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Rear Window adora il cinema, la buona musica, l’arte in tante forme, leggere, scrivere, il web-designing, i viaggi, giocare a tennis, il nero e il grigio, la pizza, gli opposti, ricordare, avere fiducia, la sincerità, le emozioni, il senso dell’umorismo nelle persone. E' contrario ai rapporti prima del matrimonio: fanno arrivare tardi alla cerimonia!

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Una volta nella vita, solo una e per favore, vorrei essere bello da togliere il fiato. Per riposare, mica per altro. Per recuperare una minima parte delle energie che ho speso in tutta la vita per essere carino, divertente, seducente, spiritoso, simpatico, diverso, imprevedibile, adorabile, forte, coraggioso, disponibile, intelligente, complice, paterno, sensibile, consapevole, preparato, informato, comprensivo, responsabile, affidabile e politicamente corretto. Solo per 48 ore... poi torno!


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lunedì, 05 maggio 2008
Questa volta è la mia storia

Ho da poco concluso la lettura di "Questa volta è la mia storia" di Neil Simon, il più grande commediografo vivente. In questa autobiografia, Simon, nato a New York nel 1927, ripercorre con spiccata autoironia i passaggi della sua sfolgorante carriera: si fa le ossa in qualità di autore di gag per comici televisivi come Jerry Lewis e a partire dal 1961 dà alle scene una serie pressoché ininterrotta di successi intramontabili come: A piedi nudi nel parco, La strana coppia, Appartamento al Plaza, Il prigioniero della Seconda Strada, I ragazzi irresistibili. Quasi tutti i suoi lavori ottengono centinaia di repliche, vengono tradotti in film e rappresentati con successo in ogni parte del mondo. Un uomo nato con la vocazione per il mestiere più difficile: far ridere. Se esiste una categoria che esprime il genio americano, il genio ebraico, il genio della sopravvivenza grazie alla propria fantasia, il genio dell'ottimismo nonostante tutto, il genio di far sognare trasformato in pura tecnica scenica, tutto questo sta nel mestiere di gente come Neil Simon.
 
L'autore non si risparmia nel raccontare con grande umiltà anche aspetti privati e familiari. Dalla sua connaturata insicurezza alle sedute di psicanalisi, dal matrimonio con l’amatissima Joan al legame davvero buffo col fedele cane, dalla nascita delle figlie ai più dolorosi drammi personali, il tutto con grande misura e delicatezza. Il che fa di questo libro un’esperienza divertente ed appassionante, perfetta per chi ama il teatro e il cinema, ma assai piacevole per chiunque voglia conoscere le tappe della vita di un uomo che ha goduto di un grandissimo successo, senza per questo perdere la sobrietà e un ironico, salutare distacco.



"A Joan non era mai importato granchè dei soldi. Si accontentava di vivere nel nostro primo appartamento, un monolocale al quinto piano senza ascensore nel Village. Quell'appartamento aveva un piccolo spogliatoio che lei aveva trasformato in un'ancora più piccola camera da letto [...]. Si poteva aprire la finestra senza scendere dal letto, ma aprire il piccolo armadio sulla parete opposta era tutt'altra faccenda. La nostra tecnica era questa: attraversavamo il letto camminandoci sopra, aprivamo la porta dell'armadio di una decina di centimetri (il che era già un'impresa), ci infilavamo dentro un braccio, tastavamo un pò in giro e qualsiasi cosa tirassimo fuori, la indossavamo. Nessuno ci faceva caso, perchè tanto al Village si vestivano tutti in modo strano. Quando tornavo a casa la sera il letto era rifatto alla perfezione. Credo usasse un calzascarpe. L'appartamento era sulla Decima Strada, fra Fifth Avenue e University Place, a tre isolati dalla New York University. Portare a spasso il cane la sera davanti alla NYU era la cosa più vicina ad un'istruzione universitaria che avessi mai avuto"
.



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martedì, 08 maggio 2007
Cocco Bill ha 50 anni

Prima dello «spaghetti-western» fu il «salame-western», e il suo eroe unico fu Cocco Bill. Alla terza vignetta della prima tavola (riprodotta sotto) il pistolero a fumetti già sparacchiava a destra e a sinistra, non guardando in faccia nessuno, un pò come il suo creatore, forse il più grande fumettista italiano del secolo scorso: Benito Jacovitti - in arte Jac o "lisca di pesce" - il quale, ogni volta che gli chiedevano da che parte stava, puntualmente rispondeva: «sono un estremista di centro».  Nel marzo 1957, il quotidiano Il Giorno, con grande intuizione e coraggio, lanciava un inserto gratuito a fumetti, Il Giorno dei Ragazzi. Jacovitti, già creatore di Pippo, Palla e Pertica, decideva di cimentarsi con il genere western, ricostruendolo da cima a fondo, com'era lecito aspettarsi da un genio estroso come lui. Qualche anno dopo Cocco Bill venne pubblicato nel mitico Corriere dei Piccoli, per poi passare ad altre testate come Linus e Comix, e quindi trovare una nuova casa stabile presso Il Giornalino, delle edizioni San Paolo.

Cocco Bill è un pistolero formidabile e contrariamente ai classici cowboys che bevono whisky, è un grandissimo tracannatore di camomilla! L'inseparabile destriero di Cocco Bill è Trottalemme, un simpaticissimo cavallo bianco che pensa come un essere umano e ogni tanto fuma una sigaretta.  La dolce fanciulla che Cocco Bill deve sempre salvare dalle grinfie di qualche gruppo di banditi, si chiama Osusanna Ailoviù.  Lei lo ama perdutamente, ma lui preferisce galoppare nelle verdi praterie con Trottalemme. Il Far West di Cocco Bill rispetta a modo suo i canoni dei classici racconti di frontiera: ci sono gli indiani, come i Ciriuacchi, che parlano uno strano dialetto mezzo indiano e mezzo napoletano o come i Piedi Scalzi, che sono tali perché, il cattivo di turno gli ha rubato i mocassini. Non mancano i banditi come Bunz Barabunz, il malvagio sindaco di Chattanuga Chu Chu e i Fratelli Kuknass, sette pistoleri vestiti ciascuno di un colore diverso e i soldati americani e i sudisti che parlano il nostro dialetto meridionale.

 

La prima tavola di Cocco Bill



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venerdì, 13 aprile 2007
Aracnofilia

Due eventi che riguardano il mondo dei ragni si accavallano in queste settimane. Da un lato la mostra "Arachnida", al Castello D'Albertis di Genova fino al 30 maggio, dall'altra l'uscita di "Spiderman 3" dell'ottimo Sam Raimi.
 
ArachnidaLa simbologia del ragno è ricca e polivalente. Il ragno è la Grande Madre nel suo aspetto di determinare ed ordire il destino.  La creazione cosmogonica è rappresentata dall'atto del tessere ed il tessere presuppone un tessitore che resta continuamente in rapporto con la sua opera, che ne dipende e ne viene continuamente rinnovata. La ragnatela raffigura un piano cosmico le cui componenti spaziali si irradiano dal centro, ossia dal sole: i raggi sono l'essenziale, mentre i cerchi sono l'esistenziale e l'analogo. Il simbolo del ragno si incontra in molte religioni e culture del mondo. Per i cristiani è simbolo del male ed è contrapposto alla "buona ape".  Nella mitologia greca rappresenta la punizione divina contro l'arroganza umana. Per i Romani ed i Cinesi il ragno è un segno positivo:  per i primi è simbolo di acume e buona fortuna, per i secondi è associato all'arrivo di buone notizie. Gli Incas dell'antico Perù praticavano, attraverso il ragno, la mantica, ossia una pratica divinatoria in cui l'indovino scopre un vaso nel quale è racchiuso un ragno: se nessuna zampa si piega l'auspicio è negativo. L'aracnide ha un ruolo demiurgico per molti popoli: in alcune isole oceaniche è considerato il creatore dell'universo; nei miti dell'India si parla del tessitore primordiale e del ragno cosmico. Anonse [il ragno] in Africa occidentale ha preparato la materia di cui è fatto il primo uomo, ha creato il sole, la luna e le stelle. Il Grande Ragno per gli Ashanti è il creatore dell'uomo, mentre per le popolazioni del Camerun il ragno ha ricevuto il privilegio di decifrare l'avvenire. Per i popoli dell'Asia Centrale e in Siberia rappresenta l'anima liberata dal corpo. E' interessante osservare come il simbolo del ragno si sia modificata a partire dal secolo scorso, assumendo l'immagine di informatore universale, di potente mezzo in grado di raggiungere e risolvere problemi e ciò soprattutto grazie alla Spider [l'auto biposto decapottabile], SpiderMan [l'Uomo Ragno dei fumetti] ed infine il World Wide Web, ossia la ragnatela di Internet.
 
Spiderman di Stan Lee e John RomitaL'Uomo Ragno nasce nel 1962 grazie alla fervida immaginazione di Stan Lee, il quale, con questo straordinario personaggio, letteralmente frantuma gli stereotipi dominanti nel mondo dei fumetti. Infatti Peter Parker [l’Uomo Ragno] è l’anti eroe per eccellenza; uno squattrinato ricercatore universitario che viene regolarmente preso in giro da tutti, un tipo sensibile, timido ed introverso, sempre preda di nevrosi e di gastriti psicosomatiche. Fotoreporter freelance, per arrotondare il magro stipendio fotografa il suo alter-ego per conto del quotidiano newyorchese che da sempre osteggia il "tessiragnatele". Supereroe con superproblemi: la definizione è diventata una formuletta, ma l'intuizione di Stan Lee, che porta i lettori ad identificarsi con Peter, la cui fragilità umana è messa in evidenza in ogni avventura, è assolutamente geniale. Ribaltare il mito di Superman. L'Uomo Ragno ha una vita personale. Vive conflitti interiori. Non si limita a correr dietro ai cattivi e a batterli senza pietà. Cerca di capirli, addirittura. L'Uomo Ragno si interroga, vacilla, cade. Deve combattere il crimine, studiare, pagare l’affitto, prendersi cura dell'anziana zia. Per lui gli enormi poteri che ha fortuitamente conseguito spesso costituiscono un impaccio. Dalla sua parte però c’e un grande senso dell’umorismo che utilizza per sdrammatizzare i momenti di tensione. Si tratta di un'antieroe che colpisce sempre e soltanto per secondo, di uno che, pur combattendo, non crede che la violenza serva ad alcunché, né si compiace delle vittorie riportate. E' sempre diviso fra il senso del dovere che gli impone di proteggere i concittadini dai malvagi, e la tentazione di mollare tutto per meglio dedicarsi alla sua traballante vita privata. Il suo più grande rammarico è quello di aver ignorato un malvivente in fuga, permettendo così l’uccisione dello zio, il quale era solito ricordargli che "da grandi poteri derivano grandi responsabilità".



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giovedì, 01 febbraio 2007
B.C.

B.C. di Johnny Hart

B.C. (Before Christ, Avanti Cristo) è una delle strisce più antiche in circolazione. Il debutto risale infatti al febbraio 1958 quando le prime tavole furono pubblicate dal New York Herald Tribune. Negli anni '70 ha raggiunto il massimo della  popolarità, paragonabile solo a quella dei Peanuts. I cavernicoli di Johnny Hart con i loro grandi nasi e le battute salaci hanno circolato per i diari scolastici (il mio in primis) di una intera generazione in Italia, trovando spazio persino su una rivista mitica come Urania. Oggi il successo e i consensi della critica sono un po' scemati, in parte anche per la pesante svolta ideologica di Hart, il quale, appassionato consumatore di letture bibliche, negli ultimi anni ha brutalmente inserito nella striscia temi religiosi, diventando un paladino per le organizzazioni cristiane massimaliste. Dopo l'abbandono da parte del periodico Linus, le ultime strip non sono più state distribuite dalle nostre parti. Resta il ricordo di una striscia geniale ed esilarante, tra le più amate nella storia del fumetto, in cui largo spazio è lasciato all'immaginazione del lettore. Il disegno, sotto i tratti scarabocchiati con semplicità: profili di colline, pianure, spiagge, vulcani, dirupi ecc, nasconde un minimalismo sofisticato. Il ritmo su tre o quattro tavole è perfetto (molte volte bastano solo due), e spesso al posto delle azioni si vedono solo gli effetti sonori (il "wham wham" della clava...). Con una scritta su un masso si può aprire qualsiasi attività professionale. I dialoghi sono intrisi di spiritosaggini e di un umorismo nero, sarcastico, intelligente. L'uso delle parole è misuratissimo e sempre ispirato, le battute arrivano a getto continuo. B.C. è il personaggio che fa da collante, la spalla che con domande semplici dà il via alle gag. Omino preistorico tranquillo ed ironico, ingenuo e romantico, sempre a corteggiare la più carina delle due donne presenti del fumetto, è capace di trascorrere ore ad osservare gli altri, con un sorriso dolce e sbigottito sulle labbra.



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venerdì, 17 novembre 2006
Come se fosse antani

La commedia umanaAlla veneranda età di 91 anni, Mario Monicelli, uno dei più grandi registi del cinema italiano, è in uscita con un nuovo film: "Le rose del deserto", del quale racconta: «Tratterà l'ultima guerra in Libia. L'idea mi è venuta da un romanzo di Mario Tobino che si intitola 'Il deserto della Libia', dove lui è stato ufficiale medico durante la seconda guerra mondiale. Ne ha riportato note, osservazioni, appunti, idee sulle quali riflettevo anch'io da molti anni. Anch'io ho fatto la guerra, ma non in Libia. Da tempo però ero interessato a raccontare quella zona; ispirandomi al romanzo e rubando alcuni particolari da altri libri, ho scritto la storia di una sezione di sanità dell'esercito che vive tre anni e mezzo nel deserto di Libia, durante la guerra».
 
Il primo lungometraggio di Monicelli risale al 1937, in seguito lavora molto come sceneggiatore. I successi arrivano a cavallo fra gli anni '40 e i '50: "Totò cerca casa" (1949), "Guardie e ladri" (1951 - con la grande accoppiata Totò-Aldo Fabrizi). Da lì in poi, Monicelli diventa anno dopo anno sempre più popolare: "I soliti ignoti" (1958 - uno dei grandi capolavori della miglior "commedia all'italiana", Nastro d'Argento quale miglior film dell'anno), "La grande guerra" (1959 - straordinaria pellicola con Alberto Sordi e Vittorio Gassman; si aggiudica con ampio merito il Leone d'Oro al Festival di Venezia e conquista una nomination all'Oscar), "L'armata Brancaleone" (1966 - con Vittorio Gassman), "La ragazza con la pistola" (1968 - con Monica Vitti, terza nomination all'Oscar), "Brancaleone alle crociate" (1969), "Amici miei" (1975 - con Ungo Tognazzi), "Un borghese piccolo piccolo" (1977 - con Alberto Sordi), "Il marchese del Grillo" (1981 - ancora una prova brillante di Sordi), "Speriamo che sia femmina" (1986), "Parenti serpenti" (1991, anno in cui il regista toscano ha ricevuto il Leone d'Oro alla carriera). Il principale merito di Mario Monicelli è quello di aver dato vita a commedie originali e di qualità, tutte impreziosite da sceneggiature molto curate e da una precisa analisi della quotidianità dell'uomo medio, e, soprattutto, di aver saputo trasporre sul grande schermo quell'amara ironia che è il filo rosso che attraversa ed unisce tutta la sua opera. Per chi volesse approfondire la sua conoscenza, consiglio il libro "La commedia umana. Conversazioni con Mario Monicelli", dove, attraverso una lunga conversazione con lo scrittore Sebastiano Mondadori, che potrebbe essere suo nipote ma a cui parla come a un coetaneo, il regista ricostruisce passo dopo passo i suoi quasi sessanta film. Una storia personale che si intreccia a quella del nostro Paese, di cui di volta in volta Monicelli è stato censore o testimone partecipe, mettendo in scena fatti e misfatti, vizi e piccolezze di italiani mediocri, con la spietatezza della comicità e il sarcasmo del provocatore.
Mi piace rendergli omaggio con un brano tratto da uno dei suoi film più popolari, anche perchè oggi mi sono svegliato con un gran voglia di supercazzolare qualcuno! :-)



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martedì, 14 novembre 2006
Moby Dick

«Call me Ishmael» sono le parole con cui inizia "Moby Dick", il romanzo che Hermann Melville pubblicò il 14 novembre 1851. Chi parla è un testimone: l’unico sopravvissuto di una storia che giostra fra la pazzia e il cieco, assoluto desiderio. La storia del Capitano Achab, il cui solo scopo nella vita è quello di vendicarsi di Moby Dick, la grande balena bianca che lo ha sfigurato e reso zoppo. Alla guida di una baleniera, Achab usa il suo potere per battere i sette mari alla ricerca della sua preda, combattendo con una ciurma sull'orlo dell'ammutinamento, col caldo tropicale e con tempeste tumultuose. Tra i due contendenti non è possibile indicare nettamente dove stia la ragione e dove la violenza: entrambi ambigui, demoniaci e divini, parti di una guerra senza fine. La stessa nave su cui si svolge l’intero viaggio, il Pequod, ha un aspetto doppio ed allusivo. È una «nobile nave, ma in qualche modo una nave malinconica». È, forse, inevitabile che sia così, poiché «tutte le cose nobili hanno un’ombra di malinconia». Su questo battello prendono posto uomini di natura, di razza e di carattere diverso. Chi, naturalmente, emerge fra tutti è Achab che, acceso dalla sua furia, «accumulava sulla gobba bianca della balena la somma di tutta l’ira e di tutto l’odio provati dall’intera sua razza dal tempo di Adamo». In ordine alle diverse corrispondenze con la Bibbia, il romanzo di Melville assume anche il respiro di un’epica sacra. Basti pensare, infatti, ai nomi che accompagnano il susseguirsi dei fatti: Ismaele, ovviamente, e poi Giona, Elia, la Balena-Leviatano, per concludere naturalmente con Achab, l’empio re d’Israele, di cui i cani leccarono il sangue. Cesare Pavese, a cui si deve una traduzione memorabile del testo, invitava a leggerlo tenendo a mente la Bibbia. Il mare biblico diventa il regno del terrore, delle immense profondità che sfuggono alla comprensione umana. La balena bianca è il simbolo stesso del Male. La nave diventa un microcosmo della società, e la caccia maniacale a Moby Dick riflette la determinazione dell'uomo a imporre la propria volontà sulla natura.

L’autore, quando scrisse il suo romanzo più famoso, aveva alla spalle molti mestieri. Era stato impiegato di banca, maestro, mozzo su una nave. Nel 1841 si era arruolato in marina, ma, arrivato nei mari del Sud, aveva disertato e aveva vissuto per qualche tempo con una tribù di cannibali. Le sue esperienza di mare gli offrirono successivamente un materiale prezioso, che riempì le sue pagine e diventò la sostanza del suo mondo fantastico. Quando Moby Dick fu pubblicato, non ebbe alcun successo. Furono gli anni seguenti a trasformare il libro in un'opera leggendaria, nel cui specchio si potevano scorgere riflessi tutti i fantasmi, i terrori e i deliri del «lato oscuro della terra». L’uomo, per Melville, avrebbe dovuto assimilare le capacità della balena, restando, come il suo modello,
«caldo in mezzo al ghiaccio, partecipe del mondo senza appartenergli, freddo all’Equatore e con il sangue in circolazione al Polo». Ma questa aspirazione di equilibrio e di salvezza non può essere altro che un mito, astratto e irraggiungibile.

Moby Dick

A quanto detto sopra v’è da aggiungere che recentemente Moby Dick è stato oggetto di studi da parte di alcuni matematici, i quali hanno rintracciato nel testo di Melville (così come nel testo biblico) delle sequenze di lettere equidistanti - il cosiddetto "Codice Genesi" - che hanno  un senso compiuto e formano frasi, o trasmettono date di  avvenimenti dell’epoca moderna. Ciò tenderebbe a dimostrare la notevole valenza esoterica del romanzo, anche se forte è la tentazione di considerare alcune di queste scoperte come strumentali. Comunque, tra questi matematici, Brendan Mckay si è spinto a sostenere che Melville abbia predetto, fra l'altro, l’assassinio di Indira Ghandi, Martin Luther King, John Kennedy e la morte della Principessa Diana.



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giovedì, 19 ottobre 2006
Parole in circolo

Ho trovato quest 'idea da SoloUnaParola:

1.  Da Clare imparai anche i burrascosi piaceri delle discussioni serie. Sollevava spesso imprevedibili dispute sui miei gusti incolti, più che altro per mettere alla prova la mia intelligenza. All'inizio io rimanevo cautamente sulla falsariga delle sue opinioni, ma alle volte mi sbagliavo. Un giorno, conoscendo la sua profonda ammirazione per Ingmar Bergman, mi arrischiai a lodare Il posto delle fragole. Clare mi fulminò con lo sguardo, affermando di detestare quel film. "Una piagnucolosa autoindulgenza da menopausa" fu la sua lapidaria definizione, e quella notte fui cacciato dalla camera da letto e costretto a dormire da solo sul divano del soggiorno. Dopo quell'episodio, aggiusati il tiro e, quando Bergman saltò di nuovo fuori, denigrai fiduciosamente la sua Fontana della vergine, per scoprire che Clare adorava quel film e lo considerava una vera  e propria fiaba cinematografica. Altra notte di esilio solitario sul divano.
Theodore Roszak > La Congiura delle Ombre
 
2. E arriva. Ecco Dvora, sento api nel sangue, un orso nel cuore, ogni battito è una zampa che sfascia l'alveare. Mi dà la mano, io so che non gliela lascio più.
Erri De Luca > Tre Cavalli
 
3. Puzzetta ballò con alcune faraone e con una pavonessa molto aristocratica prima di lanciarsi in un "merenghe de fuego" con una gallina francese. L'orchestra del maestro Piddu Pourcel eseguì "La ballata del fagiolo ammuffito" e "Dattero solitario", con una tale bravura da far venire la pelle d'oca ai cavalli e la pelle di cavallo alle oche.
Federico Genova > Voglio la faccia blu!



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domenica, 08 ottobre 2006
La magia di un libro

Un giorno trovai un grande libro sepolto in profondità nella terra. Stavo camminando attraverso la foresta, cercando il fungo raro dell'amore eterno. Lo raccolsi delicatamente, facendo molta attenzione a levare la terra dalla voluminosa copertina. Sotto la sporcizia comparve una fotografia sbiadita di una giovane donna. Ero io. Malgrado questo aspetto allarmante, sperai in un racconto di un cavaliere in un'armatura brillante ed una bellissima principessa da salvare. Provai ad immaginarmi in una buia notte invernale, seduta davanti al fuoco, immersa in un'avventura antica. Così aprii il libro, tremando di paura ed eccitazione. Tutte le pagine erano bianche. Stavo per piangere fra il disappunto ed il sollievo, quando, con mia grande sorpresa, il libro cominciò a scriversi da solo, come se fosse magico. "Un giorno trovai un grande libro sepolto in profondità nella terra. Stavo camminando attraverso la foresta, cercando il fungo raro dell'amore eterno". C'era scritto ciò che stavo facendo là in quel momento. Sembrava seguire ogni mia mossa. "E' una sorta di diario automatico" pensai. "Immagino che spetti a me creare la storia mentre, al tempo stesso, vivo la mia vita". Questo pensiero mi rattristò. "Chi mai desidererebbe scoprire, pagina dopo pagina, una persona come me? La mia vita è cosi semplice che non costituirebbe mai una buona lettura". Ma in quel momento comparve una nuova frase: "Dovetti lasciare la foresta". E poi un'altra ancora: "Realizzai che il libro non stava semplicemente raccontando cosa facessi. In realtà mi diceva anche cosa avrei dovuto fare. Era tempo che lasciassi la mia casa ed iniziassi ad esplorare il mondo". Improvvisamente la foresta si aprì in uno spettacolo sconosciuto di colori, suoni e profumi, come se desiderasse fissarsi nella mia mente, in tutta la sua sua sorprendente bellezza. Ero pronta ad andare via. Presi il treno per arrivare in città. La campagna sparì in un momento. Mi sedetti in uno scompartimento e cominciai a leggere del mio viaggio. La narrazione era sempre un passo avanti rispetto a quello che mi stava succedendo. Il treno scivolava via veloce. I villaggi si trasformarono in città, le città divennero periferie, ed infine le periferie si tramutarono nella mia città.

Non appena il treno arrivò in stazione e la folla mi spinse sulla strada, consultai il libro per sapere cosa dovessi fare dopo. Una frase si scrisse da sola: "Esplorai la città come prima la foresta". Così, fu proprio quello che feci. Stranamente la città non mi spaventava. Le costruzioni mi ricordavano gli alti pini della foresta. La luce nelle finestre scintillava come la neve sui loro rami. Le automobili correvano lungo le vie come piccoli animali che si preparassero industriosamente per l'inverno. E le luci al neon? Oh, quelle: erano le mie luci per il Nord. I giorni trascorrevano e le pagine si riempivano di parole. Seguivo la scrittura del libro come una ricetta per l'elisir di lunga vita. Lui mi mostrava cosa fare ed io seguivo le sue indicazioni. Se non lo avessi fatto, la mia meravigliosa avventura si sarebbe dissolta come un sogno. Era una regola facile da rispettare. Ma una cosa cominciò a preoccuparmi. Le pagine bianche diminuivano sempre più. Seguitando così, non avrei mai saputo come sarebbe terminata la mia storia. Iniziai a temere il peggio e non smettevo di pensarci un solo attimo. Sarei svanita? Oppure sarei morta? Stavo meditando seriamente di disfarmi del libro, quand'esso venne in mio aiuto. Lo scrisse piano per me, parola dopo parola. Stava facendo ciò che tutti i buoni libri fanno: creano la suspense per le loro ultime pagine. Risi forte, là dove mi trovavo in
quel momento. Per celebrare la mia rinnovata fiducia, il libro scrisse sulla parte superiore dell'ultima pagina: "Portai la mia storia a Clark - l'editore - sull'angolo fra Easy Street e la Ventitreesima". Una volta arrivata al modesto ufficio di Clark, gli diedi il libro. Lui mi offrì una comoda sedia e, attraverso la sua scrivania, lo guardai leggere la mia storia. Potevo rendermi conto di quanto le parole lo commuovessero e di come reagisse a ciò che stava leggendo, come se riguardasse lui stesso. Mentre i suoi occhi scivolavano sull'ultima pagina, apparve la frase finale e la conclusione del mio racconto: "Compresi che il mio cuore era suo e che lo avrei amato per sempre…".
[Bjork > Bachelorette]



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sabato, 07 ottobre 2006
Poe

Poeta, scrittore, saggista, una delle figure più importanti della letteratura americana, Edgar Poe nasce a Boston il 19 gennaio 1809. Figlio di attori ambulanti, rimasto orfano a due anni, viene allevato a Richmond nella casa del ricco mercante William Allan, che però non lo adotta legalmente. Dal 1815 al 1820 si trasferisce con gli Allan in Inghilterra dove entra in contatto con quel mondo gotico che tornerà poi più volte nei suoi racconti. Ritornato negli Stati Uniti, frequenta l’università della Virginia, ma viene espulso per debiti di gioco. A seguito di questo episodio entra in conflitto col patrigno. Lasciato privo di aiuto economico da parte del mercante, il giovane si dà - senza fortuna - al gioco. Dopo un ultimo furibondo litigio, nel 1827  si reca a Boston, dove dà alle stampe a proprie spese un libretto di poesie. L'opera viene accolta dall'indifferenza generale e, per la delusione, Poe decide di arruolarsi come soldato semplice nell'artiglieria federale, da cui è cacciato per insubordinazione. Si trasferisce quindi a Baltimora presso la zia Mary Clemm, deciso a dedicarsi completamente alla carriera letteraria.
 
I suoi racconti e le sue poesie appaiono prima sul Courier e, dal 1835, sul Southern Literary Messenger di Richmond, in cui Poe svolge attività di giornalista. Nello stesso anno sposa la cugina Virginia Clemm, non ancora quattordicenne, con la quale conduce un’esistenza precaria fra difficoltà economiche e inquietudini esistenziali. Intanto continua la sua attività di giornalista, critico e narratore: nel 1838 pubblica "Le avventure di Gordon Pym", il suo unico romanzo, seguito  da una lunga serie di racconti inquietanti e di taglio horror (come "La caduta della casa Usher", "Ligeia" e "Il pozzo e il pendolo") diventati immortali e tradotti durante il ‘900 in tutto il mondo. Il suo ruolo chiave nella storia della letteratura poliziesca, di cui a ragione è considerato il vero fondatore, risale al 1841, anno in cui pubblica sul Graham’s Magazine il racconto "Gli assassinii della Rue Morgue", con il quale crea il personaggio di Auguste Dupin, inventando di fatto la figura dell’investigatore deduttivo. Nel 1843 poi ottiene uno straordinario successo con il racconto "Lo scarabeo d’oro". Infine nel 1845 arriva la consacrazione definitiva con la raccolta "Il corvo e altre poesie". Purtroppo per una serie di vicende il suo successo non dura a lungo. Con la morte per tubercolosi della moglie nel 1847, Poe cede al peso delle sue ossessioni, e la tendenza all’alcoolismo, che ha sempre dimostrato, assume un decorso cronico. Raccolto privo di sensi in una strada di Baltimora, muore il 7 ottobre del 1849, probabilmente di emorragia cerebrale.

"Gli uomini mi hanno definito pazzo, ma non è ancora ben chiaro se la pazzia sia o non sia la più alta forma di intelligenza e se le manifestazioni più meravigliose e profonde dell'ingegno umano non nascano da una deformazione morbosa del pensiero, da aspetti mentali esaltati a spese dell'intelletto normale."

"Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte."

"Dichiarare la propria viltà può essere un atto di coraggio."

"L'ignoranza è una benedizione, ma perché la benedizione sia completa l'ignoranza deve essere così profonda da non sospettare neppure se stessa."

"Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato."



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martedì, 29 agosto 2006
Esiste un modo per tornare ad essere buoni

Il cacciatore di aquiloni«Meglio essere feriti dalla verità piuttosto che essere consolati da una menzogna» e «Esiste un modo per tornare ad essere buoni». In queste due frasi si riassume il senso de "Il cacciatore di aquiloni" di Khaled Hosseini. E' una storia con un impianto classico, narrata con un stile semplice ma molto vivo.  Un’amicizia vera, ricca di dedizione totale, un tradimento, la storia di un giovane afgano e dei suoi sensi di colpa, delle sue ferite profonde che appartengono al passato e che lo spingono verso un riscatto, una redenzione, attraverso cui poter essere finalmente uomo, come il padre che ha profondamente amato.  La sofferenza umana deriva dalla debolezza; solo superandola, in un coraggioso e difficile percorso di crescita, si può trovare l'integrità e la serenità. Il romanzo è idealmente diviso in tre parti. La prima è fra le cose più belle e suggestive che abbia letto negli ultimi anni. Le successive purtroppo non reggono il confronto e paiono, in alcuni punti, piuttosto prevedibili e forzate. Resta nel complesso un ottimo ed avvolgente libro che emoziona e commuove, denso di riflessioni sull'affetto, sul rispetto e sulla dignità, e che, peraltro, ha il pregio di ripercorrere trent'anni di storia afgana, dalla fine della monarchia all'invasione russa, dal regime dei Talebani all'Alleanza del Nord.

«Sono diventato la persona che sono oggi all'età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto».



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