Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!
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Ad un intervistatore che gli domandava come fosse arrivato alla straordinaria innovazione stilistica di "Quarto Potere", Orson Welles rispose: «Devo tutto alla mia ignoranza. Se questa parola vi sembra inadeguata, sostituitela con innocenza».A soli 23 anni fece il suo trionfale ingresso ad Hollywood, grazie, oltre che ad una brillante attività di direzione teatrale, al gigantesco clamore dovuto alla sua riduzione radiofonica de "La guerra dei mondi". Il programma, andato in onda il 30 ottobre di 70 anni fa, simulava un attacco marziano nel New Jersey e finì con lo scatenare il panico negli Stati Uniti. Moltissimi ascoltatori non si accorsero, infatti, che si trattava di una finzione, e credettero che la Terra stesse realmente subendo lo sbarco di una flotta di bellicose astronavi marziane.
Tre anni dopo Welles realizzò uno dei maggiori capolavori della storia del Cinema, che rompeva con qualsiasi altra cosa si fosse vista prima. Una tecnica rivoluzionaria che frantumava il linguaggio convenzionale grazie all'uso di flashback, di nuovi sistemi di illuminazione e obiettivi speciali per ottenere una grande profondità di campo, notevolissimi piani-sequenza, elaborati movimenti di macchina, uso di dissolvenze incrociate di eccezionale complessità.
Nacque un autore coraggioso che pagò a caro prezzo l'orgoglio di essere tale. Nessuno dei suoi film successivi ebbe vita facile. Sofferti i progetti, sofferte le realizzazioni. Di lui ebbe a dire «Tutto quello che mi riguarda è una contraddizione, e così tutto quello che riguarda tutti gli altri. Siamo fatti di opposizioni; viviamo fra due poli. C’è un filisteo e un esteta in ognuno di noi, un santo e un assassino. Non si può conciliare i poli. Si può solo riconoscerli».
Mi corre l'obbligo di segnalarvi l'apertura di un nuovo blog di cui sono correo. Nasce grazie ad un'idea del buon Seaweeds e ha sùbito visto diversi amici parteciparvi con piacere. Si parlerà di cinema in modo diverso: cialtronesco anzichenò e mai serioso. Potevo tirarmi indietro dal fare il buffone anche su altri lidi, oltre che dalle pagine di questo blog? Certo che sì, però naturalmente non ci sono riuscito. Così, se di quando in quando avrete voglia di buttarvi un occhio [riprendendolo subito dopo, che tutte quelle orbite mi fanno impressione], non dovrete far altro che digitare cineblabbers.splinder.com. Tanto Vi dovevo.
"2001 Odissea nello Spazio"
Il capolavoro di Stanley Kubrick ebbe un seguito straordinario, anche se in pochi lo capirono davvero. Tutti comunque restarono affascinati dall’astronave che ruotava sulle note di Strauss.
"La notte dei morti viventi"
Quaranta anni fa gli zombi si impossessarono delle sale cinematografiche grazie a questo film di George Romero. Chi erano? I borghesi che volevano distruggere la creatività? O proprio i contestatori, feroci oppositori dell’ordine esistente?
"Rosemary's Baby"
L’inquietudine si fece davvero sentire in quell’anno importantissimo. Infatti, oltre agli zombi, persino Satana diventò protagonista di una storia indimenticabile. Impegnato ad impalmare l’innocente e fragilissima Mia Farrow, nel capolavoro di Roman Polanski.
"Hollywood Party"
Il 68 era frequentato anche da personaggi meno inquietanti, eppure altrettanto eversivi, come lo straordinario Peter Sellers, qui nella parte di un attore indiano che stravolge un noioso party hollywoodiano.
"La strana coppia"
La più celebre commedia di Neil Simon contribuì a rinnovare la gloriosa commedia americana e consacrò Jack Lemmon e Walter Matthau come coppia comica di indiscusso successo.
"Barbarella" Jane Fonda sarebbe diventata presto una delle icone della contestazione. Ma qui fece sognare tutti: destra e sinistra, giovani e vecchi. Perfetta e conturbante: unico e rimarchevole pregio di un film bruttino.
"C'era una volta il West" Sergio Leone rivoluzionò la mitologia del western con un capolavoro epico e malinconico che raccontava della fine di un'epoca e dell'arrivo di una nuova era. A 63 anni Henry Fonda interpretò per la prima volta il ruolo del cattivo.
"Berretti verdi"
ll film che ogni buon sessantottino cercò di non far vedere a nessuno, bloccando i cinema che lo proiettavano. John Wayne realizzò l'unico film sul Vietnam in cui si parla eroicamente della guerra.
Nella sua ultima intervista ebbe a dire: «Mi piace il disordine. Io sono un anarchico, come natura. Mi piacciono i pazzi, quelli che non parlano come gli altri». Ed in effetti lo sguardo di Dino Risi non fu mai comune. Autore fra i più rilevanti del cinema italiano, il regista milanese svelò con impietoso umorismo, disincanto, cinismo e melanconia, vizi e vezzi del nostro Pease. Grazie ad un efficace gusto per il dettaglio, Risi riuscì a ritrarre in modo perfetto l'Italia del boom e della ricchezza ostentata come simbolo di riscatto, ma anche quella di chi era costretto a vivere la propria vita tra stenti e continui compromessi. Dopo i successi delle commedie più leggere degli Anni 50, nel 1961 arrivò il primo capolavoro: "Una vita difficile", interpretato da un Alberto Sordi al suo meglio. A proposito del film, che gli permise di vincere il David di Donatello, il regista affermò «'Una vita difficile', come tutti i film della commedia all'italiana non è un film sul futuro, ma sul passato e sul presente: o meglio su un presente su cui pesa la delusione di una generazione che voleva cambiare il mondo e si trova a dover fare attenzione a non essere, essa, invece, cambiata dal mondo». Giunto alla piena maturità e ad uno straordinario equilibrio espressivo, Dino Risi, aiutato dalle performance dei più grandi attori dell'epoca, realizzò alcune perle indimenticabili: "Il sorpasso" (1962), punta più alta del suo lungo sodalizio con Vittorio Gassman, in cui stravolse il senso stesso della commedia, privandola del lieto fine, e poi ancora "I mostri" (1963), "Straziami ma di baci saziami" (1968), "In nome del popolo italiano" (1971), "Profumo di donna" (1974).
Se ne va oggi a 91 anni, lasciandoci più tristi e soli.
Diciamolo subito: "Il Divo" è un grande film. Una di quelle storie che non si esaurisce in un'unica visione, ma che richiede un'attenzione al dettaglio che normalmente si riesce a compiere in più riprese. Una pellicola autoriale prima di tutto. Una regia magistrale in cui ogni aspetto è studiato con estrema cura: ambientazioni, inquadrature, movimenti di macchina, fotografia, montaggio, colonna sonora. Un "occhio" che racconta e definisce la storia destrutturandola con eleganza ed intelligenza e che rimanda allo spettatore una sensazione di complessità, che poi è la considerazione principe che deve riferirsi alla figura di Giulio Andreotti. Infatti, in una delle sequenze più significative del film, Scalfari [efficacemente interpretato da Giulio Bosetti] intervista il leader democristiano, domandandogli se "è un caso" che il suo nome sia finito in tutte le vicende più oscure, nelle trame più intricate e nei delitti più orrendi della storia repubblicana. Andreotti lo guarda impassibile e poi gli risponde, gelido: «E’ un caso che io abbia salvato il suo giornale da Berlusconi, consentendole la libertà di venire qui e pormi domande sfrontate e capziose? E' grazie a me se lei oggi può permettersi di essere così arrogante, presuntuoso e sospettoso nei miei confronti»«Guardi che le cose non stanno esattamente così. La situazione era un pò più complessa», replica uno Scalfari imbarazzato. E Andreotti di rimando: «Ecco, lei è abbastanza perspicace e l'ha capito da solo. La situazione era un pò più complessa. Ma questo non vale solo per la sua storia... vale anche per la mia».
Paolo Sorrentino intelligentemente evita la via "neorealista" per rappresentare la complicata parabola personale del "divo Giulio", spettacolare metafora del potere che ha dominato l'Italia per 40 anni, lasciandoci molti enigmi irrisolti. Sceglie piuttosto la cifra della surrealtà ed il registro della trasfigurazione caricaturale, corredandole però da un minuzioso lavoro archivistico, mettendo in bocca ai suoi personaggi una serie di frasi tratte da interviste, atti processuali e dichiarazioni ufficiali. Ed è proprio sull'equilibrio fra questi due aspetti che si gioca la grandezza dell'opera del regista napoletano, impreziosita dalla magnifica interpretazione di Toni Servillo, un Andreotti luciferino ed angosciato, maschera inespressiva e al tempo stesso potentemente intima, in bilico perfetto fra caricatura e tragedia.
Chissà quanti italiani ogni giorno incontriamo che nel loro piccolo sono dei "divetti", amministrando il personale potere nello stesso modo oscuro e perverso. Potremmo essere capaci di una cittadinanza qualificata ed invece la sviliamo per rincorrere mediocri obiettivi, perchè in fondo "L'Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l'incompetenza, la confusione". [Natalia Ginzburg, 1961]
Che caleidoscopio è il Cinema! Un prisma pieno di facce multicolori che porge un variopinto ventaglio di emozioni e ti rende di volta in volta differente, in accordo alla storia che scorre dinanzi ai tuoi occhi, distesa su quel grosso schermo che, come un'incantesimo di uno stregone buono, prende vita ogni volta, restituendola poi a chi gli si pone davanti con passione ed amore, come il sottoscritto.
E' una forza che prende per mano e ti fa tornare bambino a strabuzzare gli occhi e a spalancare la bocca dalla meraviglia per le rutilanti sequenze del nuovo Indiana Jones. E tu sei lì che ti vien voglia di chiedere a chi ti siede accanto: "ma adesso cosa succede?", esattamente come un bimbo farebbe con mamma e papà, immaginando che loro, in qualità di adulti, lo sappiano bene cosa verrà dopo.
E' un pugno allo stomaco che ti riporta alla realtà della tua età, con la voglia di alzarti e dire basta alla terribile crudezza di questa società, in Gomorra. Rielaborando l'orrore con il filtro dell'arte, regala la fermezza della coscienza, aprendoti a nuove domande e alimentando la ricerca della verità.
Verità che al cinema è sottilmente distinta dal sogno da un'incerta linea che si insinua sul grande telo bianco, finendo per invaderlo in ogni suo centimetro, intrecciata alla fantasia. Paradigma del bambino che dentro ognuno di noi si confonde con l'uomo.
Ho da poco concluso la lettura di "Questa volta è la mia storia" di Neil Simon, il più grande commediografo vivente. In questa autobiografia, Simon, nato a New York nel 1927, ripercorre con spiccata autoironia i passaggi della sua sfolgorante carriera: si fa le ossa in qualità di autore di gag per comici televisivi come Jerry Lewis e a partire dal 1961 dà alle scene una serie pressoché ininterrotta di successi intramontabili come: A piedi nudi nel parco, La strana coppia, Appartamento al Plaza, Il prigioniero della Seconda Strada, I ragazzi irresistibili. Quasi tutti i suoi lavori ottengono centinaia di repliche, vengono tradotti in film e rappresentati con successo in ogni parte del mondo. Un uomo nato con la vocazione per il mestiere più difficile: far ridere. Se esiste una categoria che esprime il genio americano, il genio ebraico, il genio della sopravvivenza grazie alla propria fantasia, il genio dell'ottimismo nonostante tutto, il genio di far sognare trasformato in pura tecnica scenica, tutto questo sta nel mestiere di gente come Neil Simon.
L'autore non si risparmia nel raccontare con grande umiltà anche aspetti privati e familiari. Dalla sua connaturata insicurezza alle sedute di psicanalisi, dal matrimonio con l’amatissima Joan al legame davvero buffo col fedele cane, dalla nascita delle figlie ai più dolorosi drammi personali, il tutto con grande misura e delicatezza. Il che fa di questo libro un’esperienza divertente ed appassionante, perfetta per chi ama il teatro e il cinema, ma assai piacevole per chiunque voglia conoscere le tappe della vita di un uomo che ha goduto di un grandissimo successo, senza per questo perdere la sobrietà e un ironico, salutare distacco.
"A Joan non era mai importato granchè dei soldi. Si accontentava di vivere nel nostro primo appartamento, un monolocale al quinto piano senza ascensore nel Village. Quell'appartamento aveva un piccolo spogliatoio che lei aveva trasformato in un'ancora più piccola camera da letto [...]. Si poteva aprire la finestra senza scendere dal letto, ma aprire il piccolo armadio sulla parete opposta era tutt'altra faccenda. La nostra tecnica era questa: attraversavamo il letto camminandoci sopra, aprivamo la porta dell'armadio di una decina di centimetri (il che era già un'impresa), ci infilavamo dentro un braccio, tastavamo un pò in giro e qualsiasi cosa tirassimo fuori, la indossavamo. Nessuno ci faceva caso, perchè tanto al Village si vestivano tutti in modo strano. Quando tornavo a casa la sera il letto era rifatto alla perfezione. Credo usasse un calzascarpe. L'appartamento era sulla Decima Strada, fra Fifth Avenue e University Place, a tre isolati dalla New York University. Portare a spasso il cane la sera davanti alla NYU era la cosa più vicina ad un'istruzione universitaria che avessi mai avuto".
E alla fine ha vinto Totò. 34 preferenze contro le 19 di James Stewart. Forse, nel suo piccolissimo, anche questo Torneo degli Attori ha voluto sottolineare la stupefacente modernità di colui che deve considerarsi il più grande comico italiano. Le sue battute inesauribili, che spaziano dal genere demenziale alla considerazione filosofica, dal gusto di storpiare le parole a quello di dimezzarle, dette di volta in volta con pesante ironia o con umorismo sottilissimo, risultano infatti più che mai attuali. Oggi, a più di 40 anni dalla morte, l'arte di Totò è più viva che mai, e ciò che emerge dai suoi film, continuamente riproposti in televisione, è un'ironia surreale espressa in un'infinita gamma di sfumature, volta spesso ad esorcizzare i nostri fantasmi quotidiani, sempre gli stessi, quelli che ancora oggi sono presenti a complicarci l'esistenza.
Mi piace ricordare cosa di lui hanno detto Pier Paolo Pasolini: «Totò riuniva in sé in maniera armoniosa e indistinguibile due momenti tipici dei personaggi delle favole: l'assurdità, il clownesco e l'immensamente umano» ed Umberto Eco: «...il che m'indurrebbe a riflettere su come, in questo universo globalizzato in cui pare che ormai tutti vedano gli stessi film e mangino lo stesso cibo, esistano ancora fratture abissali e incolmabili tra cultura e cultura. Come faranno mai a intendersi due popoli di cui uno ignora Totò?». A tutto questo, l'attore napoletano avrebbe probabilmente risposto che trattasi solo di «bazzecole, quisquilie e pinzellacchere», ma tant'è...
E così siamo arrivati anche alla finale del Grande Torneo degli Attori. Finale che vede di fronte James Stewart che ha avuto la meglio su Alberto Sordi per 33 preferenze a 25, e Totò che ha sconfitto Robert De Niro per 30 voti a 28. Tutto sommato, nonostante la prematura uscita di attori meravigliosi che avrebbero meritato di arrivare sino in fondo, l'ultimo turno di questo torneo è assolutamente all'altezza. Da una parte il più grande attore comico che l'Italia abbia mai avuto, una maschera inimitabile in grado di far divertire infinite gerazioni di spettatori, dall'altra un'interprete splendido e assai versatile come James Stewart, protagonista di alcuni capolavori assoluti del cinema americano del secolo scorso.
Per la prima volta da quando ho ideato questi giochi non esprimerò il mio giudizio, perchè sarebbe come chiedermi di scegliere fra due genitori o fra due figli. Lascio così a voi questo compito che potrà svolgersi per tutto marzo, ringraziandovi ancora una volta per la partecipazione.