REAR WINDOW
Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!
IL MOVENTE
I TESTIMONI OCULARI
Rear Window
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Nel mondo ci sono 88 paesi che condannano con il carcere, la tortura e i lavori forzati le persone in quanto lesbiche, gay e trans. In 7 di questi - Iran, Arabia Saudita, Yemen, Emirati arabi, Sudan, Nigeria, Mauritania - è prevista la pena capitale. Pochi giorni fa il Vaticano ha respinto l’iniziativa dell’Unione Europea, accolta da tutti i membri compresa l’Italia, di chiedere all’Onu la depenalizzazione dei reati legati all’omosessualità nel mondo. Questa decisione della Chiesa, che ha anche bocciato il progetto di inserire l’aborto tra i diritti universali dell’uomo, è stata motivata da monsignor Celestino Migliore, nunzio del Papa all’Onu, con il fatto che gli Stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come matrimonio, finirebbero così con l'essere messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni.
Questa inaccettabile posizione, che di fatto pone il Vaticano sullo stesso piano dei paesi islamici in cui si uccidono omosessuali e transessuali, viene ulteriormente ribadita dalla vergognosa affermazione del Papa: «La particolare inclinazione della persona omosessuale, benchè non sia in sè peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale.»
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Ho un grande rispetto per la Storia, come per qualsiasi cosa da cui imparare. La Storia ci ha dimostrato, ad esempio, che il preludio ad ogni regime autoritario, o persino ad ogni dittatura ["dolce" od effettiva che sia], presenta molti tratti in comune: crisi economica, attacco alla giustizia, controllo dei media, affossamento della scuola e della cultura in genere, deligittimazione delle parti sociali, svilimento delle istituzioni esistenti, denigrazione dei diversi, promozione di un clima di intolleranza ed ignoranza, esagerazione di una condizione di insicurezza sociale, difesa dell'esercito e delle forze di polizia, personalizzazione del potere.
L'amico Seaweeds mi invia via mail questa splendida vignetta di Stefano Disegni, che ironizza efficacemente su alcuni degli aspetti sopra menzionati.
Cliccare sulle due immagini per ingrandirle
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Stamane, a seguito della consueta lettura dei quotidiani online, il senso di stanchezza e di sofferta impotenza che mi accompagna ormai da un pò di tempo, riguardo ciò che sta succedendo in questo nostra italietta, si è fatto più angosciante. Mi chiedo come sia possibile trasformare una tragica e dolorosissima vicenda privata in una battaglia ideologica, in cui le persone si sentono in diritto di tranciare giudizi senza conoscere minimamente le terribili e continue sofferenze che questa comporta. Trovo rivoltante che politici e preti possano spingersi a sostenere che l'autorizzazione della Cassazione a sospendere l'alimentazione di Eluana Englaro, in coma da 17 anni, corrisponda ad un omicidio di stato. Ancora una volta ci dimostriamo incapaci di giungere alla responsabilità di decisioni condivise e di porre termine ad uno sconcertante vuoto legislativo. Trovo indegno di un paese civile che chi abbia la sventura di trovarsi nelle condizioni estreme di questa ragazza non possa essere protetto dalle persone che ama sino alla morte. Sta a loro e soltanto a loro l'ultima decisione, perchè soltanto loro possono responsabilmente decidere per amore. L'amore di chi desidera accompagnare ad una fine clemente una persona cara e preziosa.
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Barack Obama nel suo primo discorso dopo aver vinto le elezioni, rivolgendosi a chi non l'aveva votato, ha dichiarato: «ascolterò la vostra voce, ho bisogno del vostro aiuto, sarò anche il vostro presidente». Silvio berlusconi, durante la campagna elettorale del 2006, diede del coglione a chi si apprestava a votare per i suoi avversari politici. Ieri invece ha sostenuto che chi non capisce il suo "sense of humor" è un imbecille. Io sono giunto alla sconfortante conclusione che questo triste e buffo mondo in cui ci troviamo deve essere davvero zeppo di poveri imbecilli, dal momento che tutti i principali quotidiani internazionali hanno sottolineato l'ennesima figuraccia del "nostro" premier.
Evidentemente berlusconi non ha ancora ben compreso che fare l'animatore sulle navi da crociera non è esattamente la stessa cosa che ricoprire un ruolo istituzionale, e che in bocca ad un uomo di stato certe cose non possono starci. Forse, proprio come faceva negli Anni 60, quando imbarcatosi col ruolo di intrattenitore, raccontava barzellette, recitava sketch e cantava canzoni con il "fedele" Confalonieri al pianoforte, il Nostro ancora ritiene che con queste simpatiche "carinerie" riuscirà a portarsi a letto qualche ragazzotta compiacente, spingendosi persino a prometterle - chissà - un ministero nel sogno di un suo futuro governo.
Ragazzi, che bello però sapere che queste cose nella realtà non accadono!
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Lo hanno detto tutti, ma - nonostante questo - è vero e quindi tocca dirlo anche a me: la vittoria travolgente di Barack Obama costituisce una data storica, un passaggio epocale nella vita della Nazione più importante del mondo. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti propone un cambiamento radicale, avvicinando la politica alle "minoranze" afro-americane, latine, sudamericane e asiatiche, e ai ceti meno abbienti in genere. E’ lo specchio di un’America diversa dal punto di vista generazionale, dove i giovani sembrano voler partecipare attivamente alla vita politica, come che non succedeva più da moltissimi anni. Obama ha dimostrato di essere capace di fermezza e saggezza e di essere una figura attorno la quale far muovere il Paese, andando oltre il "fattore-razza". «Ho fratelli, sorelle, zii e cugini di ogni razza e colore, sparsi su tre continenti, e finchè avrò vita, non dimenticherò mai che in nessun altro Paese della terra sarebbe possibile una storia come la mia. Non è la storia di un classico candidato. Ma ha impresso nel mio patrimonio genetico l’idea che questa nazione è più della somma delle sue parti, che siamo molte persone, ma un unico popolo». Questa una delle dichiarazioni fatte durante la campagna elettorale, più o meno mentre in Italia scoppiava l'emergenza razzismo. Gli americani questa volta si sono dimostrati più intelligenti e liberali degli italiani, o forse - più semplicemente - McCain non ha potuto godere del radicato controllo dei media e dell'ignoranza politica dei suoi connazionali, così come Berlusconi da noi. Solo in Italia, tanto per fare un esempio, può accadere che un candidato decida di evitare il confronto televisivo con l'avversario politico e, nonostante questo, essere premiato dall'elettorato.
Fatto sta che il passato è stato sconfitto e da domani potrà iniziare una promettente stagione, per quanto il lavoro da fare sia durissimo. «Nessuno può farci sentire inferiori senza il nostro consenso», disse un giorno Eleanor Roosevelt. Ed è esattamente questo che ha fatto Barack Obama: ci ha creduto fino in fondo con granitica tenacia. Ha creduto che ce l'avrebbe fatta nonostante la storia, l'esperienza, i precedenti e lo stesso buon senso. Proprio per questo motivo la sua vittoria segna un giorno così importante per la Storia di questo nostro piccolo grande mondo.
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Berlusconi convoca una conferenza stampa a Palazzo Chigi per mandare un avvertimento agli studenti: «Non permetterò l'occupazione delle università. L'occupazione di luoghi pubblici non è la dimostrazione dell'applicazione della libertà, non è un fatto di democrazia, è una violenza nei confronti degli altri studenti che vogliono studiare. Convocherò oggi il ministro degli Interni, e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell'ordine per evitare che questo possa succedere». A questo attacco stolto e sconsiderato, l'Unione degli Universitari così replica: «Intendiamo richiamare il premier al senso di responsabilità che un primo ministro deve assumere rispetto a manifestazioni di contrarietà e alla richiesta di un confronto con il governo espressa da studenti, docenti, ricercatori e dottorandi , che fino a ora è mancato».

Il Decreto Tremonti che con i suoi tagli all'istruzione colpisce profondamente il sistema scolastico ed universitario, imponendo una drastica stretta alle risorse finanziarie, la riduzione del corpo docente e non docente e la chiusura delle scuole nei piccoli comuni, laddove invece occorrerebbe investire e valorizzare le figure dell'insegnante, dell'università e della ricerca, al fine di garantire una formazione competitiva dei nostri giovani che costituiscono la spinta più vitale al rinnovo di questo Paese, mi ha fatto tornare alla mente una vecchia canzone di Jannacci che, opportunamente parafrasata, suonerebbe più o meno così:
"E sempre ignoranti bisogna stare,
ché la nostra cultura fa male al re,
fa male al ricco e al cardinale,
diventan tristi se noi sappiam.
Ah beh!"
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Tommie Smith, tra i più forti di sempre sui 200 metri, trionfò alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, con il tempo record di 19.83 secondi. La sua premiazione, insieme a quella dell'amico John Carlos, medaglia di bronzo nella stessa gara, divenne uno dei momenti più simbolici dello scorso secolo. Con i loro pugni alzati, lì su quel podio olimpico, Smith e Carlos comunicarono al mondo intero la loro protesta contro la discriminazione razziale, e la solidarietà con il movimento del Black Power, che in quegli anni lottava aspramente per i diritti dei neri negli Stati Uniti. I loro occhi rivolti verso il basso [e non verso la bandiera americana], insieme ai loro pugni guantati di nero, suscitarono enorme scalpore e feroci polemiche. Il CIO, Comitato Olimpico Internazionale, insistette per l’espulsione di entrambi dalle future competizioni. L’America bianca nella quale fecero ritorno si dimostrò ostile nei loro confronti, ostacolandoli in ogni modo quando si misero in cerca di un lavoro, con la conseguenza che anche le loro famiglie si trovarono in condizioni difficilissime.
Oggi, a 40 anni esatti di distanza, pare che le cose non siano poi molto cambiate. «Assegnando a Pechino i Giochi, aiuterete lo sviluppo dei diritti umani». Con queste parole, nell’aprile 2001, il vice presidente del Comitato Olimpico di Pechino riuscì a convincere il CIO ad assegnare alla Cina le Olimpiadi del 2008. A rendere noto, ove fosse ancora necessario, il divario tra il solenne impegno di 7 anni fa e la realtà attuale dei diritti umani in Cina, è un nuovo rapporto di Amnesty International, che prende in esame quattro violazioni dei diritti umani. In particolare: le continue violenze e vessazioni nei confronti dei difensori dei diritti umani, la sempre massiccia applicazione della pena di morte, l’ampio uso della detenzione senza processo e le limitazioni alla libertà di stampa, anche su Internet. Jacques Rogge, presidente del CIO, ha, con enorme ipocrisia, recentemente ammesso che la Cina "non brilla" nel rispetto dei diritti umani, ma che le Olimpiadi sono un mezzo per migliorare la situazione. Naturalmente nessuna parola sul fatto che per costruire gli impianti delle Olimpiadi milioni di persone sono state letteralmente deportate, nè tantomeno sulle incredibili violenze del Governo Cinese in Tibet, Birmania e Darfur.
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«È necessario aprire subito una larga battaglia di opinione in tutta la società. Berlusconi ha più volte lasciato capire che considera naturale coronamento del suo quinquennio di governo l'ascesa alla presidenza della Repubblica. Tutti coloro che ritengono inaccettabile questa prospettiva hanno il dovere di dirlo e spiegarne le ragioni. Il compito si misura con una difficoltà: molti nel Partito Democratico hanno manifestato a lungo indifferenza e addirittura compiacenza. La vittoria elettorale ha poi spinto qualcuno a considerare l'ascesa di Berlusconi al Quirinale come evento inevitabile [...]. Ecco le ragioni per cui ci si dovrà opporre con la massima convinzione.
La prima riguarda l'anomalia istituzionale. Berlusconi non era eleggibile e lo è diventato solo perché è stato eletto; non era compatibile con l'esercizio del potere politico e lo è diventato solo perché l'ha esercitato. La potenza del fatto compiuto ha negato la forza del diritto. I suoi apologeti dicono: ma è stato votato dal popolo. Si deve ribattere: a causa della sua condizione originaria di possessore di mezzi di comunicazione non aveva alcun diritto a essere eletto. Un monopolista televisivo al vertice del potere politico è un'eventualità impossibile in qualsiasi altra democrazia. [...] E si trascurano qui di proposito gli aspetti degenerativi come la capillare penetrazione dei dirigenti Mediaset dentro la Rai, mentre non è dato alcun caso opposto. [...]
Berlusconi è stato più volte ed è ancora imputato per vari reati. Ma, dicono ancora i suoi sostenitori, non è mai stato condannato. Non è vero, perché fu condannato all'inizio per falsa testimonianza ma la condanna fu subito cancellata da una provvidenziale amnistia. Amnistia a parte, quel reato non è precisamente un titolo di merito per un aspirante statista. Ma c'è molto di più. Berlusconi è uscito indenne da numerosi processi perché, tramite i suoi avvocati-deputati, li ha più volte pilotati fino alla prescrizione, e perché in altri casi ha imposto alla sua maggioranza mutamenti appropriati nelle leggi che li disciplinavano. In un caso grottesco ha ottenuto le attenuanti generiche proprio in virtù del suo ruolo di capo del governo!
La terza ragione collegata alla precedente è che Berlusconi non ha mai avuto alcun rispetto per l'autonomia della magistratura. Clinton, accusato di non aver detto la verità su una vicenda tutta privata e tenuto per questo anni sulla graticola, non si è mai neanche sognato di accusare l'autorità che lo inquisiva. Al contrario Berlusconi ha trasformato ogni sua vicenda giudiziaria in uno scontro di natura istituzionale capace di scuotere alle fondamenta l'edificio repubblicano.
La quarta ragione è che, dopo una breve parentesi di apparente moderazione, ha ricominciato l'offensiva: il mafioso Mangano è un eroe mentre i magistrati che lo inquisiscono sono la metastasi della democrazia. Con quella bocca può dire quel che vuole e le grandi firme della finta equidistanza non battono ciglio.
La quinta ragione è che pretende di essere sciolto dal vincolo delle leggi: sono stato scelto da popolo quindi faccio quel che mi pare. Qui si annida un virus più pericoloso del conflitto d'interessi. La democrazia ridotta alla scelta del leader: il popolo consegna la sua sovranità al capo, si identifica con lui. Il capo è sintesi della volontà popolare e ogni offesa a lui è offesa alla volontà popolare. Rapporto diretto, ma a senso unico, tra capo e popolo: preso sul serio riduce le assemblee elettive a parvenza insignificante. E difatti alla sua volontà si uniforma prona la sua maggioranza. Diventa decisivo che l'opposizione si opponga a quella volontà. [...]Si può dunque solo immaginare che un soggetto simile possa pensare di occupare il Quirinale per sette anni? [...] Accettarlo sarebbe una vergogna nazionale incancellabile.»
[Francesco Pardi - L'Unità]
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«Ci sono momenti nella vita delle nazioni in cui i cittadini devono fare delle scelte. Momenti in cui non si può più fare finta di niente e continuare a credere che, in fondo, nulla veramente cambierà. Le leggi che continuamente vengono proposte dal nuovo Governo sono un attentato alla democrazia. Se passano, vincerà il regime e perderà, per un tempo indefinito, la democrazia. Non c’è bisogno dell’esercito per togliere la libertà ai cittadini. E’ sufficiente manipolare l’informazione e, grazie a questa, farsi eleggere in Parlamento. Quindi legiferare contro la Costituzione, contro l’indipendenza della magistratura, contro la sicurezza dei cittadini, contro la libera informazione. Una legge dopo l’altra.
Cosa distingue un primo ministro di una democrazia da un dittatore? Il vero tratto distintivo è l’impunità assoluta del dittatore. Quando Silvio Berlusconi l’avrà ottenuta l’Italia sarà, a tutti gli effetti, una dittatura. [...] La storia di Berlusconi parla per lui. I suoi innumerevoli processi, la condanna per corruzione giudiziaria del suo avvocato Cesare Previti per la Mondadori, la sua appartenenza alla P2, l’occupazione abusiva delle frequenze di Rete4. L’elenco è interminabile come i danni subiti a causa sua dal nostro Paese. Mi riferisco soprattutto allo spegnersi della coscienza civica, della morale, dell’etica. All’esempio devastante che Berlusconi ha offerto alla nazione e alle giovani generazioni in quasi venti anni, un esempio aggravato dalla sua impunità. Una situazione simile a quella dei ragazzi nei paesi del Sud che ammirano il camorrista o il mafioso locale. [...]
La sospensione dei processi per un anno serve a evitare la possibile condanna di Berlusconi al
processo Mills di Milano. Altri
centomila processi saranno bloccati per reati che vanno dallo stupro, alla truffa, al rapimento di minore.
La sicurezza dei cittadini, tanto sbandierata in campagna elettorale da Berlusconi e dalla Lega, è sacrificata all’interesse del presidente del Consiglio. Il divieto di pubblicare le intercettazioni una volta depositate in tribunale a disposizione delle parti, e quindi di fatto già pubbliche, impedirebbe di venire a sapere di Parmalat o dei furbetti del quartierino. Il giornalista che pubblicasse le intercettazioni finirebbe in carcere, il suo editore chiuderebbe e chi ha compiuto il crimine non dovrebbe rispondere all’opinione pubblica. Con questa legge, negli Stati Uniti non ci sarebbe stato il
Watergate e
Nixon non avrebbe rassegnato le dimissioni. L’Italia dei Valori proporrà un grappolo di referendum per l’abrogazione di queste leggi contro la democrazia, se necessario promuoverà azioni di
disobbedienza civile come la pubblicazione degli atti giudiziari.
Nessuno può più rimanere a guardare.
L’otto luglio a Roma dalle ore 18:00 in Piazza Navona, in contemporanea con l’iter di approvazione della legge sulle intercettazioni, l’Italia dei Valori insieme a esponenti della società civile ha indetto una manifestazione per la libertà di espressione e per la giustizia.»
[27.06.08 Antonio Di Pietro]
«Il potere incontrollato e incontrollabile dei giudici, ostaggi delle procure politicizzate, non è giustizia, è il suo esatto contrario. Il presidente del Consiglio dei ministri, eletto per tre volte dagli italiani, non può e non deve essere giudicato da loro e dal loro corteo vociante di giustizialisti dalla coda di paglia. Può darsi che dalla loro abbiano commi e codicilli, interpretazioni capziose delle leggi e l’omertà della categoria giudiziaria. Hanno perso però, e per loro colpa, l’autorità civile per giudicare “in nome del popolo italiano” chi da quel popolo, cosciente delle accuse che gli venivano rivolte, è stato eletto democraticamente.»
25.06.08 [Giuliano Ferrara - Il Foglio]