REAR WINDOW
Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!
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Le persone che hanno vissuto dicono che l'amore è tutto ciò che importa [il resto conta poco... o niente]. Emily Dickinson lo sostenne esprimendo disperazione e, al tempo stesso, ineluttabilità: "Che l'amore sia tutto quel che esiste è tutto ciò che noi sappiamo dell'amore; e può bastare che il suo peso sia uguale al solco che lascia nel cuore". I Beatles ne fecero l'inno di un epoca. Un periodo forse ben delineato storicamente, ma che ha contorni assolutamente indistinti quando si tratta del concetto rappresentato: vecchio quanto il mondo, reale quanto la vita. E sono proprio tanti segnali di vita quelli che emergono all'imbrunire dalla mia nuova playlist musicale [che può essere ascoltata utilizzando la "radio" presente nella colonna di sinistra al centro], in cui l'amore, nelle sue mille forme, corre e ricorre fra le note. E le parole? Si domanderà qualcuno. Beh... quelle fanno da sottosfondo per le stelle.

Io e te io e te, perché io e te? Qualcuno ha scelto forse per noi? Mi son svegliato solo, poi ho incontrato te, l'esistenza un volo diventò per me... [Lucio Battisti - Vento nel Vento]
E' il progetto della casa, è il corpo nel letto, è una promessa di vita nel tuo cuore... [Carlos Jobim & Elis Regina - Águas de Março]
E dimmi ancora tutto quello che mi aspetto già: che il tempo insiste perchè esiste il tempo che verrà... [Ornella Vanoni - La Voglia, la Pazzia]
I love your eyes, my dear. Their splendid, sparkling fire, when suddenly you raise them, so to cast a swift embracing glance... [Bjork & Antony Hegarty - The Dull Flame of Desire]
C'è almeno una strada che si fa sovrappensiero. Ai matrimoni si va sovrappensiero. In fondo anche l'amore è un sovrappensiero... [Bluvertigo - Sovrappensiero]
Mama says love is all that matters. Beauty should be deeper than the skin... [Brian Ferry - Don't Stop the Dance]
Stay: that's what I meant to say or do something, but what I never say is stay. This time I really meant to so bad this time... [David Bowie - Stay]
Il tempo cambia molte cose nella vita il senso le amicizie le opinioni che voglia di cambiare che c'è in me. Si sente il bisogno di una propria evoluzione sganciata dalle regole comuni da questa falsa personalità.... [Franco Battiato - Segnali di Vita]
It ain't no way for me to give you all you need, if you won't let me give all of me... [Aretha Franklin - Ain't No Way]
E noi che siamo gente di riviera dove passano i cuori d'avventura e noi non ci sappiamo perdonare di non sapere ballare, sapendo troppo aspettare... [I.Fossati, F.De Andrè & F.De Gregori - Questi Posti Davanti al Mare]
Precious and fragile things need special handling... [Depeche Mode - Precious]
I need your loving like the sunshine and everybody's gotta learn sometime... [Korgis - Everybody's Gotta Learn Sometime]
Mio fratello è figlio unico, deriso declassato frustrato dimagrito e ti amo Mario... [Rino Gaetano - Mio fratello è figlio unico]
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La sua era una voce che suggeriva tutte le imperfezioni dell'uomo, utilizzata non tanto per cantare "bene", quanto piuttosto per essere se stesso, un unico, inconfondibile essere umano che trasformava in arte la propria particolarità: il non essere uguale a nessun altro. Quel timbro così distante dai canoni dell'epoca, quell'apparente raucedine, quel tono sofferto e irregolare, scandivano le canzoni con assoluta, commovente umanità e le facevano somigliare alla naturalezza del parlato, al modo comune e asimmetrico delle conversazioni di tutti i giorni. Sembrava un modo semplicissimo, ma non lo era affatto, era anzi praticamente inimitabile e dimostrava una consapevolezza straordinaria delle proprie qualità. Un sussurro roco, una parola spezzata, una frase sbilenca, tutto poteva andare bene e significava una rivoluzionaria libertà espressiva, che finì ben presto col far scuola presso le generazioni successive di interpreti e cantautori. Ogni singola canzone poteva e doveva essere soprattutto un'idea, ognuna diversa dall'altra, come un piccolo affresco compiuto.
Può accadere ora che questa voce canti un brano che non hai mai ascoltato prima. Un'inedito registrato 35 anni fa. E allora ti trovi sopraffatto da un'emozione improvvisa, a giostrare con un nodo in gola fra memorie e suggestioni, per poi fermarti meravigliato e grato ad "ascoltare un sottile dispiacere".
Lucio Battisti > Perchè dovrei
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Gli Smiths sono stati uno dei gruppi più influenti degli anni Ottanta. Uno zibaldone pop alla Beatles con liriche di taglio politico sociale di derivazione Clash/Sex Pistols. Portavoce dei malinconici occhialuti, Morrissey, cantante ed autore dei testi della band, riesce a cavare dalla sua posizione di narciso depresso uno slancio che gli consente di imporsi presto all'attenzione del pubblico come cronista appassionato e sottile poeta della desolazione urbana. Insieme al grande intuito musicale di Johnny Marr confeziona nel 1984 "The Smiths", l'album d'esordio. Il disco scala subito le classifiche e prepara il terreno al successivo "Meat is Murder". Ma è nel 1986 con "The Queen is dead" che gli Smiths raggiungono la piena maturità. E' un lavoro raffinato, con testi introspettivi ma anche irriverenti, e musiche in bilico tra il pop più orecchiabile e la sperimentazione di scuola new wave. Gli Smiths sono ormai il riferimento per una nuova generazione di ragazzi, che ne segue look, stile e ideologia. Gli episodi migliori dell'album sono quelli in cui ritornelli intriganti si innestano su partiture solo in apparenza semplici, come nella bizzarra "Bigmouth strikes again", nella ballata classicheggiante di "The boy with the thorn in his side", o nell'orchestrale "There is a light that never goes out". Il sarcasmo di Morrissey travolge "intoccabili" istituzioni inglesi, dalla famiglia reale di "The Queen is dead" alla Curia di "Vicar in a tutu".
A chi li accusa di fare musica per una generazione di adolescenti depressi e in crisi d'astinenza, Morrissey replica così: «Può darsi, ma queste persone sono importanti. I loro desideri sono importanti, tutti i nostri desideri contano. Altrimenti per chi dovremmo cantare? Per la Thatcher?». Mentre i veri nemici degli Smiths, per il loro leader, sono «i fanatici della musica dance, dei suoni privi di umanità, quelli che hanno perso la fede e non credono in niente». Un odio contro le discoteche che Morrissey sublima in un brano al fiele come "Panic" ["Brucia la discoteca. Impicca i benedetti dj, perché la musica che mettono sempre non ha niente da dire sulla mia vita"]. Oltre a "Panic", nel 1986 escono anche altri due singoli: la ritmata "Ask" ["La timidezza è carina, ma ti impedisce di fare le cose che più ti piacciono. Così, se c'è qualcosa che vuoi provare, chiedi, non dirò no, come potrei? Perchè se non è l'amore che ci tiene insieme, allora sarà la bomba"] e la insolitamente dura "Shoplifters Of The World", che fanno da preludio all'uscita del loro ultimo album, "Strangeways Here We Come" del 1987. E' un disco che ripropone Morrissey e soci al massimo delle loro potenzialità. Ci sono le melodie contagiose di "I started something I couldn't finish" e "Sheila Take A Bow", la ballata funerea e cadenzata di "Girlfriend In A Coma", ma soprattutto "Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me", un valzer spettrale e struggente il cui testo si rivela uno dei più toccanti dell'intera produzione di Morrissey.
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Le prime due parti del post, qui e qui.
L'attore.
L'esordio sul grande schermo di David Bowie avviene nel 1976 con il film fantascientifico "L'uomo che cadde sulla terra" di Nicholas Roeg. Bowie interpreta il ruolo di un alieno che arriva sulla Terra per procurare l'acqua e cercare di salvare il suo pianeta dalla siccità. L'interesse di un pellicola piuttosto confusa poggia unicamente su di lui che, con il suo formidabile fascino androgino, conferisce uno sconcertante spessore al personaggio, peraltro assai congeniale al suo alter-ego Ziggy Stardust, rockstar venuta dallo spazio, con cui l'artista amava presentarsi al pubblico nei primi anni 70. «Il ricordo più vivido che ho di quel film è che non avevo bisogno di recitare», dichiara il cantante qualche anno dopo. «Bastava che fossi me stesso per essere perfetto nel personaggio. In quel particolare periodo non ero di questo mondo». Nel film di Roeg oltre a recitare Bowie cura le musiche, così come nei successivi "Gigolò" (1978) in cui compare insieme a Marlene Dietrich e nel controverso "Cristiana F - Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino" (1981). Nel 1980 si cimenta col teatro in "The Elephant Man", nel ruolo che al cinema andrà a John Hurt, ottenendo una grande considerazione da parte della critica: «Un ruolo che fa alzare ed acclamare persino i macchinisti del teatro» (Daily Mirror). «Anche silenzioso ed immobile Bowie è nondimeno una presenza elettrica» (Rolling Stone).
Ritornato sul grande schermo, è protagonista di "Furyo" (1983) di Nagisa Oshima, suggestivo film di riflessione sull'incontro tra le culture occidentale ed orientale, in cui è a fianco di un altro musicista, Ryuichi Sakamoto, e quindi di "Miryam si sveglia a mezzanotte" (1983) diretto da Tony Scott. Negli anni Ottanta continua a dedicarsi al cinema parallelamente alla musica, recitando in "Labyrinth, dove tutto è possibile" (1986) di Jim Henson, creatore dei Muppets, in "Absolute Beginners" (1986), diretto da Julien Temple che già aveva lavorato ai suoi videoclips e ne "L'ultima tentazione di Cristo" (1988) di Martin Scorsese. Negli anni Novanta appare nel prequel della serie televisiva "Twin Peaks", "Fuoco cammina con me!" (1992) di David Linch. In "Basquiat" (1996) impersona un convincente Andy Warhol e un altro ruolo interessante segue nel 1999 con "Il segreto di Mr. Rice". Dopo alcuni anni di sosta, complice un delicato intervento al cuore, riprende la sua carriera, lavorando nell'ultima pellicola di Christopher Nolan, "The Prestige" (2006).
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Una serata di qualche tempo fa mi trovavo con Simona ed altre persone nell'ospitale casa di Seaweeds. Fra una portata di farinata ed un'altra di focaccia al formaggio, ci trovammo ben presto naturalmente immersi in ricordi musicali e cinematografici di parecchi anni or sono. Sapete come succede no? Una rievocazione tira l'altra, ad un flash ne fa seguito uno successivo, e fu così che, mettendo insieme i pezzi, arrivammo alla piccola chicca che sto per raccontare.
Credo che siano in pochi coloro che, fra i miei intrepidi lettori, si rammentano o conoscono un gruppo di nome Aphrodite's Child. Si tratta di una complesso [come si diceva allora] di origine greca, che a cavallo dei '60 e i '70 inanellò in Italia una nutrita serie di hit. Erano brutti come la fame o un'accolita di briganti balcanici, ma erano abilissimi musicisti in grado di confezionare con le loro chitarre elettriche e il loro organo Hammond struggenti e nostalgiche melodie, impreziosite dalla voce di sogno di Demis Roussos.
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Sicuramente saranno ancor di meno quelli che sanno cosa accomuna il gruppo ellenico al film di culto del 1982 "Blade Runner". Niente paura, se non poteste fare affidamento su Rear Window che vi svela queste gustose amenità, che ci verreste a fare nel mio blog? Ci sono due elementi di congiunzione fra Aphrodite's Child e il capolavoro di Ridley Scott. Il primo di questi sta nel fatto che la colonna sonora della pellicola è firmata da Vangelis, noto compositore di musiche da film ["Momenti di gloria", "Missing", "Alexander", ecc], che è stato proprio uno dei 4 componenti della band. Il secondo risiede nel maggiore successo del gruppo: "Rain and Tears", il cui testo curiosamente parla di lacrime che si confondono nella pioggia, esattamente come, 14 anni dopo, sarebbe capitato nel celeberrimo monologo del replicante, interpretato da Rutger Hauer, nel prefinale del film: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. E' tempo di morire».
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All you need is love fu scritta da John Lennon, anche se, come per la maggior parte dei brani dei Beatles, è ufficialmente accreditata a Lennon-McCartney. La BBC invitò la band a rappresentare l'Inghilterra nel primo programma televisivo in mondovisione, "Our World", trasmesso il 25 giugno 1967 in 26 paesi e visto da oltre 350 milioni di persone e, per l'occasione, commissionò loro la realizzazione di una canzone. L'idea era di puntare su un testo comprensibile anche per chi non fosse di lingua inglese, che avesse un afflato universale ed esprimesse concetti semplici. Il loro manager, Brian Epstein, affermò al riguardo: «Era una canzone molto ispirata e i Beatles volevano veramente dare un messaggio al mondo. Il bello della canzone è che non può essere mal interpretata. È un messaggio chiaro che dice che l'amore è tutto». Visivamente, la trasmissione fu il trionfo del Flower Power: tutti obbligatoriamente agghindati in sgargianti tenute colorate con la sola eccezione dei tredici membri dell'orchestra, rigorosamente in tight; ovunque abbondavano ghirlande floreali e palloncini colorati. L'introduzione, che utilizzava le prime famose sedici note dell'inno nazionale francese, fu l'elemento sorpresa che attirò immediatamente l'interesse sulla canzone: le proteste dei perbenisti non tardarono ad arrivare, contribuendo ancor più a suscitare curiosità, come i Beatles, ormai smaliziati gestori della loro immagine, avevano previsto. Curiosamente però a protestare non furono tanto i francesi, forse piacevolmente sorpresi di tanto inatteso omaggio al loro inno, quanto gli inglesi, meravigliati ed offesi dal fatto che un complesso britannico avesse suonato l'inno francese e non, patriotticamente, il canonico e serioso God save the Queen. Il brano, inoltre, vantava una citazione dei Concerti Brandemburghesi di Bach, un inserto di In the mood di Glenn Miller ed uno di She loves you degli stessi Beatles. Il tutto assieme con un coro che vedeva, fra gli altri, Eric Clapton, Mick Jagger e Keith Richard, Graham Nash e Keith Moon. Un vero e proprio inno epocale, in anticipo di circa un anno sull'avvento della ben nota rivoluzione culturale, che adottò tale tema a fondamento espressivo, non solo della musica, ma anche di altre forme d'arte, oltre che, naturalmente, della politica e del costume sociale.
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In lui c'è romanticismo, humour, tristezza, ironia e sarcasmo. Il grande pubblico si accorge di Rino Gaetano nel 1975 con Il cielo è sempre più blu e poi con Berta filava. Il successo arriva da lì a poco con singoli come Aida e Gianna. Quest'ultima canzone si piazza terza - dopo i Matia Bazar e Anna Oxa - al Festival di Sanremo del 1978, dove il cantante si presenta con un frac, un cappello a cilindro, il tutto smitizzato da una camicia a rigoni rossi verticali. Proprio Gianna resta per un mese, a marzo, in vetta alla classifica dei 45 giri.
Ancora nel '78 in Italia impazza la moda del reggae e lui, come segno di rifiuto delle ideologie e dei rituali politici, scrive una invettiva in musica dal titolo Nuntereggae più in cui si scaglia contro la castità, il maschio forte, le superpensioni, gli evasori legalizzati, e anche contro alcuni personaggi della vita economica, politica, sportiva, etc. Del 1981 - anno in cui gira in tourneè con Riccardo Cocciante - l'ultimo suo album E io ci sto. Muore all'età di 30 anni, la notte del 2 giugno 1981, all'alba, dopo un incidente con la sua Volvo in via Nomentana a Roma. Anche perché ben cinque ospedali ne rifiutano il ricovero. Si sarebbe dovuto sposare dopo quindici giorni.
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Quella di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” è la copertina più famosa della storia del rock. È probabilmente l’unica cui sia stata dedicata un’intera mostra e che abbia ispirato un così gran numero di imitazioni e parodie. L'idea fu di Paul McCartney: voleva che la foto di copertina ritraesse i Beatles vestiti con uniformi delle bande militari, davanti a un muro coperto dalle foto dei loro eroi. La realizzazione fu affidata ad un autentico artista pop: Peter Blake. Fu lui a suggerire di fotografare la Banda del Club dei Cuori Solitari non davanti a un poster, ma in mezzo a personaggi bidimensionali: sagome cartonate a grandezza naturale. Tranne Ringo Starr, ogni Beatle indicò una lista di personaggi. Per non incappare in polemiche, fu scartato Gesù suggerito da John Lennon. Forse per distaccarsi dalla propria immagine giovanile, nel gruppo furono inserite le statue di cera dei Beatles giovani. I soggetti sono in totale 71. La foto fu scattata il 30 marzo 1967 dal fotografo Michael Cooper nel suo studio di Chelsea, a Londra. Alcuni miti circondano il progetto: l’erba ai piedi dei Beatles sarebbe marijuana [falso]; John avrebbe voluto che vi comparisse Hitler [vero]; Paul sarebbe morto perché lo scrittore Peter Crane lo benedice alle sue spalle [ovviamente falso]. "Sergent Pepper's" fu il primo lp ad avere una confezione ad album apribile, fino a quel momento infatti, era in uso la busta singola. Ma fu un caso perché, originariamente, il disco doveva essere un doppio e quando ormai la copertina era stampata, i Beatles decisero per un disco solo. E comunque tutto accadeva il 1 giugno del 1967.
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Il 1977 è periodo di rivolte. Musicalmente è l’anno in cui esplode il punk, in cui vi è la definitiva consacrazione del reggae come linguaggio "contro" ed infine, paradossalmente, è anche la stagione del trionfo della disco music, così lontana dal clima rovente che si respira in giro. Tutto e il contrario di tutto, con la new wave che sparge i suoi primi semi e l’elettronica che avanza a grandi passi. Comunque lo si legga, è un anno cruciale, uno spartiacque che ha pesantemente condizionato la vita culturale e il costume degli anni successivi.
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I Sex Pistols escono con Never Mind The Bollocks, uno spaventoso schiaffo agli ultimi hippie del "flower power" e ai dinosauri del progressive rock. I Pistols sono oltraggiosi e la loro musica costituisce uno schifato rifiuto per tutto ciò che gli ex-giovani, ormai imborghesiti (esattamente come coloro che un tempo avevano contestato), ascoltavano. E mentre Londra brucia sotto i colpi del punk, David Bowie, insieme a Brian Eno e Robert Fripp, inventa a Berlino la colonna sonora del futuro. Intrigato dalle invenzioni di Norbet Wiener, padre delle cibernetica, Bowie costruisce strutture sonore futuribili, filtrando la passione del rock attraverso l’asetticità della manipolazione elettronica. Con tastiere e synth, Bowie denuncia la spersonalizzazione dell’essere umano nella società tecnologica. Heroes è una lezione straniante e modernissima che verrà presto ripresa da molta new wave. Fuggito dalla Giamaica a Londra dopo un attentato, Bob Marley regala all’Europa il sogno di una nuova frontiera. L’onda calda del reggae ha ormai contagiato tutti: i vecchi hippie, i ribelli in cerca di riscatto, addirittura i disincantati punk. Exodus sintetizza l’istinto antiborghese e antirazzista di una generazione a cavallo tra redenzione e rivoluzione. Il reggae di Marley finisce così col mischiarsi alla furia del punk e al sogno africano dei neri d’America. In quel 1977 lo ascoltano tutti, lo ballano tutti. Fumando.
Oltre a questi 3 capolavori arrivano anche gli album dei Clash e di Iggy Pop, dei Talking Heads e dei Blondie, dei tedeschi Kraftwerk ma anche dei Bee Gees con la colonna sonora de La febbre del sabato sera. Questi i dischi che hanno saputo catturare con maggiore lucidità l'atmosfera che si respirava 30 anni fa.
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Gli Style Council sono la seconda creazione musicale del grande musicista inglese Paul Weller, altrimenti conosciuto come The Cappuccino Kid, dopo l'esperienza dei Jam. Con gli Style Council, Weller assieme al suo "socio", il tastierista Mick Talbot, mette in atto in modo completo le sue idee musicali, un originale mix di stile musicale "cool", con influssi soul e rythm & blues, orchestrazioni raffinate di ispirazione jazz, testi decisi, impegnati e fortemente polemici con la Gran Bretagna e gli USA del periodo Thatcher-Reagan, ed una immagine elegante che richiama il movimento Mod degli Anni Sessanta.
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L'esordio del gruppo è datato 1983 con "Introducing The Style Council". Tra i brani, il primo singolo "Speak Like A Child" si avvicina sensibilmente a sonorità di stampo Motown e l'altro estratto, "Long Hot Summer", è un pezzo dance, inframezzato da diversi spunti soul-jazz. Il successivo "Café Bleu" sembra quasi riflettere in musica il carattere mutevole e irrequieto di Paul Weller: spaziando dal soul-folk al pop raffinato di "You're The Best Thing", e dal rap alle atmosfere raffinate di un night-club francese. Il brano più rappresentativo è probabilmente "My Ever Changing Moods", ballata per voce e pianoforte che vuole testimoniare il temperamento umorale di Weller. Con questo disco la band si guadagna ottimi riscontri di critica e soprattutto un gran successo di pubblico, che si concretizza con il quinto posto nella classifica inglese. Per loro e altri artisti con la stessa attitudine soul-pop-jazz (Matt Bianco, Sade, Everything But The Girl, Carmel) viene anche coniata l'etichetta di "cool inglese". Il successo di "Café Bleu" viene bissato un anno dopo con "Our Favorite Shop", in cui spicca la presenza di Dee C. Lee, affascinante corista di colore che Weller sposerà nel 1986. Un'accoppiata di singoli trascinanti - il R&B di "Walls Come Tumbling Down" e il soul-funk di "Shout To The Top" - garantisce il sicuro impatto commerciale. Ma l'album vive anche e soprattutto di ballate intense e raffinate come "Boy Who Cried Wolf". Il 1987 è l'anno di "The Cost Of Loving", disco inferiore ai precedenti, che, seppur non amato dalla critica, riesce comunque ad arrivare alla seconda posizione nella Top Ten inglese. I brani di punta sono "Wanted" e "It Didn't Matter". L'anno seguente gli Style Council sorprendono tutti, realizzando un album molto ambizioso: "Confessions Of A Pop Group". E' un disco artisticamente complesso, costituito da due parti: la prima è una suite di brani jazz, mentre la seconda è caratterizzata da un pop elegante e, a cominciare dal singolo "Life At A Top People Health Farm", con venature soul-reggae. L'album però viene giudicato negativamente sia dalla critica che dal pubblico e, rispetto ai precedenti risultati, si rivela un insuccesso. La fine della corsa avviene l'anno seguente, quando la Polydor respinge la pubblicazione del nuovo lavoro della band, all'insegna stavolta di suoni house e club music. Lo scioglimento è inevitabile. L'ultimo atto è "The Singular Adventures Of The Style Council", raccolta di singoli del 1990, comprendente anche l'inedito "Promised Land". Terminata l'esperienza con gli Style Council, Paul Weller dà inizio, nel 1992, alla sua carriera solista, pubblicando diversi album dai riflessi beat, attraverso i quali diviene uno dei principali precursori del successivo Britpop, dominato da Oasis, Blur, Suede e compagnia.
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