Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!
al cinema con charlie brown
amalteo
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conte nebbia
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giovane e innocente
ho sognato un gatto parlante
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in movimento
l'eleganza del riccio
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Rear Window
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Confesso che ai due splendidi e liberatori gol di Grosso e Del Piero mi sono sentito come Nino Manfredi in "Pane e cioccolata", straordinario film di Franco Brusati del 1973. E' la storia di un onesto emigrato italiano nella Svizzera tedesca, cameriere a stagione presso un lussuoso ristorante. Un giorno per una banale situazione perde lavoro e permesso di soggiorno. Inizia così per lui un lungo calvario alla ricerca non solo di una nuova attività, ma anche di una propria dignità, calpestata sia dall' indifferenza e dal sottile razzismo della società elvetica, sia dal vittimismo e dal patetico folklorismo degli emigrati. Sconfitto e amareggiato tenta persino di farsi passare per svizzero, tingendosi di biondo i capelli. Si unisce ad un gruppo di tifosi elvetici intenti a seguire la partita Italia - Svizzera al bar, accomunandosi alle voci di scherno contro la squadra italiana, ma, quando gli Azzurri segnano e vanno in vantaggio, non riesce più a fingere ed esplode in un urlo fragoroso e catartico che fa riemergere in lui l'identità e l'orgoglio nazionale: "GOOOOOOL!!!". Il messaggio del film, ma tutto sommato anche di questa emozionante semifinale mondiale, è racchiuso nella voglia di ripartire da zero, di superare ogni difficoltà a dispetto di tutti e tutto, essendo consapevoli di ciò che si è. L'odissea del protagonista è costellata di forti malinconie (nostalgia, solitudine, vergogna, abbandono, fallimento), ma ad esse segue sempre un riscatto deciso, un impulso irresistibile che scaturisce dalla stessa grande umanità che lo spinge a cercare e poi ottenere comprensione, amicizia ed affetto. Solo chi sa soffrire è in grado di sapersi ricostruire mattone dopo mattone e di vivere appieno le gioie che la vita può offrirgli.
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Il mondo del calcio non sta vivendo un buon momento, impelagato in uno dei tanti scandali, piccoli e grossi, che hanno caratterizzato questa recente italietta vittima del berlusconismo, alla deriva morale e culturale. Però la forza e la bellezza dello sport, che risiede proprio nella sua istintiva passionalità, va al di là di qualsiasi considerazone logica e riesce sempre a muovere stomaco e cuore. Pertanto eccomi qui a sottolineare, contento, l'ingresso in semifinale del Campionato Mondiale di Calcio 2006. Il traguardo d'essere tra le prime quattro nazioni del mondo, di per sè prestigiosissimo, anche se in questa edizione facilitato da un percorso tutt'altro che proibitivo, negli ultimi (e nei miei primi) 40 anni è stato raggiunto altre 5 volte. In Usa nel 94, In Italia nel 90, in Spagna nell'82 (quando conquistammo la coppa), in Argentina nel 78 e in Messico nel 70, quando incontrammo (così come dovremo fare domani sera) la Germania, in quella che viene considerata la più emozionante partita di calcio mai giocata.

Quando i supplementari terminarono, dopo soli pochi minuti dallo storico gol di piatto di Rivera che sancì la nostra vittoria per 4 a 3, il nostro Paese si risvegliò diverso, anzi in realtà non si risvegliò affatto perché la semifinale del mondiale messicano del 17 giugno del 1970 tenne tutti in piedi e mostrò al mondo un'Italia che non era più quella timida e - calcisticamente parlando, ma non solo - inferiore. Fu l'Italia che seppe stringere i denti, non arrendendosi mai, arrivando a vincere col cuore contro i forti panzer tedeschi, e aggiudicandosi il diritto alla finalissima contro il Brasile di Pelè. Un'Italia che, incontrando la Germania, si confrontava con i fantasmi del passato e con il modello di un futuro che appariva difficilissimo da raggiungere, visti i tanti conflitti sociali e la cupa stagione delle stragi e del terrorismo in cui si era appena entrati. Quei giovani che volevano cambiare il mondo si costringevano a considerare il calcio come il nuovo oppio dei popoli, ma, osservando in quella notte di giugno una partita che rivoluzionava tutti gli schemi, si abbandonarono di nuovo al tifo e alla passione per lo sport e si unirono alla grande festa in cui, per la prima volta, la società italiana, celebrando una vittoria della nazionale, celebrò se stessa, con una intensità che trascinò Italia-Germania 4-3 in una dimensione altra rispetto a quella meramente sportiva, collocando l'evento sul piano del mito e della leggenda.
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