Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!
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La storia della felicità inizia con la parola eudaimonia, composta dal suffisso greco eu [buono] più la qualificazione positiva daimon [demone]. Nella tradizione filosofica greca, dunque, essere felici significa avere un buon demone, una protezione sicura che aiuta a superare gli ostacoli della vita. In quel contesto la felicità è strettamente legata alla sorte.
Da allora le definizioni sulla felicità si sono moltiplicate senza sosta. Poeti, scrittori, filosofi, cantanti, chi più chi meno, tutti hanno cercato di fornire la propria personalissima intepretazione di questa favolosa condizione emotiva. C'è chi, come Marilyn Monroe, l'ha legata al successo economico [«Dicono che il denaro non faccia la felicità, ma se devo piangere preferisco farlo sul sedile posteriore di una Rolls Royce piuttosto che su quelli di un vagone del Metrò»], c'è chi ne ha fatto una questione di basso relativismo [«Felicità: una gradevole sensazione scaturita dalla contemplazione della sofferenza altrui.»] o di spicciola botanica [«Felicità? Una piccola incombenza giornaliera da curare come faresti con un giardino.»]. Pascoli invece ritiene che occorrano buoni polmoni e tanto tanto allenamento [«io la felicità la inseguo per monti, per piani, pel mare, pel cielo, nel cuore.»]. Montale punta tutto sull'equilibrismo: [«Felicità raggiunta, si cammina per te sul fil di lama. Agli occhi sei barlume che vacilla, al piede, teso ghiaccio che s'incrina...»]. Cechov sostiene che l'importante è fare gli indifferenti [«La felicità è una ricompensa che giunge a chi non l'ha cercata.»]. Proust [«La felicità è benefica per il corpo, ma è il dolore che sviluppa i poteri della mente.»] e i Beatles [«La felicità è una "pistola" calda.»] sono d'accordo nel buttarla sulle gioie corporali. Dello stesso concetto, virato sui piaceri gastronomici, se ne appropria anche Albano [«Felicità è un bicchiere di vino con un panino»]. Alberoni sottolinea l'importanza di cogliere l'attimo giusto [«La felicità è sempre e soltanto un istante. Non è una cosa che dura.»]. Che poi chi, come George Bernard Shaw, mette in campo il consumismo [«Non abbiamo diritto di consumare felicità senza produrne, più di quanto abbiamo diritto di consumare ricchezze senza produrne.»], chi, come Louis de Wohl, risponde viceversa con la religione [«La felicità perpetua non è che un'altra parola per indicare Dio»] e chi infine se ne frega un pò di tutto, come Carlo Maria Franzero [«Vivi nell'atarassia, nella apatia, e troverai la tua felicità. Non preoccuparti mai. Non volere gli entusiasmi, le forti emozioni.»].
Ecco, non so voi, ma io, dopo aver letto queste righe, mi sento molto più confuso di prima e così chiedo aiuto ai miei fidi lettori: la vostra verità, vi prego, sulla felicità!
Qualche giorno fa un amico mi chiese quali fossero i miei blog preferiti su Splinder. Io risposi senza pensarci un attimo: i blog sinceri. Ma quali sono i blog "sinceri"? Semplice. Quelli che rispecchiano la personalità del loro autore. Coloro che mi hanno conosciuto dal vivo dopo aver letto il mio blog, mi hanno confidato che in linea di massima riflettevo l'idea che si erano formati su di me. Ci sono blogger che, nel bene e nel male [nel mio caso soprattutto "nel male"], sono più o meno come te l'aspetti. Un certo grado di approssimazione è beninteso da mettere in conto, dal momento che in un blog, che già di per sè rappresenta una forma di comunicazione parziale, si finisce tendenzialmente con esaltare gli aspetti migliori della propria natura, nascondendo gli altri. Questo però è un orientamento che va maneggiato con cura, perchè può dare origine a fenomeni di distorsione della realtà. Esistono infatti persone che dalle loro pagine, spesso molto seguite ed apprezzate, forniscono un ritratto di sè molto differente da quello effettivo, abbandonandosi ad un "successo sociale" che invece sono molto distanti dall'ottenere nel mondo "autentico". Persone che scrivono per sedurre, visto che dal vivo non ci riescono, e che confondono rapporti virtuali con storie reali. Un blog può dare assuefazione. Occorre prestare attenzione, perchè il riscontro di chi ti legge può tristemente prendere il posto di un vuoto tangibile che non si riesce a colmare altrove.
Mi corre l'obbligo di segnalarvi l'apertura di un nuovo blog di cui sono correo. Nasce grazie ad un'idea del buon Seaweeds e ha sùbito visto diversi amici parteciparvi con piacere. Si parlerà di cinema in modo diverso: cialtronesco anzichenò e mai serioso. Potevo tirarmi indietro dal fare il buffone anche su altri lidi, oltre che dalle pagine di questo blog? Certo che sì, però naturalmente non ci sono riuscito. Così, se di quando in quando avrete voglia di buttarvi un occhio [riprendendolo subito dopo, che tutte quelle orbite mi fanno impressione], non dovrete far altro che digitare cineblabbers.splinder.com. Tanto Vi dovevo.
E così, a neppure 60 anni, se ne va anche Stefano Rosso, uno dei miei cantautori preferiti degli Anni 70: un periodo sicuramente controverso, intenso e violento, l'ultimo vissuto dentro una dimensione collettiva, caratterizzato da scontri ideologici ed atti terroristici, eppure coloratissimo, ingenuo, sfrenato, appassionato, creativo ed aperto al prossimo. Il cantante romano, con i suoi brani di sapore folk, in cui ad un'orecchiabile ma mai banale melodia mescolava abilmente ironia, irriverenza, provocazione ed impegno, fu uno straordinario e scanzonato interprete di quegli anni. I più lo ricorderanno per la frase contenuta in una delle sue canzoni piu' famose ''Una storia disonesta'', che recitava: «...che bello, due amici, una chitarra e lo spinello» e che finì per diventare una sintesi evocativa e vivida di quei tempi.
Mi piace qui ricordare la bellissima "Bologna '77", dedicata a Giorgiana Masi, una ragazza uccisa a Roma durante una manifestazione.
L’inverno passava qualcuno di lì.
Il nastro girava, suonava “Lilly”.
Girava il pallone, lo stadio impazzì.
La voce tremava, l’inverno finì.
E poi primavera e qualcosa cambiò.
Qualcuno moriva e su un ponte lasciò
lasciò i suoi vent’anni e qualcosa di più.
E dentro i miei panni, la rabbia che tu
da sempre mi dai, parlando per me
scavando nei pensieri miei.
Guardandomi poi dall’alto all’ingiù
e forse io valgo di più. L’estate moriva, Bologna tremò,
la dalia fioriva e la gente pensò
dei tanti domani vestiti di jeans
chiamandoli “strani”, ma non fu così.
E quando m’incontri, se pensi di me
tu sappi che il sole che splende per te
e il grano che nasce e l’acqua che va
è un dono di tutti, padroni non ha.
E il grano che nasce e l’acqua che va
è un dono di tutti, padroni non ha.
Penso a te... e penso a me all'età di 6 o 7 anni, quando salivo in piedi sul tavolo della cucina per cantare a squarciagola "Fiori rosa fiori di pesco". Naturalmente non sapevo nulla di ciò che succede fra un uomo ed una donna, eppure il racconto così sofferto di un ragazzo che a distanza di un anno va a trovare l'ex fidanzata ed il tragico imbarazzo in cui si trova nel scoprirla con un altro, mi fulminò non meno della trascinante melodia e dell'interpretazione così innovativa ed appassionata. Quando morì Lucio Battisti, il 9 settembre di 10 anni fa, provai lo stesso senso di smarrimento e di perdita di quando se ne va un caro amico, e capii d'un tratto che quel bambino che si dimenava buffamente atteggiandosi a cantante, sotto i divertiti rimproveri della madre, non sarebbe più tornato: una stagione della mia vita era terminata per sempre.
Battisti aveva con sé il dono della genialità: cioè rimanere unico e nello stesso tempo diventare di chiunque. Così insolito da meravigliare ad ogni canzone, ma così inconfondibilmente solito da riconoscerlo al primo ascolto. Una voce acerba e selvatica, un' interpretazione personalissima ed intensa, e delle melodie giocate su pochi accordi eppure inarrivabili, furono in grado, nel tumulto degli "anni di piombo", di imporre l'emozione eterna dei sentimenti. Insieme a Mogol, Battisti profuse la sua creatività al servizio delle piccole emozioni quotidiane, delle cose di tutti i giorni. Ed è proprio qui che sta la straordinaria valenza poetica dei brani della coppia, e cioè la capacità di fare del particolare un universale dentro il quale perdersi in una tenerezza comune. Un universale senza tempo, perchè le canzoni di Battisti sorvolano le barriere di gusto e di cultura da 40 anni a questa parte. La sua musica provoca emozioni, comunica sensazioni, consola, esalta, deprime, suscita entusiasmi e malinconie, gioca insomma con la mente e con il cuore. Nè più nè meno di quanto fanno un quadro, un romanzo, una poesia. Scrivere canzoni è dunque un'arte e Lucio Battisti la più grande espressione italiana di quest'arte.
Domandarsi perche' quando cade la tristezza in fondo al cuore, come la neve non fa rumore. E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi e' tanto difficile morire. Capire tu non puoi, tu chiamale, se vuoi, emozioni. [Emozioni]
"Scusa è tardi" e penso a te. "Ti accompagno" e penso a te. "Non son stato divertente" e penso a te. Sono al buio e penso a te, chiudo gli occhi e penso a te, io non dormo e penso a te. [E Penso a Te]
Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi lo vesti e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai. Per te che un errore ti è costato tanto, che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto. Anche per te vorrei morire ed io morir non so. [Anche per Te] L'erba è alta ormai lo so e dovrei potare il melo. Quanta polvere c'è, dentro casa è tutto un velo... ma di strano cosa c'è? Questa casa ha visto amore, oggi vede un uomo che muore. [Vendo Casa] Il fiume va, guardo più in là, un'automobile corre e lascia dietro sé del fumo grigio e me e questo verde mondo indifferente, perché da troppo tempo ormai apre le braccia a nessuno, come me che ho bisogno di qualche cosa di più, che non puoi darmi tu. [L'Aquila] Camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti "tu muori, se mi aiuti son certa che io ne verrò fuori", ma non una parola chiarì i miei pensieri, continuai a camminare lasciandoti attrice di ieri. [I Giardini di Marzo]
Come può uno scoglio arginare il mare, anche se non voglio torno già a volare. Le distese azzurre e le verdi terre. Le discese ardite su nel cielo aperto e poi giù il deserto e poi ancora in alto con un grande salto. [Io Vorrei... Non Vorrei... Ma Se Vuoi] Amarsi un po' è un po' fiorire, aiuta sai a non morire. Senza nascondersi, manifestandosi, si può eludere la solitudine. Però volersi bene no... partecipare è difficile, quasi come volare. [Amarsi un Pò] In un grande magazzino una volta al mese spingere un carrello pieno sotto braccio a te, e parlar di surgelati rincarati, far la coda mentre sento che ti appoggi a me. [Perchè No]
Una frase sciocca, un volgare doppio senso, mi hanno allarmato... non è come io la penso, ma il sentimento era già un po' troppo denso e son restato. Chissà, chissà chi sei, chissà che sarai, chissà che sarà di noi... lo scopriremo solo vivendo. [Con il Nastro Rosa]
Leggo su "La Repubblica" di ieri che ci sono alcuni scienziati in un immenso laboratorio sotterraneo, sepolto ad un centinaio di metri sotto il confine tra Francia e Svizzera, che il prossimo 10 settembre cercheranno di ricreare le condizioni che esistevano una frazione di secondo dopo il Big Bang. Però, per un gruppo di preoccupati ricercatori, questo esperimento potrebbe comportare il rischio della fine del mondo. Così, all'ultimo momento, gli oppositori del progetto hanno presentato un ricorso davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani, che in teoria potrebbe bloccare il più grande, ambizioso e costoso test scientifico di tutti i tempi. Oggetto della contesa è il Large hadron collider, un acceleratore da 6 miliardi di euro che, facendo scontrare particelle atomiche ad alta velocità e generando temperature di più di un trilione di gradi Celsius, dovrebbe rivelare il segreto di come è cominciato l'universo. Ciò che si teme è che l'esperimento andrà ben oltre le aspettative, creando un mini buco nero, che crescerà di dimensioni e potenza fino a risucchiare dentro di sé la Terra, divorandola completamente nel giro di quattro anni. Gli scienziati di Ginevra ribattono che non c'è assolutamente nulla da temere: ci sono infatti «scarse possibilità» che l'acceleratore formi un buco nero capace di porre una minaccia concreta al pianeta - dicono - perché la natura produce continuamente delle collisioni di energia più alte ancora di quelle che saranno create artificialmente dall'acceleratore, per esempio quando i raggi cosmici colpiscono la Terra.
Ecco... non so voi, ma - a parte la considerazione molto naif che preferirei vedere investiti tanti soldi su programmi come la lotta al cancro o ad altre malattie incurabili - io vorrei saperne un pò di più su ciò che significa esattamente l'espressione "scarse possibilità", perchè - così com'è - la difesa di questi scienziati non è che mi tranquilizzi poi tanto. Chissà, forse perchè ho l'arbitraria presunzione che uno che si appresta a sperimentare qualcosa che non è mai stato provato prima e la cui portata va al di là di ridurre le infestazioni delle pinete mediterranee ad opera delle Formiche Rufe, mi fornisca qualche rassicurazione un pò meno vaga! Comunque, se non doveste più leggere miei post dopo il 10 settembre, perlomeno saprete che questo blog è finito in un mini buco nero. Qualcuno mi faccia luce!