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REAR WINDOW

Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!

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Una volta nella vita, solo una e per favore, vorrei essere bello da togliere il fiato. Per riposare, mica per altro. Per recuperare una minima parte delle energie che ho speso in tutta la vita per essere carino, divertente, seducente, spiritoso, simpatico, diverso, imprevedibile, adorabile, forte, coraggioso, disponibile, intelligente, complice, paterno, sensibile, consapevole, preparato, informato, comprensivo, responsabile, affidabile e politicamente corretto. Solo per 48 ore... poi torno!


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domenica, 28 ottobre 2007
Occhi [Indovina i 32]

Dopo interminabili ore di lavoro, una Commissione di Scrutinio, composta unicamente da me, ha terminato lo spoglio delle schede ed il conteggio dei voti pervenuti, al fine di  proclamare i 32 attori finalisti che approderanno  al Grande Torneo degli Attori di Rear Window.  Nei prossimi giorni una Commissione  Arbitrale, composta sempre solo da me [quando si tratta di dare una mano, gli amici spariscono tutti], si occuperà di definire il tabellone con i sedici confronti diretti. Intanto però potete avere una anticipazione degli attori che disputeranno il Torneo, all'insegna di "vinca il migliore, ma anche no", divertentovi ad indovinarli sulla base del magnetismo del loro sguardo.



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venerdì, 26 ottobre 2007
Sette dita nella mano destra

Nel luglio di 120 anni fa nasce a Vitebsk, in Bielorussia, Marc Chagall. La poetica di Chagall è caratterizzata da alcune costanti psicologiche e figurative: la famiglia, il paese d’origine, la vita dei contadini nella terra russa, i sogni, la giovinezza, la tradizione ebraica. Un mondo costruito però secondo parametri spazio-temporali soggettivi, dove ciò che conta è la dimensione onirica e fiabesca. In una delle sue ultime interviste, prima di morire in Provenza nel marzo del 1985, afferma «Io mi sforzo, coscientemente, di costruire un mondo dove un albero può significare altro, dove io posso immediatamente constatare di avere sette dita nella mano destra, ma cinque nella mano sinistra; insomma un universo in cui tutto è possibile».



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lunedì, 22 ottobre 2007
I 60 anni di Bowie - Parte Terza

Le prime due parti del post, qui e qui.

L'attore.
L'esordio sul grande schermo di David Bowie avviene nel 1976 con il film fantascientifico "L'uomo che cadde sulla terra" di Nicholas Roeg. Bowie interpreta il ruolo di un alieno che arriva sulla Terra per procurare l'acqua e cercare di salvare il suo pianeta dalla siccità.
L'interesse di un pellicola piuttosto confusa poggia unicamente su di lui che, con il suo formidabile fascino androgino, conferisce uno sconcertante spessore
al personaggio, peraltro assai congeniale al suo alter-ego Ziggy Stardust, rockstar venuta dallo spazio, con cui l'artista amava presentarsi al pubblico nei primi anni 70. «Il ricordo più vivido che ho di quel film è che non avevo bisogno di recitare», dichiara il cantante qualche anno dopo. «Bastava che fossi me stesso per essere perfetto nel personaggio. In quel particolare periodo non ero di questo mondo». Nel film di Roeg oltre a recitare Bowie cura le musiche, così come nei successivi "Gigolò" (1978) in cui compare insieme a Marlene Dietrich e nel controverso "Cristiana F - Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino" (1981).  Nel 1980 si cimenta col teatro in "The Elephant Man", nel ruolo che al cinema andrà a John Hurt, ottenendo una grande considerazione da parte della critica: «Un ruolo che fa alzare ed acclamare persino i macchinisti del teatro» (Daily Mirror). «Anche silenzioso ed immobile Bowie è nondimeno una presenza elettrica» (Rolling Stone).

Ritornato sul grande schermo, è protagonista di  "Furyo" (1983) di Nagisa Oshima, suggestivo film di riflessione sull'incontro tra le culture occidentale ed orientale, in cui è a fianco di un altro musicista, Ryuichi Sakamoto, e quindi di "Miryam si sveglia a mezzanotte" (1983) diretto da Tony Scott. Negli anni Ottanta continua a dedicarsi al cinema parallelamente alla musica, recitando in "Labyrinth, dove tutto è possibile" (1986) di Jim Henson, creatore dei Muppets, in "Absolute Beginners" (1986), diretto da Julien Temple che già aveva lavorato ai suoi videoclips e ne "L'ultima tentazione di Cristo" (1988) di Martin Scorsese. Negli anni Novanta appare nel prequel della serie televisiva "Twin Peaks", "Fuoco cammina con me!" (1992) di David Linch. In "Basquiat" (1996) impersona un convincente Andy Warhol e un altro ruolo interessante segue nel 1999 con "Il segreto di Mr. Rice". Dopo alcuni anni di sosta, complice un delicato intervento al cuore, riprende la sua carriera, lavorando nell'ultima pellicola di Christopher Nolan, "The Prestige" (2006).

 



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venerdì, 19 ottobre 2007
Bugiardo bugiardo

«Le menzogne sono tante e la verità nessuna, o qualcuna, sì, ce ne sarà qualcuna, ma in continuo mutare, non solo non dà tempo di pensarla come una verità possibile, ma dovremo anche, per prima cosa, appurare che non si tratti di una menzogna possibile»  [Josè Saramago]

«Non lo chiamerei bugiardo. Preferirei definirlo uno che vive dall'altro lato dei fatti» [Robert Orben]
 
«Le balle sono bugie che stanno nelle mutande» [Alessandro Bergonzoni]


Esiste un interessante saggio di Andrea Tagliapietra che si intitola "La filosofia della bugia", da cui riprendo alcune considerazioni.

La menzogna è uno strumento neutro. E' l'uso che se ne fa che può essere buono o cattivo. L'analisi su verità e menzogna non va confinata sul piano etico, ma deve guardare all'uso pratico, a ciò che torna vantaggioso per la vita. Fatta questa premessa, si può analizzare la menzogna con maggiore serenità. E la prima annotazione è quella che la bugia, per compiersi, deve rendersi credibile all'altro. Bisogna convincere qualcuno di una presunta verità. Dunque, in questo senso, chi mente ha necessità di un rapporto, di un dialogo, non può prescindere dal prossimo. E quindi l'inganno è anzitutto relazione. Elemento da cui, paradossalmente, chi dice il vero può prescindere. La bugia, per essere eticamente accettabile, non dovrebbe perseguire un vantaggio ulteriore. Ma dovrebbe essere utilizzata per difendere principi, come la libertà e la dignità umana, che nella scala di valori sono superiori all'esigenza di dire il vero. Guardare in modo più costruttivo al significato di menzogna non significa però legittimare il tradimento di una persona cara che ha con noi un rapporto di fiducia. Significa, ad esempio, che se devo ospitare un rifugiato politico, il principio di dire la verità alla polizia può essere subordinato a quello di salvaguardare l'incolumità della persona. Riguardo poi alla più classica delle menzogne, quella del tradimento in amore,  qui si resta nel campo della meschinità, perché si mira ad ottenere di più, a procurarsi il vantaggio di un secondo rapporto senza trasparenza, tradendo la fiducia altrui per i propri fini. Malgrado l'indulgenza con cui la società guarda al tradimento, si resta nel campo della menzogna da condannare. In definitiva l'inganno appartiene quindi alla logica del vivente ed è rintracciabile sia nel mondo vegetale, dove ad esempio l'orchidea africana imita l'aspetto di fiori ricchi di nettare per attirare insetti e farfalle, sia nel mondo animale, dove infiniti sono gli stratagemmi mimetici, sia nel mondo umano dove, per raggiungere un obiettivo, si preferisce all'uso della forza d'animo quello della menzogna.



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mercoledì, 17 ottobre 2007
La singolare fenomenologia del "voi uomini"

Come succede in ogni becero canale televisivo che non si rispetti, anch'io ho deciso di dare il via ad alcune repliche di post passati. Così, con cadenza di una al mese, recupererò alcune cose scritte quand'ero ancora un giovine bloggista alle prime armi. Si sa: il blog è un singolare strumento di comunicazione, in cui si leggono unicamente gli ultimissimi post a discapito di quelli trascorsi, e ciò che è stato pubblicato soltanto venti giorni prima non è più meritorio di alcuna attenzione. Questo il senso della mia operazione, che parte proprio oggi con la riproposizione di un post che ho scritto nel maggio dell'anno scorso.
Recentemente, chiaccherando con due amiche in momenti diversi, mi sono sentito rivolgere la stessa frase accusatoria: “...eh si, perchè voi uomini...”. Voi uomini??? Ma per quale motivo, dico io, mi si dovrebbe attribuire la partecipazione alla medisima tribù che al suo interno vanta [si fa per dire] esponenti che vanno, ad esempio, da Emilio Fede al Cardinale Ruini, da Ignazio La Russa a Pupo, da Bin Laden a Bill Gates? Rivendico la mia individualità, la mia unicità... mi rifiuto di pensare che lo stato di uomo sia così piattamente generalizzabile. Mi viene da interrogarmi sulla vastità e sulla composizione del campione statistico utilizzato per dare un peso ed un valore scientifico alla suddetta affermazione. Mi immagino mesi interi spesi ad effettuare sondaggi di opinione, ovviamente con  un grande rigore metodologico, a Genova piuttosto che Melbourne, a Nuova Delhi piuttosto che La Paz, a Dakar piuttosto che San Pietroburgo. Penso a tutte le fasi di ricerca, dalla definizione degli obiettivi ai metodi di campionamento, dalla redazione dei questionari alla selezione e controllo degli intervistatori, dall'analisi dei dati ai rapporti finali e alle conclusioni!

Questa spersonalizzazione in un genere maschile non meglio identificabile, che al tempo stesso trovo buffa e priva di senso, mi porta sempre alla memoria il seguente scambio di battute fra Meg Ryan e Billy Cristal in “Harry ti presento Sally”:


Sally: "Per voi uomini è diverso: Charlie Chaplin ha avuto figli fino a 73 anni."

Harry: "Sì, però non riusciva a tenerli in braccio!"


Aggiornamento dell'ottobre 2007
Naturalmente trovo altrettanto irritante l'uso di espressioni come  "noi donne" [o "noi uomini"], come se la condivisione dello stesso sesso potesse rendere più vicine le persone. Non ho mai pensato alla comunione come ad una questione anatomica, quanto piuttosto ad un fatto di pensieri, parole, cuore, sensibilità ed empatia.



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domenica, 14 ottobre 2007
Buone azioni quotidiane

buone azioni



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giovedì, 11 ottobre 2007
Come lacrime nella pioggia

Una serata di qualche tempo fa mi trovavo con Simona ed altre persone nell'ospitale casa di Seaweeds. Fra una portata di farinata ed un'altra di focaccia al formaggio, ci trovammo ben presto naturalmente immersi in ricordi musicali e cinematografici di parecchi anni or sono. Sapete come succede no? Una rievocazione tira l'altra, ad un flash ne fa seguito uno successivo, e fu così che, mettendo insieme i pezzi, arrivammo alla piccola chicca che sto per raccontare.
 
Credo che siano in pochi coloro che, fra i miei intrepidi lettori, si rammentano o conoscono un gruppo di nome Aphrodite's Child. Si tratta di una complesso [come si diceva allora] di origine greca, che a cavallo dei '60 e i '70 inanellò in Italia una nutrita serie di hit. Erano brutti come la fame o un'accolita di briganti balcanici, ma erano abilissimi musicisti in grado di confezionare con le loro chitarre elettriche e il loro organo Hammond struggenti e nostalgiche melodie, impreziosite dalla voce di sogno di Demis Roussos.


Sicuramente saranno ancor di meno quelli che sanno cosa accomuna il gruppo ellenico al film di culto del 1982 "Blade Runner". Niente paura, se non poteste fare affidamento su Rear Window che vi svela queste gustose amenità, che ci verreste a fare nel mio blog? Ci sono due elementi di congiunzione fra Aphrodite's Child e il capolavoro di Ridley Scott. Il primo di questi sta nel fatto che la colonna sonora della pellicola è firmata da Vangelis, noto compositore di musiche da film ["Momenti di gloria", "Missing", "Alexander", ecc], che è stato proprio uno dei 4 componenti della band. Il secondo risiede nel maggiore successo del gruppo: "Rain and Tears", il cui testo curiosamente parla di lacrime che si confondono nella pioggia, esattamente come, 14 anni dopo, sarebbe capitato nel celeberrimo monologo del replicante, interpretato da Rutger Hauer, nel prefinale del film: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. E' tempo di morire».



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martedì, 09 ottobre 2007
Il Grande Torneo degli Attori - Le Selezioni

Vi piacciono gli scontri diretti senza esclusioni di colpi? Siete fra coloro che sostengono che Al Pacino è meglio di Dustin Hoffman o che Di Caprio non è neppure degno di allacciare le scarpe a Johnny Depp? Vi illanguidite ogni qualvolta vedete un vecchio film con Marlon Brando ed invece pensate che Kevin Costner sia persino meno sexy del vostro verduriere? Volete farla pagare a Scarlett Johansson perchè, sebbene bassa e cellulitica come voi, è diventata desiderata, ricca e famosa? Insomma: avete deciso di far menare le mani ai vostri attori preferiti? Bene! Siete capitati nel posto giusto!!!

Il Grande Torneo degli Attori
 
Dopo il successo del Grande Torneo dei Film, il vostro blogger di fiducia ci rifà - indefesso ed irriducibile - con Il Grande Torneo degli Attori. Facili le regole. In questo turno - tempo 20 giorni - ognuno di noi potrà esprimere fino a 12 libere preferenze che riguardino i propri attori o attrici favoriti. I 32 attori che avranno ricevuto più voti [in caso di pari merito sarò io a decidere] comporranno il tabellone di un torneo di tipo tennistico con 16 scontri ad eliminazione diretta, che via via condurranno fino ad una finale e ad un unico vincitore.



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domenica, 07 ottobre 2007
Sono un blogger. Sono ciò che scrivo?

"I am a DJ, I am what I play" cantava David Bowie anni fa. Sono un Deejay, sono ciò che suono... una frase che mi ha sempre affascinato e che ho provato a traslare nel mondo dei blog, allorquando, quasi due anni fa, ebbi l'idea di aprirne uno. "Ma un blogger è ciò che scrive?" mi venne subito da chiedere. Chi mi segue sa che ho conosciuto la mia compagna attraverso Splinder. Prima di incontrarla avevo delle sensazioni piuttosto precise che mi venivano dalla lettura del suo blog: l'unico strumento che allora avevo per stabilire una comunicazione con lei, ma non potevo certo affermare di sapere chi fosse. Oltre a Simona, da poco più di un anno vedo e frequento con grande piacere il buon vecchio Seaweeds. Ho quindi avuto una conoscenza con una blogger di Genova durata 12 mesi ed altri contatti più recenti e sporadici con diverse persone [come non citare, per esempio, la scoppiettante Bananae], tutte incontrate dal vivo grazie alla mia "Finestra sul Cortile". A seguito di questa mia esperienza sul campo, provo a dare una personale risposta alla domanda in questione: naturalmente NO, un blogger non è ciò che scrive, nel senso che una persona è ben più complessa, sfaccettata, espressa e densa di ciò che appunta in un blog. Insomma: è molto altro, anche se non necessariamente "di più" o "di meglio". Ciò che scrive - o per meglio dire - ciò che decide di pubblicare [la differenza a volte non è affatto sottile] e, di conseguenza, come sceglie di apparire agli occhi di una platea virtuale, è solo uno dei suoi diversi aspetti. Tutto questo gli appartiene ma non lo contiene.

Qualche giorno fa non ci siamo fatti mancare un'altra puntata di una contesa fra blogger che va avanti ormai da alcuni mesi. In verità la querelle ha origini e natura che affondano nella cosiddetta vita reale. I blogger che avrebbero voce in capitolo sono solo 4, perchè 4 sono le persone che, a diverso titolo, hanno autenticamente vissuto la vicenda al di fuori della Rete, e pertanto ben ne conoscono le dinamiche. Eppure si è assistito ad un curioso fenomeno: decine di commentatori si sono schierati chi per una campana chi per l'altra, senza sostanzialmente conoscere nè i protagonisti [se non attraverso il loro blog] e nè le ragioni effettive del contendere. Sono volate parole grosse, insulti sprezzanti e sarcastici commenti, basati di fatto sul proprio rapporto di simpatia virtuale con questo o quel blogger. Ma siamo davvero sicuri che sia così strano ed incomprensibile? Siamo davvero certi, ad esempio, che le nostre opinioni sui fatti politici o sugli eventi di cronaca [nera o rosa che sia] si rifacciano sempre a fatti nudi e crudi, ad idee che ci siamo costruiti leggendo, informandoci ed approfondendo in ogni direzione, senza pregiudizi? O quanto piuttosto alla propria passionalità o semplicemente a fattori "di pelle" o "di pancia"?

Terminando con una considerazione di carattere più generale: io ho sempre sostenuto che Internet sia lo specchio della società. La nostra società non lesina certo in superficialità, meschinità, grettezza, falsità ed ipocrisia; perchè mai sorprendersi se ne troviamo su Splinder?



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giovedì, 04 ottobre 2007
Il Grande Torneo dei Film - Il Vincitore

Squillino i tamburi e rullino le trombe... no, non è così. Trombino i tamb... no, emh... non credo sia neppure così.... ecco, si, ci sono: squillino le trombe e rullino i tamburi!!! Il Grande Torneo dei Film ha il suo vincitore. Alla faccia delle malelingue che dicevano che era tutto combinato e che avrei fatto vincere il "mio film", a trionfare è "A qualcuno piace caldo" di Billy Wilder, con 28 preferenze contro le 22 de "La finestra sul cortile". Grazie infinite a tutti coloro che hanno giocato insieme a me in questi cinque mesi. E' stato così divertente che sto pensando ad organizzare un torneo analogo per gli attori. I miei intrepidi lettori che ne pensano? Mentre ci ragionate sopra o anche no, vi lascio con alcune dichiarazioni che il buon vecchio Wilder fece a proposito dei problemi avuti durante la lavorazione del film, a causa della mancanza di disciplina della Monroe.


«Come regista, quello che mi riduceva alla disperazione più totale non erano tanto i suoi ritardi e le sue difficoltà a memorizzare le battute: sono inattendibilità prevedibili che vengono messe in conto. Quello che è impossibile mettere in conto è l'inattendibilità nell'inattendibilità. Tanto per fare un esempio, c'era una scena girata in esterni; una sequenza complessa con lunghi dialoghi, resa ancora più complicata dal fatto che nella vicinanze c'era un aeroporto della marina militare, dal quale a intervalli regolari decollavano con gran fragore i jet. Le pause fra un decollo e l'altro dovevano essere usate per girare. Con la sua inaffidabilità avevo previsto che ci sarebbero voluti almeno quattro giorni a girare tutta la sequenza come io la volevo. Ed invece Marilyn recitò le sue battute alla perfezione, senza il minimo errore. Ci bastò un solo ciak. E dire che si trattava di una tirata di quasi due pagine. Ma poi c'erano scene di tutt'altro genere, come quella in cui lei entra delusa e depressa nella stanza d'albergo di Lemmon e Curtis e, in preda alla disperazione, vorrebbe ricominciare a bere. Doveva semplicemente dire "Where is the barbour?". Bene, quella scena l'abbiamo dovuta girare la bellezza di 65 volte! Ci impiegammo un giorno e mezzo con i due protagonisti maschili ad aspettare su quegli orribili trampoli e con quei cenci addosso! Eppure aveva un carisma come nessun'altra attrice: un'aura che le aleggiava intorno. A Vienna avevo una zia che lavorava in una pasticceria. Lei sarebbe arrivata puntualissima alle prove e avrebbe padroneggiato le sue battute da cima a fondo, fino all'ultima virgola. Non mi avrebbe rovinato un solo ciak, nè io avrei avuto la minima discussione con lei. Ma al botteghino avrebbe reso pochi spiccioli. Marilyn era un genio assoluto come attrice comica. Aveva un talento eccezionale». Al termine delle riprese del film un giornalista chiese a Wilder se avrebbe girato un altro film con la Monroe. Il regista così ribattè: «Ne ho parlato con il mio medico di famiglia, il mio psichiatra ed il mio contabile. Hanno detto che sono troppo vecchio e troppo ricco per affrontare un'altra esperienza come questa».



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