Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!
al cinema con charlie brown
amalteo
being mastroianni
bellatrix
colazione da splinder
conte nebbia
erikaluna
giovane e innocente
ho sognato un gatto parlante
i viaggi del nano
in movimento
l'eleganza del riccio
miss blum
piacere cinefago
seaweeds leaves
tenda rossa
Rear Window
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La simbologia del ragno è ricca e polivalente. Il ragno è la Grande Madre nel suo aspetto di determinare ed ordire il destino. La creazione cosmogonica è rappresentata dall'atto del tessere ed il tessere presuppone un tessitore che resta continuamente in rapporto con la sua opera, che ne dipende e ne viene continuamente rinnovata. La ragnatela raffigura un piano cosmico le cui componenti spaziali si irradiano dal centro, ossia dal sole: i raggi sono l'essenziale, mentre i cerchi sono l'esistenziale e l'analogo. Il simbolo del ragno si incontra in molte religioni e culture del mondo. Per i cristiani è simbolo del male ed è contrapposto alla "buona ape". Nella mitologia greca rappresenta la punizione divina contro l'arroganza umana. Per i Romani ed i Cinesi il ragno è un segno positivo: per i primi è simbolo di acume e buona fortuna, per i secondi è associato all'arrivo di buone notizie. Gli Incas dell'antico Perù praticavano, attraverso il ragno, la mantica, ossia una pratica divinatoria in cui l'indovino scopre un vaso nel quale è racchiuso un ragno: se nessuna zampa si piega l'auspicio è negativo. L'aracnide ha un ruolo demiurgico per molti popoli: in alcune isole oceaniche è considerato il creatore dell'universo; nei miti dell'India si parla del tessitore primordiale e del ragno cosmico. Anonse [il ragno] in Africa occidentale ha preparato la materia di cui è fatto il primo uomo, ha creato il sole, la luna e le stelle. Il Grande Ragno per gli Ashanti è il creatore dell'uomo, mentre per le popolazioni del Camerun il ragno ha ricevuto il privilegio di decifrare l'avvenire. Per i popoli dell'Asia Centrale e in Siberia rappresenta l'anima liberata dal corpo. E' interessante osservare come il simbolo del ragno si sia modificata a partire dal secolo scorso, assumendo l'immagine di informatore universale, di potente mezzo in grado di raggiungere e risolvere problemi e ciò soprattutto grazie alla Spider [l'auto biposto decapottabile], SpiderMan [l'Uomo Ragno dei fumetti] ed infine il World Wide Web, ossia la ragnatela di Internet.
L'Uomo Ragno nasce nel 1962 grazie alla fervida immaginazione di Stan Lee, il quale, con questo straordinario personaggio, letteralmente frantuma gli stereotipi dominanti nel mondo dei fumetti. Infatti Peter Parker [l’Uomo Ragno] è l’anti eroe per eccellenza; uno squattrinato ricercatore universitario che viene regolarmente preso in giro da tutti, un tipo sensibile, timido ed introverso, sempre preda di nevrosi e di gastriti psicosomatiche. Fotoreporter freelance, per arrotondare il magro stipendio fotografa il suo alter-ego per conto del quotidiano newyorchese che da sempre osteggia il "tessiragnatele". Supereroe con superproblemi: la definizione è diventata una formuletta, ma l'intuizione di Stan Lee, che porta i lettori ad identificarsi con Peter, la cui fragilità umana è messa in evidenza in ogni avventura, è assolutamente geniale. Ribaltare il mito di Superman. L'Uomo Ragno ha una vita personale. Vive conflitti interiori. Non si limita a correr dietro ai cattivi e a batterli senza pietà. Cerca di capirli, addirittura. L'Uomo Ragno si interroga, vacilla, cade. Deve combattere il crimine, studiare, pagare l’affitto, prendersi cura dell'anziana zia. Per lui gli enormi poteri che ha fortuitamente conseguito spesso costituiscono un impaccio. Dalla sua parte però c’e un grande senso dell’umorismo che utilizza per sdrammatizzare i momenti di tensione. Si tratta di un'antieroe che colpisce sempre e soltanto per secondo, di uno che, pur combattendo, non crede che la violenza serva ad alcunché, né si compiace delle vittorie riportate. E' sempre diviso fra il senso del dovere che gli impone di proteggere i concittadini dai malvagi, e la tentazione di mollare tutto per meglio dedicarsi alla sua traballante vita privata. Il suo più grande rammarico è quello di aver ignorato un malvivente in fuga, permettendo così l’uccisione dello zio, il quale era solito ricordargli che "da grandi poteri derivano grandi responsabilità".![]() |
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Alla veneranda età di 91 anni, Mario Monicelli, uno dei più grandi registi del cinema italiano, è in uscita con un nuovo film: "Le rose del deserto", del quale racconta: «Tratterà l'ultima guerra in Libia. L'idea mi è venuta da un romanzo di Mario Tobino che si intitola 'Il deserto della Libia', dove lui è stato ufficiale medico durante la seconda guerra mondiale. Ne ha riportato note, osservazioni, appunti, idee sulle quali riflettevo anch'io da molti anni. Anch'io ho fatto la guerra, ma non in Libia. Da tempo però ero interessato a raccontare quella zona; ispirandomi al romanzo e rubando alcuni particolari da altri libri, ho scritto la storia di una sezione di sanità dell'esercito che vive tre anni e mezzo nel deserto di Libia, durante la guerra».![]() |
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Un giorno trovai un grande libro sepolto in profondità nella terra. Stavo camminando attraverso la foresta, cercando il fungo raro dell'amore eterno. Lo raccolsi delicatamente, facendo molta attenzione a levare la terra dalla voluminosa copertina. Sotto la sporcizia comparve una fotografia sbiadita di una giovane donna. Ero io. Malgrado questo aspetto allarmante, sperai in un racconto di un cavaliere in un'armatura brillante ed una bellissima principessa da salvare. Provai ad immaginarmi in una buia notte invernale, seduta davanti al fuoco, immersa in un'avventura antica. Così aprii il libro, tremando di paura ed eccitazione. Tutte le pagine erano bianche. Stavo per piangere fra il disappunto ed il sollievo, quando, con mia grande sorpresa, il libro cominciò a scriversi da solo, come se fosse magico. "Un giorno trovai un grande libro sepolto in profondità nella terra. Stavo camminando attraverso la foresta, cercando il fungo raro dell'amore eterno". C'era scritto ciò che stavo facendo là in quel momento. Sembrava seguire ogni mia mossa. "E' una sorta di diario automatico" pensai. "Immagino che spetti a me creare la storia mentre, al tempo stesso, vivo la mia vita". Questo pensiero mi rattristò. "Chi mai desidererebbe scoprire, pagina dopo pagina, una persona come me? La mia vita è cosi semplice che non costituirebbe mai una buona lettura". Ma in quel momento comparve una nuova frase: "Dovetti lasciare la foresta". E poi un'altra ancora: "Realizzai che il libro non stava semplicemente raccontando cosa facessi. In realtà mi diceva anche cosa avrei dovuto fare. Era tempo che lasciassi la mia casa ed iniziassi ad esplorare il mondo". Improvvisamente la foresta si aprì in uno spettacolo sconosciuto di colori, suoni e profumi, come se desiderasse fissarsi nella mia mente, in tutta la sua sua sorprendente bellezza. Ero pronta ad andare via. Presi il treno per arrivare in città. La campagna sparì in un momento. Mi sedetti in uno scompartimento e cominciai a leggere del mio viaggio. La narrazione era sempre un passo avanti rispetto a quello che mi stava succedendo. Il treno scivolava via veloce. I villaggi si trasformarono in città, le città divennero periferie, ed infine le periferie si tramutarono nella mia città.
Non appena il treno arrivò in stazione e la folla mi spinse sulla strada, consultai il libro per sapere cosa dovessi fare dopo. Una frase si scrisse da sola: "Esplorai la città come prima la foresta". Così, fu proprio quello che feci. Stranamente la città non mi spaventava. Le costruzioni mi ricordavano gli alti pini della foresta. La luce nelle finestre scintillava come la neve sui loro rami. Le automobili correvano lungo le vie come piccoli animali che si preparassero industriosamente per l'inverno. E le luci al neon? Oh, quelle: erano le mie luci per il Nord. I giorni trascorrevano e le pagine si riempivano di parole. Seguivo la scrittura del libro come una ricetta per l'elisir di lunga vita. Lui mi mostrava cosa fare ed io seguivo le sue indicazioni. Se non lo avessi fatto, la mia meravigliosa avventura si sarebbe dissolta come un sogno. Era una regola facile da rispettare. Ma una cosa cominciò a preoccuparmi. Le pagine bianche diminuivano sempre più. Seguitando così, non avrei mai saputo come sarebbe terminata la mia storia. Iniziai a temere il peggio e non smettevo di pensarci un solo attimo. Sarei svanita? Oppure sarei morta? Stavo meditando seriamente di disfarmi del libro, quand'esso venne in mio aiuto. Lo scrisse piano per me, parola dopo parola. Stava facendo ciò che tutti i buoni libri fanno: creano la suspense per le loro ultime pagine. Risi forte, là dove mi trovavo in |
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quel momento. Per celebrare la mia rinnovata fiducia, il libro scrisse sulla parte superiore dell'ultima pagina: "Portai la mia storia a Clark - l'editore - sull'angolo fra Easy Street e la Ventitreesima". Una volta arrivata al modesto ufficio di Clark, gli diedi il libro. Lui mi offrì una comoda sedia e, attraverso la sua scrivania, lo guardai leggere la mia storia. Potevo rendermi conto di quanto le parole lo commuovessero e di come reagisse a ciò che stava leggendo, come se riguardasse lui stesso. Mentre i suoi occhi scivolavano sull'ultima pagina, apparve la frase finale e la conclusione del mio racconto: "Compresi che il mio cuore era suo e che lo avrei amato per sempre…".
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Poeta, scrittore, saggista, una delle figure più importanti della letteratura americana, Edgar Poe nasce a Boston il 19 gennaio 1809. Figlio di attori ambulanti, rimasto orfano a due anni, viene allevato a Richmond nella casa del ricco mercante William Allan, che però non lo adotta legalmente. Dal 1815 al 1820 si trasferisce con gli Allan in Inghilterra dove entra in contatto con quel mondo gotico che tornerà poi più volte nei suoi racconti. Ritornato negli Stati Uniti, frequenta l’università della Virginia, ma viene espulso per debiti di gioco. A seguito di questo episodio entra in conflitto col patrigno. Lasciato privo di aiuto economico da parte del mercante, il giovane si dà - senza fortuna - al gioco. Dopo un ultimo furibondo litigio, nel 1827 si reca a Boston, dove dà alle stampe a proprie spese un libretto di poesie. L'opera viene accolta dall'indifferenza generale e, per la delusione, Poe decide di arruolarsi come soldato semplice nell'artiglieria federale, da cui è cacciato per insubordinazione. Si trasferisce quindi a Baltimora presso la zia Mary Clemm, deciso a dedicarsi completamente alla carriera letteraria.
I suoi racconti e le sue poesie appaiono prima sul Courier e, dal 1835, sul Southern Literary Messenger di Richmond, in cui Poe svolge attività di giornalista. Nello stesso anno sposa la cugina Virginia Clemm, non ancora quattordicenne, con la quale conduce un’esistenza precaria fra difficoltà economiche e inquietudini esistenziali. Intanto continua la sua attività di giornalista, critico e narratore: nel 1838 pubblica "Le avventure di Gordon Pym", il suo unico romanzo, seguito da una lunga serie di racconti inquietanti e di taglio horror (come "La caduta della casa Usher", "Ligeia" e "Il pozzo e il pendolo") diventati immortali e tradotti durante il ‘900 in tutto il mondo. Il suo ruolo chiave nella storia della letteratura poliziesca, di cui a ragione è considerato il vero fondatore, risale al 1841, anno in cui pubblica sul Graham’s Magazine il racconto "Gli assassinii della Rue Morgue", con il quale crea il personaggio di Auguste Dupin, inventando di fatto la figura dell’investigatore deduttivo. Nel 1843 poi ottiene uno straordinario successo con il racconto "Lo scarabeo d’oro". Infine nel 1845 arriva la consacrazione definitiva con la raccolta "Il corvo e altre poesie". Purtroppo per una serie di vicende il suo successo non dura a lungo. Con la morte per tubercolosi della moglie nel 1847, Poe cede al peso delle sue ossessioni, e la tendenza all’alcoolismo, che ha sempre dimostrato, assume un decorso cronico. Raccolto privo di sensi in una strada di Baltimora, muore il 7 ottobre del 1849, probabilmente di emorragia cerebrale.
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"Gli uomini mi hanno definito pazzo, ma non è ancora ben chiaro se la pazzia sia o non sia la più alta forma di intelligenza e se le manifestazioni più meravigliose e profonde dell'ingegno umano non nascano da una deformazione morbosa del pensiero, da aspetti mentali esaltati a spese dell'intelletto normale."
"Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte." "Dichiarare la propria viltà può essere un atto di coraggio.""L'ignoranza è una benedizione, ma perché la benedizione sia completa l'ignoranza deve essere così profonda da non sospettare neppure se stessa.""Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato." |
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«Meglio essere feriti dalla verità piuttosto che essere consolati da una menzogna» e «Esiste un modo per tornare ad essere buoni». In queste due frasi si riassume il senso de "Il cacciatore di aquiloni" di Khaled Hosseini. E' una storia con un impianto classico, narrata con un stile semplice ma molto vivo. Un’amicizia vera, ricca di dedizione totale, un tradimento, la storia di un giovane afgano e dei suoi sensi di colpa, delle sue ferite profonde che appartengono al passato e che lo spingono verso un riscatto, una redenzione, attraverso cui poter essere finalmente uomo, come il padre che ha profondamente amato. La sofferenza umana deriva dalla debolezza; solo superandola, in un coraggioso e difficile percorso di crescita, si può trovare l'integrità e la serenità. Il romanzo è idealmente diviso in tre parti. La prima è fra le cose più belle e suggestive che abbia letto negli ultimi anni. Le successive purtroppo non reggono il confronto e paiono, in alcuni punti, piuttosto prevedibili e forzate. Resta nel complesso un ottimo ed avvolgente libro che emoziona e commuove, denso di riflessioni sull'affetto, sul rispetto e sulla dignità, e che, peraltro, ha il pregio di ripercorrere trent'anni di storia afgana, dalla fine della monarchia all'invasione russa, dal regime dei Talebani all'Alleanza del Nord.
«Sono diventato la persona che sono oggi all'età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto».
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