REAR WINDOW
Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!
IL MOVENTE
I TESTIMONI OCULARI
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«Il potere incontrollato e incontrollabile dei giudici, ostaggi delle procure politicizzate, non è giustizia, è il suo esatto contrario. Il presidente del Consiglio dei ministri, eletto per tre volte dagli italiani, non può e non deve essere giudicato da loro e dal loro corteo vociante di giustizialisti dalla coda di paglia. Può darsi che dalla loro abbiano commi e codicilli, interpretazioni capziose delle leggi e l’omertà della categoria giudiziaria. Hanno perso però, e per loro colpa, l’autorità civile per giudicare “in nome del popolo italiano” chi da quel popolo, cosciente delle accuse che gli venivano rivolte, è stato eletto democraticamente.»
25.06.08 [Giuliano Ferrara - Il Foglio]
È un po' ingenuo, anzi molto, stupirsi che Berlusconi sia tornato Caimano. Se esiste una persona fedele a se stessa, oltre ogni umana tentazione di dubbio o di noia, questa è il Cavaliere. Era così già molto prima della discesa in politica, con la sua naturale carica eversiva, il paternalismo autoritario, l'amore per la scorciatoia demagogica e il disprezzo irridente per ogni contropotere democratico, a cominciare dalla magistratura e dal giornalismo indipendenti, l'insofferenza per le regole costituzionali, appresa alla scuola della P2. Il problema non è mai stato quanto e come possa cambiare Berlusconi, che non cambia mai. Piuttosto quanto e come è cambiata l'Italia, che in questi quindici anni è cambiata moltissimo. In parte grazie all'enorme potere mediatico del premier.
Ogni volta che Berlusconi ha conquistato Palazzo Chigi ha provato a forzare l'assetto costituzionale e per prima cosa ha attaccato con violenza la magistratura. Lo ha fatto nel 1994 con il decreto Biondi, primo atto di governo; nel 2001, quando i decreti d'urgenza sulla giustizia furono presentati prima ancora di ricevere la fiducia; e oggi. Con una escalation di violenza nei toni e, ancor di più, nei contenuti dei provvedimenti. Il pacchetto giustizia di oggi è più eversivo della Cirami e del lodo Schifani, a sua volta più eversivi del "colpo di spugna" del '94. Ma, alla crescente forza delle torsioni imposte da Berlusconi agli assetti democratici, ha corrisposto una reazione dell'opinione pubblica sempre più debole. Nel '94 la rivolta contro la "salva-ladri" azzoppò da subito un governo destinato a durare pochi mesi. Nel 2001 i "girotondi" inaugurarono una stagione di movimenti, con milioni di persone nelle piazze, che si tradussero fin dal primo anno in una serie di pesanti sconfitte elettorali per la maggioranza di centrodestra, pure larghissima in Parlamento.
La terza volta, questa, in presenza di un tentativo ancora più clamoroso di far saltare i cardini della magistratura indipendente, la reazione è molto debole. L'opposizione, accantonate le illusioni di dialogo, annuncia una stagione di lotte, ma non ora, in autunno. La cosiddetta società civile sembra scomparsa dalla scena. I magistrati sono gli unici a ribellarsi con veemenza, ma sembrano isolati, almeno nei sondaggi. Quasi difendessero la propria corporazione e non i diritti e la libertà di tutti, così come l'hanno disegnata i padri della Costituzione.
Ecco che la questione non è che cosa sia successo a Berlusconi (nulla), ma che cosa è successo al Paese. [...] In questo quarto di secolo che non ha cambiato Berlusconi, l'Italia è cambiata molto e in peggio, il tessuto civile e sociale si è logorato, il senso comune è stato modellato su pulsioni autoritarie. Molti discorsi che si sentono negli uffici, nei bar, sulle spiagge oggi, da tutti e su tutto, si tratti di immigrazione o di giustizia, di diritti civili come di religione, di Europa o di sindacati, nell'Italia del '94 sarebbero stati inimmaginabili. [...] Si tratta di vedere se nell'opinione pubblica esistano ancora quei reagenti democratici che hanno impedito nel '94 e nel 2001 la deriva, più o meno morbida, verso un regime. I segnali sono contraddittori, la partita è aperta. Certo, in questi decenni la forza d'urto del populismo berlusconiano è andata crescendo, così come la presa su pezzi sempre più ampi di società. Non si tratta soltanto di potere delle televisioni o dell'editoria, ma di una vera e propria egemonia culturale. E sorprende che nell'opposizione, gli ex allievi di Gramsci, ancora oggi, a distanza di tanto tempo, non comprendano i meccanismi e la portata della strategia in atto. [...] Bisogna trovare qui e ora il coraggio di proposte forti e alternative al pensiero unico dominante, invenzioni in grado di suscitare dibattito e bucare così la plumbea egemonia "bulgara" dell'agenda governativa. Bisogna farsi venire qualche idea, anzi molte, una al giorno, per svegliare l'opinione pubblica democratica dal torpore ipnotico con cui segue gli scatti in avanti di Berlusconi. Lo stesso torpore ipnotico che coglie la preda davanti alle mosse del caimano. Che alla fine, attacca.
[Curzio Maltese - La Repubblica]
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Dopo appena un mese dall'insediamento a Palazzo Chigi, berlusconi ha presentato un emendamento al decreto sicurezza che chiede la sospensione dei processi penali relativi a fatti commessi fino al 30 giugno 2002 «che si trovino in uno stato compreso tra la fissazione dell'udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado». L'obiettivo evidente è quello di bloccare la sentenza del processo Mills dove il primo ministro è imputato di corruzione in atti giudiziari e rischia fino a 8 anni di carcere!
Non contento, berlusconi propone l'istanza di ricusazione nei confronti della presidente del Tribunale di Milano, Nicoletta Gandus, titolare dello stesso procedimento che si intende congelare, adducendo come motivo il fatto che nel passato la Gandus avrebbe rilasciato dichiarazioni che attesterebbero una «inimicizia grave» nei confronti dell'imputato. Inoltre, in una lettera al Presidente del Senato, il premier parla di uno «stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici», e rispolvera i suoi cavalli di battaglia di sempre: le leggi ad personam, il complotto delle toghe rosse, la giustizia da rifare. Ma al Nostro tutto ciò non basta e annuncia che ha intenzione «di presentare un disegno di legge per evitare che si possa continuare ad utilizzare la giustizia contro chi è impegnato ai più alti livelli istituzionali nel servizio dello Stato». Una riedizione in piena regola del Lodo Schifani, quello che nel 2004 la Consulta bocciò perché violava i principi costituzionali.
Sconcertata la capogruppo Pd al Senato, Anna Finocchiaro: «Mai in maniera così esplicita - sostiene - berlusconi aveva dichiarato la sua volontà di intimidire la giustizia e la magistratura italiana. Trovo grave il tono della sua lettera al presidente del Senato - prosegue la Finocchiaro - trovo irrispettosa e pericolosa la presentazione di questi emendamenti che con il decreto sicurezza niente hanno a che fare». Per la deputata dell'Italia dei Valori Silvana Mura la lettera di berlusconi al presidente Schifani ricorda il famoso discorso di Mussolini sull'omicidio Matteotti che diede il là alla fase dittatoriale del fascismo. La lettera «riporta alla mente le parole certamente più sinistre che risuonarono nell'aula di montecitorio il 3 gennaio del 1925. A quelle parole, che respingevano le accuse sul delitto Matteotti, seguirono una serie di provvedimenti eccezionali poi le leggi fascistissime, oggi siamo molto più fortunati, perchè avremo a che fare - puntualizza la deputata dell'Idv - solo con una serie di norme vergogna che danneggiano tutti per sistemare gli interessi di uno solo. Il solito».
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Fra una settimana è estate. Mai come quest'anno si è fatta attendere, rintanandosi là dove finiscono le pioggie battenti e le dense nuvole nere. E' una stagione che si nasconde, l'estate di quest'anno. Un pò come si nascondono le malinconie e le tristezze in fondo al cuore, un pò come quando si dimentica. Ma c'è un sottile filo che annoda le vicende della nostra vita. Le mette insieme una all'altra. Un sentiero dove ogni cosa ha una ragione ed in cui il ricordo ci racconta chi siamo. Anche se ci sono momenti in cui pare impossibile e la speranza è un esercizio sempre più faticoso, l'estate tornerà anche questa volta a riscaldare l'aria, come un piccolo dolce prodigio, per quanto il vero prodigio sia tu.
Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un'erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d'aria
e il prodigio sei tu. C'è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.
da "L'estate" Cesare Pavese
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Nella sua ultima intervista ebbe a dire: «Mi piace il disordine. Io sono un anarchico, come natura. Mi piacciono i pazzi, quelli che non parlano come gli altri». Ed in effetti lo sguardo di Dino Risi non fu mai comune. Autore fra i più rilevanti del cinema italiano, il regista milanese svelò con impietoso umorismo, disincanto, cinismo e melanconia, vizi e vezzi del nostro Pease. Grazie ad un efficace gusto per il dettaglio, Risi riuscì a ritrarre in modo perfetto l'Italia del boom e della ricchezza ostentata come simbolo di riscatto, ma anche quella di chi era costretto a vivere la propria vita tra stenti e continui compromessi. Dopo i successi delle commedie più leggere degli Anni 50, nel 1961 arrivò il primo capolavoro: "Una vita difficile", interpretato da un Alberto Sordi al suo meglio. A proposito del film, che gli permise di vincere il David di Donatello, il regista affermò «'Una vita difficile', come tutti i film della commedia all'italiana non è un film sul futuro, ma sul passato e sul presente: o meglio su un presente su cui pesa la delusione di una generazione che voleva cambiare il mondo e si trova a dover fare attenzione a non essere, essa, invece, cambiata dal mondo». Giunto alla piena maturità e ad uno straordinario equilibrio espressivo, Dino Risi, aiutato dalle performance dei più grandi attori dell'epoca, realizzò alcune perle indimenticabili: "Il sorpasso" (1962), punta più alta del suo lungo sodalizio con Vittorio Gassman, in cui stravolse il senso stesso della commedia, privandola del lieto fine, e poi ancora "I mostri" (1963), "Straziami ma di baci saziami" (1968), "In nome del popolo italiano" (1971), "Profumo di donna" (1974).
Se ne va oggi a 91 anni, lasciandoci più tristi e soli.
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Love is a losing game
Esiste una totale identificazione fra Amy Winehouse e la sua musica. Da sempre infatti soul e rhythm'n'blues sono sinonimo di inquietudine e sofferenza. La ventiquattrenne cantante di Enfield, l'unico vero, grande, incontestabile talento emerso nel panorama musicale inglese degli ultimi anni, oramai sempre più asfitticamente omologato, è ciò che canta: disagio, dolore, amori finiti, abbandoni, solitudine, incomunicabilità, depressione, ribellione, lacrime, cinismo, autodistruzione, morte. E' talmente cinica che del suo talento importa più a chi l’ascolta che a lei stessa. Un talento che acquista per questo motivo un valore maggiore, proprio perché deliberatamente dissipato. La sua voce è così piena di graffi e cicatrici che sembra quasi possibile annusare il fumo amarognolo di tutte le sigarette fumate, l’odore spesso del whisky bevuto, la disperazione della dipendenza dalla droga. Eppure, malgrado tutto, è una voce nitida, luminosa, intensissima, palpitante proprio di quella vita che pare sfuggirle fra le mani.
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Diciamolo subito: "Il Divo" è un grande film. Una di quelle storie che non si esaurisce in un'unica visione, ma che richiede un'attenzione al dettaglio che normalmente si riesce a compiere in più riprese. Una pellicola autoriale prima di tutto. Una regia magistrale in cui ogni aspetto è studiato con estrema cura: ambientazioni, inquadrature, movimenti di macchina, fotografia, montaggio, colonna sonora. Un "occhio" che racconta e definisce la storia destrutturandola con eleganza ed intelligenza e che rimanda allo spettatore una sensazione di complessità, che poi è la considerazione principe che deve riferirsi alla figura di Giulio Andreotti. Infatti, in una delle sequenze più significative del film, Scalfari [efficacemente interpretato da Giulio Bosetti] intervista il leader democristiano, domandandogli se "è un caso" che il suo nome sia finito in tutte le vicende più oscure, nelle trame più intricate e nei delitti più orrendi della storia repubblicana. Andreotti lo guarda impassibile e poi gli risponde, gelido: «E’ un caso che io abbia salvato il suo giornale da Berlusconi, consentendole la libertà di venire qui e pormi domande sfrontate e capziose? E' grazie a me se lei oggi può permettersi di essere così arrogante, presuntuoso e sospettoso nei miei confronti» «Guardi che le cose non stanno esattamente così. La situazione era un pò più complessa», replica uno Scalfari imbarazzato. E Andreotti di rimando: «Ecco, lei è abbastanza perspicace e l'ha capito da solo. La situazione era un pò più complessa. Ma questo non vale solo per la sua storia... vale anche per la mia».
Paolo Sorrentino intelligentemente evita la via "neorealista" per rappresentare la complicata parabola personale del "divo Giulio", spettacolare metafora del potere che ha dominato l'Italia per 40 anni, lasciandoci molti enigmi irrisolti. Sceglie piuttosto la cifra della surrealtà ed il registro della trasfigurazione caricaturale, corredandole però da un minuzioso lavoro archivistico, mettendo in bocca ai suoi personaggi una serie di frasi tratte da interviste, atti processuali e dichiarazioni ufficiali. Ed è proprio sull'equilibrio fra questi due aspetti che si gioca la grandezza dell'opera del regista napoletano, impreziosita dalla magnifica interpretazione di Toni Servillo, un Andreotti luciferino ed angosciato, maschera inespressiva e al tempo stesso potentemente intima, in bilico perfetto fra caricatura e tragedia.
Chissà quanti italiani ogni giorno incontriamo che nel loro piccolo sono dei "divetti", amministrando il personale potere nello stesso modo oscuro e perverso. Potremmo essere capaci di una cittadinanza qualificata ed invece la sviliamo per rincorrere mediocri obiettivi, perchè in fondo "L'Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l'incompetenza, la confusione". [Natalia Ginzburg, 1961]
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