Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!
ameliando
being mastroianni
bellatrix
colazione da splinder
conte nebbia
miss blum
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psicotaxi
seaweeds
Rear Window
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L’inverno passava qualcuno di lì.
Il nastro girava, suonava “Lilly”. Girava il pallone, lo stadio impazzì. La voce tremava, l’inverno finì. E poi primavera e qualcosa cambiò. Qualcuno moriva e su un ponte lasciò lasciò i suoi vent’anni e qualcosa di più. E dentro i miei panni, la rabbia che tu da sempre mi dai, parlando per me scavando nei pensieri miei. Guardandomi poi dall’alto all’ingiù |
e forse io valgo di più. L’estate moriva, Bologna tremò, la dalia fioriva e la gente pensò dei tanti domani vestiti di jeans chiamandoli “strani”, ma non fu così. E quando m’incontri, se pensi di me tu sappi che il sole che splende per te e il grano che nasce e l’acqua che va è un dono di tutti, padroni non ha. E il grano che nasce e l’acqua che va è un dono di tutti, padroni non ha. |
| Stefano Rosso > Bologna 77 |
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Penso a te... e penso a me all'età di 6 o 7 anni, quando salivo in piedi sul tavolo della cucina per cantare a squarciagola "Fiori rosa fiori di pesco". Naturalmente non sapevo nulla di ciò che succede fra un uomo ed una donna, eppure il racconto così sofferto di un ragazzo che a distanza di un anno va a trovare l'ex fidanzata ed il tragico imbarazzo in cui si trova nel scoprirla con un altro, mi fulminò non meno della trascinante melodia e dell'interpretazione così innovativa ed appassionata. Quando morì Lucio Battisti, il 9 settembre di 10 anni fa, provai lo stesso senso di smarrimento e di perdita di quando se ne va un caro amico, e capii d'un tratto che quel bambino che si dimenava buffamente atteggiandosi a cantante, sotto i divertiti rimproveri della madre, non sarebbe più tornato: una stagione della mia vita era terminata per sempre.
Battisti aveva con sé il dono della genialità: cioè rimanere unico e nello stesso tempo diventare di chiunque. Così insolito da meravigliare ad ogni canzone, ma così inconfondibilmente solito da riconoscerlo al primo ascolto. Una voce acerba e selvatica, un' interpretazione personalissima ed intensa, e delle melodie giocate su pochi accordi eppure inarrivabili, furono in grado, nel tumulto degli "anni di piombo", di imporre l'emozione eterna dei sentimenti. Insieme a Mogol, Battisti profuse la sua creatività al servizio delle piccole emozioni quotidiane, delle cose di tutti i giorni. Ed è proprio qui che sta la straordinaria valenza poetica dei brani della coppia, e cioè la capacità di fare del particolare un universale dentro il quale perdersi in una tenerezza comune. Un universale senza tempo, perchè le canzoni di Battisti sorvolano le barriere di gusto e di cultura da 40 anni a questa parte. La sua musica provoca emozioni, comunica sensazioni, consola, esalta, deprime, suscita entusiasmi e malinconie, gioca insomma con la mente e con il cuore. Nè più nè meno di quanto fanno un quadro, un romanzo, una poesia. Scrivere canzoni è dunque un'arte e Lucio Battisti la più grande espressione italiana di quest'arte. |
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Domandarsi perche' quando cade la tristezza in fondo al cuore, come la neve non fa rumore. E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi e' tanto difficile morire. Capire tu non puoi, tu chiamale, se vuoi, emozioni. [Emozioni] "Scusa è tardi" e penso a te. "Ti accompagno" e penso a te. "Non son stato divertente" e penso a te. Sono al buio e penso a te, chiudo gli occhi e penso a te, io non dormo e penso a te. [E Penso a Te] Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi lo vesti e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai. Per te che un errore ti è costato tanto, che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto. Anche per te vorrei morire ed io morir non so. [Anche per Te] L'erba è alta ormai lo so e dovrei potare il melo. Quanta polvere c'è, dentro casa è tutto un velo... ma di strano cosa c'è? Questa casa ha visto amore, oggi vede un uomo che muore. [Vendo Casa] Il fiume va, guardo più in là, un'automobile corre e lascia dietro sé del fumo grigio e me e questo verde mondo indifferente, perché da troppo tempo ormai apre le braccia a nessuno, come me che ho bisogno di qualche cosa di più, che non puoi darmi tu. [L'Aquila] Camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti "tu muori, se mi aiuti son certa che io ne verrò fuori", ma non una parola chiarì i miei pensieri, continuai a camminare lasciandoti attrice di ieri. [I Giardini di Marzo] Come può uno scoglio arginare il mare, anche se non voglio torno già a volare. Le distese azzurre e le verdi terre. Le discese ardite su nel cielo aperto e poi giù il deserto e poi ancora in alto con un grande salto. [Io Vorrei... Non Vorrei... Ma Se Vuoi] Amarsi un po' è un po' fiorire, aiuta sai a non morire. Senza nascondersi, manifestandosi, si può eludere la solitudine. Però volersi bene no... partecipare è difficile, quasi come volare. [Amarsi un Pò] In un grande magazzino una volta al mese spingere un carrello pieno sotto braccio a te, e parlar di surgelati rincarati, far la coda mentre sento che ti appoggi a me. [Perchè No] Una frase sciocca, un volgare doppio senso, mi hanno allarmato... non è come io la penso, ma il sentimento era già un po' troppo denso e son restato. Chissà, chissà chi sei, chissà che sarai, chissà che sarà di noi... lo scopriremo solo vivendo. [Con il Nastro Rosa] |
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Esiste una totale identificazione fra Amy Winehouse e la sua musica. Da sempre infatti soul e rhythm'n'blues sono sinonimo di inquietudine e sofferenza. La ventiquattrenne cantante di Enfield, l'unico vero, grande, incontestabile talento emerso nel panorama musicale inglese degli ultimi anni, oramai sempre più asfitticamente omologato, è ciò che canta: disagio, dolore, amori finiti, abbandoni, solitudine, incomunicabilità, depressione, ribellione, lacrime, cinismo, autodistruzione, morte. E' talmente cinica che del suo talento importa più a chi l’ascolta che a lei stessa. Un talento che acquista per questo motivo un valore maggiore, proprio perché deliberatamente dissipato. La sua voce è così piena di graffi e cicatrici che sembra quasi possibile annusare il fumo amarognolo di tutte le sigarette fumate, l’odore spesso del whisky bevuto, la disperazione della dipendenza dalla droga. Eppure, malgrado tutto, è una voce nitida, luminosa, intensissima, palpitante proprio di quella vita che pare sfuggirle fra le mani. |
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Gli Smiths sono stati uno dei gruppi più influenti degli anni Ottanta. Uno zibaldone pop alla Beatles con liriche di taglio politico sociale di derivazione Clash/Sex Pistols. Portavoce dei malinconici occhialuti, Morrissey, cantante ed autore dei testi della band, riesce a cavare dalla sua posizione di narciso depresso uno slancio che gli consente di imporsi presto all'attenzione del pubblico come cronista appassionato e sottile poeta della desolazione urbana. Insieme al grande intuito musicale di Johnny Marr confeziona nel 1984 "The Smiths", l'album d'esordio. Il disco scala subito le classifiche e prepara il terreno al successivo "Meat is Murder". Ma è nel 1986 con "The Queen is dead" che gli Smiths raggiungono la piena maturità. E' un lavoro raffinato, con testi introspettivi ma anche irriverenti, e musiche in bilico tra il pop più orecchiabile e la sperimentazione di scuola new wave. Gli Smiths sono ormai il riferimento per una nuova generazione di ragazzi, che ne segue look, stile e ideologia. Gli episodi migliori dell'album sono quelli in cui ritornelli intriganti si innestano su partiture solo in apparenza semplici, come nella bizzarra "Bigmouth strikes again", nella ballata classicheggiante di "The boy with the thorn in his side", o nell'orchestrale "There is a light that never goes out". Il sarcasmo di Morrissey travolge "intoccabili" istituzioni inglesi, dalla famiglia reale di "The Queen is dead" alla Curia di "Vicar in a tutu".
A chi li accusa di fare musica per una generazione di adolescenti depressi e in crisi d'astinenza, Morrissey replica così: «Può darsi, ma queste persone sono importanti. I loro desideri sono importanti, tutti i nostri desideri contano. Altrimenti per chi dovremmo cantare? Per la Thatcher?». Mentre i veri nemici degli Smiths, per il loro leader, sono «i fanatici della musica dance, dei suoni privi di umanità, quelli che hanno perso la fede e non credono in niente». Un odio contro le discoteche che Morrissey sublima in un brano al fiele come "Panic" ["Brucia la discoteca. Impicca i benedetti dj, perché la musica che mettono sempre non ha niente da dire sulla mia vita"]. Oltre a "Panic", nel 1986 escono anche altri due singoli: la ritmata "Ask" ["La timidezza è carina, ma ti impedisce di fare le cose che più ti piacciono. Così, se c'è qualcosa che vuoi provare, chiedi, non dirò no, come potrei? Perchè se non è l'amore che ci tiene insieme, allora sarà la bomba"] e la insolitamente dura "Shoplifters Of The World", che fanno da preludio all'uscita del loro ultimo album, "Strangeways Here We Come" del 1987. E' un disco che ripropone Morrissey e soci al massimo delle loro potenzialità. Ci sono le melodie contagiose di "I started something I couldn't finish" e "Sheila Take A Bow", la ballata funerea e cadenzata di "Girlfriend In A Coma", ma soprattutto "Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me", un valzer spettrale e struggente il cui testo si rivela uno dei più toccanti dell'intera produzione di Morrissey. |
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Le prime due parti del post, qui e qui.
L'attore. L'esordio sul grande schermo di David Bowie avviene nel 1976 con il film fantascientifico "L'uomo che cadde sulla terra" di Nicholas Roeg. Bowie interpreta il ruolo di un alieno che arriva sulla Terra per procurare l'acqua e cercare di salvare il suo pianeta dalla siccità. L'interesse di un pellicola piuttosto confusa poggia unicamente su di lui che, con il suo formidabile fascino androgino, conferisce uno sconcertante spessore al personaggio, peraltro assai congeniale al suo alter-ego Ziggy Stardust, rockstar venuta dallo spazio, con cui l'artista amava presentarsi al pubblico nei primi anni 70. «Il ricordo più vivido che ho di quel film è che non avevo bisogno di recitare», dichiara il cantante qualche anno dopo. «Bastava che fossi me stesso per essere perfetto nel personaggio. In quel particolare periodo non ero di questo mondo». Nel film di Roeg oltre a recitare Bowie cura le musiche, così come nei successivi "Gigolò" (1978) in cui compare insieme a Marlene Dietrich e nel controverso "Cristiana F - Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino" (1981). Nel 1980 si cimenta col teatro in "The Elephant Man", nel ruolo che al cinema andrà a John Hurt, ottenendo una grande considerazione da parte della critica: «Un ruolo che fa alzare ed acclamare persino i macchinisti del teatro» (Daily Mirror). «Anche silenzioso ed immobile Bowie è nondimeno una presenza elettrica» (Rolling Stone). Ritornato sul grande schermo, è protagonista di "Furyo" (1983) di Nagisa Oshima, suggestivo film di riflessione sull'incontro tra le culture occidentale ed orientale, in cui è a fianco di un altro musicista, Ryuichi Sakamoto, e quindi di "Miryam si sveglia a mezzanotte" (1983) diretto da Tony Scott. Negli anni Ottanta continua a dedicarsi al cinema parallelamente alla musica, recitando in "Labyrinth, dove tutto è possibile" (1986) di Jim Henson, creatore dei Muppets, in "Absolute Beginners" (1986), diretto da Julien Temple che già aveva lavorato ai suoi videoclips e ne "L'ultima tentazione di Cristo" (1988) di Martin Scorsese. Negli anni Novanta appare nel prequel della serie televisiva "Twin Peaks", "Fuoco cammina con me!" (1992) di David Linch. In "Basquiat" (1996) impersona un convincente Andy Warhol e un altro ruolo interessante segue nel 1999 con "Il segreto di Mr. Rice". Dopo alcuni anni di sosta, complice un delicato intervento al cuore, riprende la sua carriera, lavorando nell'ultima pellicola di Christopher Nolan, "The Prestige" (2006). |
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Una serata di qualche tempo fa mi trovavo con Simona ed altre persone nell'ospitale casa di Seaweeds. Fra una portata di farinata ed un'altra di focaccia al formaggio, ci trovammo ben presto naturalmente immersi in ricordi musicali e cinematografici di parecchi anni or sono. Sapete come succede no? Una rievocazione tira l'altra, ad un flash ne fa seguito uno successivo, e fu così che, mettendo insieme i pezzi, arrivammo alla piccola chicca che sto per raccontare.
Credo che siano in pochi coloro che, fra i miei intrepidi lettori, si rammentano o conoscono un gruppo di nome Aphrodite's Child. Si tratta di una complesso [come si diceva allora] di origine greca, che a cavallo dei '60 e i '70 inanellò in Italia una nutrita serie di hit. Erano brutti come la fame o un'accolita di briganti balcanici, ma erano abilissimi musicisti in grado di confezionare con le loro chitarre elettriche e il loro organo Hammond struggenti e nostalgiche melodie, impreziosite dalla voce di sogno di Demis Roussos.
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Sicuramente saranno ancor di meno quelli che sanno cosa accomuna il gruppo ellenico al film di culto del 1982 "Blade Runner". Niente paura, se non poteste fare affidamento su Rear Window che vi svela queste gustose amenità, che ci verreste a fare nel mio blog? Ci sono due elementi di congiunzione fra Aphrodite's Child e il capolavoro di Ridley Scott. Il primo di questi sta nel fatto che la colonna sonora della pellicola è firmata da Vangelis, noto compositore di musiche da film ["Momenti di gloria", "Missing", "Alexander", ecc], che è stato proprio uno dei 4 componenti della band. Il secondo risiede nel maggiore successo del gruppo: "Rain and Tears", il cui testo curiosamente parla di lacrime che si confondono nella pioggia, esattamente come, 14 anni dopo, sarebbe capitato nel celeberrimo monologo del replicante, interpretato da Rutger Hauer, nel prefinale del film: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. E' tempo di morire».
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All you need is love fu scritta da John Lennon, anche se, come per la maggior parte dei brani dei Beatles, è ufficialmente accreditata a Lennon-McCartney. La BBC invitò la band a rappresentare l'Inghilterra nel primo programma televisivo in mondovisione, "Our World", trasmesso il 25 giugno 1967 in 26 paesi e visto da oltre 350 milioni di persone e, per l'occasione, commissionò loro la realizzazione di una canzone. L'idea era di puntare su un testo comprensibile anche per chi non fosse di lingua inglese, che avesse un afflato universale ed esprimesse concetti semplici. Il loro manager, Brian Epstein, affermò al riguardo: «Era una canzone molto ispirata e i Beatles volevano veramente dare un messaggio al mondo. Il bello della canzone è che non può essere mal interpretata. È un messaggio chiaro che dice che l'amore è tutto». Visivamente, la trasmissione fu il trionfo del Flower Power: tutti obbligatoriamente agghindati in sgargianti tenute colorate con la sola eccezione dei tredici membri dell'orchestra, rigorosamente in tight; ovunque abbondavano ghirlande floreali e palloncini colorati. L'introduzione, che utilizzava le prime famose sedici note dell'inno nazionale francese, fu l'elemento sorpresa che attirò immediatamente l'interesse sulla canzone: le proteste dei perbenisti non tardarono ad arrivare, contribuendo ancor più a suscitare curiosità, come i Beatles, ormai smaliziati gestori della loro immagine, avevano previsto. Curiosamente però a protestare non furono tanto i francesi, forse piacevolmente sorpresi di tanto inatteso omaggio al loro inno, quanto gli inglesi, meravigliati ed offesi dal fatto che un complesso britannico avesse suonato l'inno francese e non, patriotticamente, il canonico e serioso God save the Queen. Il brano, inoltre, vantava una citazione dei Concerti Brandemburghesi di Bach, un inserto di In the mood di Glenn Miller ed uno di She loves you degli stessi Beatles. Il tutto assieme con un coro che vedeva, fra gli altri, Eric Clapton, Mick Jagger e Keith Richard, Graham Nash e Keith Moon. Un vero e proprio inno epocale, in anticipo di circa un anno sull'avvento della ben nota rivoluzione culturale, che adottò tale tema a fondamento espressivo, non solo della musica, ma anche di altre forme d'arte, oltre che, naturalmente, della politica e del costume sociale.
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In lui c'è romanticismo, humour, tristezza, ironia e sarcasmo. Il grande pubblico si accorge di Rino Gaetano nel 1975 con Il cielo è sempre più blu e poi con Berta filava. Il successo arriva da lì a poco con singoli come Aida e Gianna. Quest'ultima canzone si piazza terza - dopo i Matia Bazar e Anna Oxa - al Festival di Sanremo del 1978, dove il cantante si presenta con un frac, un cappello a cilindro, il tutto smitizzato da una camicia a rigoni rossi verticali. Proprio Gianna resta per un mese, a marzo, in vetta alla classifica dei 45 giri.
Ancora nel '78 in Italia impazza la moda del reggae e lui, come segno di rifiuto delle ideologie e dei rituali politici, scrive una invettiva in musica dal titolo Nuntereggae più in cui si scaglia contro la castità, il maschio forte, le superpensioni, gli evasori legalizzati, e anche contro alcuni personaggi della vita economica, politica, sportiva, etc. Del 1981 - anno in cui gira in tourneè con Riccardo Cocciante - l'ultimo suo album E io ci sto. Muore all'età di 30 anni, la notte del 2 giugno 1981, all'alba, dopo un incidente con la sua Volvo in via Nomentana a Roma. Anche perché ben cinque ospedali ne rifiutano il ricovero. Si sarebbe dovuto sposare dopo quindici giorni.
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