessitore che resta continuamente in rapporto con la sua opera, che ne dipende e ne viene continuamente rinnovata. La ragnatela raffigura un piano cosmico le cui componenti spaziali si irradiano dal centro, ossia dal sole: i raggi sono l'essenziale, mentre i cerchi sono l'esistenziale e l'analogo. Il simbolo del ragno si incontra in molte religioni e culture del mondo. Per i cristiani è simbolo del male ed è contrapposto alla "buona ape". Nella mitologia greca rappresenta la punizione divina contro l'arroganza umana. Per i Romani ed i Cinesi il ragno è un segno positivo: per i primi è simbolo di acume e buona fortuna, per i secondi è associato all'arrivo di buone notizie. Gli Incas dell'antico Perù praticavano, attraverso il ragno, la mantica, ossia una pratica divinatoria in cui l'indovino scopre un vaso nel quale è racchiuso un ragno: se nessuna zampa si piega l'auspicio è negativo. L'aracnide ha un ruolo demiurgico per molti popoli: in alcune isole oceaniche è considerato il creatore dell'universo; nei miti dell'India si parla del tessitore primordiale e del ragno cosmico. Anonse [il ragno] in Africa occidentale ha preparato la materia di cui è fatto il primo uomo, ha creato il sole, la luna e le stelle. Il Grande Ragno per gli Ashanti è il creatore dell'uomo, mentre per le popolazioni del Camerun il ragno ha ricevuto il privilegio di decifrare l'avvenire. Per i popoli dell'Asia Centrale e in Siberia rappresenta l'anima liberata dal corpo. E' interessante osservare come il simbolo del ragno si sia modificata a partire dal secolo scorso, assumendo l'immagine di informatore universale, di potente mezzo in grado di raggiungere e risolvere problemi e ciò soprattutto grazie alla Spider [l'auto biposto decapottabile], SpiderMan [l'Uomo Ragno dei fumetti] ed infine il World Wide Web, ossia la ragnatela di Internet.
L'Uomo Ragno nasce nel 1962 grazie alla fervida immaginazione di Stan Lee, il quale, con questo straordinario personaggio, letteralmente frantuma gli stereotipi dominanti nel mondo dei fumetti. Infatti Peter Parker [l’Uomo Ragno] è l’anti eroe per eccellenza; uno squattrinato ricercatore universitario che viene regolarmente preso in giro da tutti, un tipo sensibile, timido ed introverso, sempre preda di nevrosi e di gastriti psicosomatiche. Fotoreporter freelance, per arrotondare il magro stipendio fotografa il suo alter-ego per conto del quotidiano newyorchese che da sempre osteggia il "tessiragnatele". Supereroe con superproblemi: la definizione è diventata una formuletta, ma l'intuizione di Stan Lee, che porta i lettori ad identificarsi con Peter, la cui fragilità umana è messa in evidenza in ogni avventura, è assolutamente geniale. Ribaltare il mito di Superman. L'Uomo Ragno ha una vita personale. Vive conflitti interiori. Non si limita a correr dietro ai cattivi e a batterli senza pietà. Cerca di capirli, addirittura. L'Uomo Ragno si interroga, vacilla, cade. Deve combattere il crimine, studiare, pagare l’affitto, prendersi cura dell'anziana zia. Per lui gli enormi poteri che ha fortuitamente conseguito spesso costituiscono un impaccio. Dalla sua parte però c’e un grande senso dell’umorismo che utilizza per sdrammatizzare i momenti di tensione. Si tratta di un'antieroe che colpisce sempre e soltanto per secondo, di uno che, pur combattendo, non crede che la violenza serva ad alcunché, né si compiace delle vittorie riportate. E' sempre diviso fra il senso del dovere che gli impone di proteggere i concittadini dai malvagi, e la tentazione di mollare tutto per meglio dedicarsi alla sua traballante vita privata. Il suo più grande rammarico è quello di aver ignorato un malvivente in fuga, permettendo così l’uccisione dello zio, il quale era solito ricordargli che "da grandi poteri derivano grandi responsabilità".![]() |
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Il 15 aprile di 40 anni fa moriva Totò, il più grande comico italiano del Novecento. In quasi mezzo secolo di attività, fra rivista prima e cinema successivamente, riuscì ad imporre la propria maschera inimitabile, dentro la quale racchiuse la sua geniale arte comica, anche utilizzando soltanto gli sketch e i modesti canovacci del teatro leggero e poi dei film girati in serie.
Ciò che colpisce è la stupefacente modernità di Totò. Le sue battute risultano tuttora più che mai attuali, pure quando toccano temi importanti come la politica [«A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare?», «Siccome sono democratico, comando io»], la guerra [«Il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il dopoguerra fa la borsanera, la borsanera rifà il denaro e il denaro rifà la guerra», «La guerra non è mai finita, è solo sospesa»], la famiglia [«I parenti sono come le scarpe: più sono stretti e più ti fanno male»] o la morte [«Se ne vanno sempre i migliori: oggi è toccato a lui, domani toccherà a te»], di volta in volta con pesante ironia o con umorismo sottilissimo. Sono battute inesauribili, che spaziano dal genere demenziale alla considerazione filosofica, dal gusto di storpiare le parole a quello di dimezzarle [«Io sono parte napoletano e parte nopeo»]. La sua ricchissima attività cinematografica che va dalla breve fase d'anteguerra a quella della piena maturità con registi come Monicelli, Rossellini, Bolognini, Lattuada o Pasolini, è caratterizzata da un fatto inconfutabile: per lui i copioni costituiscono una semplice traccia su cui tessere un mosaico di «bazzecole, quisquilie e pinzellacchere». In particolare, il periodo tra il finire degli anni Quaranta e la prima metà dei Cinquanta è quello veramente trionfale. Quando peraltro Totò è ancora attivissimo a teatro ed è capace di girare anche 7 film all'anno, spalleggiato da attori meravigliosi quali, ad esempio, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Macario, Nino Taranto. Qui, pescando a caso, si trovano perle come «Chi dice che i soldi non fanno la felicità, oltre ad essere antipatico è pure fesso», «Si dice che l'appetito vien mangiando, ma in realtà viene a star digiuni», «La vita è fatta di cose reali e di cose supposte: se le reali le mettiamo da una parte, le supposte dove le mettiamo?», «Io sono integro e puro, sia di corpo che di spirito, non ho commesso peccati nè di carne nè di pesce», «Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo», «Parli come badi», «La donna è mobile ed io mi sento mobiliere», «Signori si nasce ed io, modestamente, lo nacqui». A 40 anni dalla morte l'arte di Totò è più viva che mai, e ciò che emerge dai suoi film, continuamente riproposti in televisione, è un'ironia surreale espressa in un'infinita gamma di sfumature, volta spesso ad esorcizzare i nostri fantasmi quotidiani, sempre gli stessi, quelli che ancora oggi sono presenti a complicarci l'esistenza. |
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Ho davanti a me uno scritto sul silenzio e mi sorprende leggere che nel greco arcaico questo termine significava, originariamente, "oggetto acuminato" che si lancia in segno di sfida, o che si avvicina al proprio corpo come difesa e protezione. Esiste una valorizzazione del silenzio, nel pensiero greco, fin dagli inizi. "Ascolta molto", dice Biante; Chilone di Sparta avverte: "La tua lingua non corra davanti al pensiero"; "Sapendo, taci", dice Solone; infine, Cleobulo: "Essere avido di ascoltare, e non di parlare".
Il silenzio era tenuto nel massimo conto anche tra i pitagorici. Essi erano taciturni, attenti nell'ascoltare e stimavano chi sapeva ascoltare. Tra i cardini della loro disciplina era il riserbo, il rigoroso silenzio e il mettere freno alla lingua, il "contenimento delle parole". Anche il loro sapere era spesso condensato in espressioni lapidarie, in sentenze brevi, memorabili. Plutarco ci ricorda che gli Spartani: "si abituavano a non lasciarsi sfuggire una parola che non avesse un significato meritevole di attenzione". Ai fanciulli insegnavano a racchiudere un concetto ricco e denso in poche parole, rendendoli "sentenziosi e intonati nelle risposte mediante il silenzio". Questo perché l'esagerazione nel parlare rende vuoto e insulso il discorso. Zenone di Cizio, primo maestro degli Stoici, richiamava la massima antica secondo cui abbiamo due orecchi e una sola bocca perché dobbiamo ascoltare molto e parlare poco. Simonide dichiarava di essersi pentito tante volte di aver parlato, mai di aver taciuto. Insomma, per i filosofi greci il silenzio costituisce il terreno su cui può germogliare una parola sapiente. Per i neoplatonici tutta la dottrina della sapienza si fonda sull'esperienza del raccoglimento e del silenzio. Il silenzio è il senso ultimo della realtà e anche la via di accesso al divino. Il silenzio stesso è divino. Anche per questi motivi, ad esempio, Pitagora imponeva agli aspiranti filosofi un silenzio di cinque anni, definendolo l'arte del saper tacere.
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